sabato 22 aprile 2023

La Reggia del basket: verso il futuro con uno sguardo al passato

Verso il futuro: una città dove la passione non si è mai sopita dopo i ruggenti anni '80 e '90 che l'hanno portata a vincere il primo e unico scudetto del Sud

La Juvecaserta è tornata e prepara un nuovo boom

Tra le protagoniste della serie B, sta risalendo posizioni puntando a consolidarsi per evitare bruschi stop e le troppe delusioni del passato. Il club del presidente Farinaro si è rinnovato, e la squadra nel vecchio palazzetto intitolato agli indimenticabili fratelli Santino e Romano Piccolo è tornata a riprendersi l'abbraccio dei tifosi

 

di Giovanni Bocciero*

 

CASERTA dopo tante, forse troppe delusioni, spera vivamente di poter ritornare su quei palcoscenici che le competono e soprattutto di avere una società solida che possa garantire un futuro quantomeno sereno. La città non è rimasta senza basket dopo il terzo fallimento nel 2020. La società Juvecaserta Academy, che aveva svolto solo attività giovanile e che poi è diventata l’attuale Juvecaserta 2021, con al timone il presidente Francesco Farinaro e Nando Gentile in qualità di direttore tecnico, ha in qualche modo riallacciato i fili della storia. Il cammino intrapreso dalla Juvecaserta con la ‘quarta’ versione della storica formazione ancora oggi ad essere stata l’unica ad aver vinto uno scudetto al di sotto della capitale Roma, è interessante e ancora tutto da scrivere. Che possa poi essere vincente, dipenderà da tanti altri fattori.

Ma avvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio, ovvero dall’estate del 2020. Lo Sporting Club Juvecaserta viene escluso dalla serie A2 a seguito dei controlli della Covisoc, e la città sembra rimanere di nuovo senza una squadra di vertice dopo il fallimento del 2017. La società appena esclusa dal secondo campionato nazionale, aveva visto il passaggio di consegne tra i patron Raffaele Iavazzi e Nicola D’Andrea, con la fuoriuscita sia del presidente onorario Gianfranco Maggiò che dell’allenatore Nando Gentile. Con l’ennesimo boccone amaro da dover ingoiare per gli appassionati, sulla scena cestistica appare Francesco Farinaro. Amministratore unico dell’azienda Ble, attiva nella costruzione di impianti di generazione di energia e implementazione di sistemi di efficientamento energetico, Farinaro prende la Juvecaserta Academy che sino a quel momento aveva svolto solo attività giovanile e ottiene l’iscrizione al torneo regionale di serie C Silver. Una decisione per dare comunque sbocco a livello senior ad un settore giovanile che comunque poteva contare su numerosi tesserati. Da tifoso prim’ancora che da imprenditore e presidente, il nuovo patron bianconero si fa affiancare da Nando Gentile in qualità di responsabile tecnico, e la nuova realtà viene presentata sulla terrazza Leucio, altro luogo storico per il ritrovo della squadra e dei tifosi casertani.

Alla presentazione c’è anche Gianfranco Maggiò, che dà la sua benedizione per questa nuova avventura. Il presidente dello scudetto ricorda che la squadra che ha vinto il tricolore era partita proprio dalla serie C, ed è arrivata a quel successo soltanto dopo anni di sacrifici e impegno. Si costruisce una squadra ambiziosa ma che abbia il giusto mix tra giocatore esperti delle categorie minors e giovani di belle speranze che possano ritagliarsi il proprio spazio. Come coach viene scelto Federico D’Addio, casertano doc che proprio la stagione precedente, quella 2019/20, era stato assistente di Gentile. Altra scelta coraggiosa è quella di giocare al palazzetto vecchio, quello di viale Medaglie d’Oro, e abbandonare il PalaMaggiò. Una scelta di sicuro sofferta ma inevitabile, sia per una questione di costi dovuti all’utilizzo dello storico impianto di Castel Morrone, sia per cercare di raggruppare una tifoseria che per numero e passione si stava man mano affievolendo.

Nello storico PalaPiccolo batte ancora forte la passione
dei tifosi casertani (foto ufficio stampa Juvecaserta 2021)

Proprio il palazzetto vecchio, oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, padri putativi della Juvecaserta che fu, è stato il primo impianto ad accogliere Oscar Schmidt. Con il PalaMaggiò in costruzione, il famigerato atleta brasiliano svolse i primi allenamenti in viale Medaglie d’Oro, anche se la Juvecaserta era costretta a giocare le prime gare del campionato lontano dalla città. Eppure, proprio nel suo recente ritorno all’ombra della Reggia vanvitelliana in occasione della presentazione della docuserie che racconterà proprio le gesta di quegli anni, il cecchino brasiliano ha detto di non ricordarsi di quella struttura.

Nonostante le premesse, però, la tifoseria e la città tutta, colpite nell’orgoglio per l’ennesima volta dopo il terzo fallimento, hanno accolto con tanto scetticismo questa Juvecaserta 4.0. Ne è nata addirittura una protesta social per chiedere che lo storico nome e i colori bianconeri non fossero mai più utilizzati, con l’obiettivo di non infangare ulteriormente una storia ed una memoria che stavano venendo fin troppo bistrattate. S’inizia a giocare e manca il solito calore intorno alla squadra, nonostante i risultati in campo facciano sorridere. Infatti, al termine della stagione la formazione coglie la promozione. Il primo passo è compiuto, ma bisogna guardare già avanti. La serie C Gold è un campionato che sta ancora stretto ad una compagine come quella bianconera, e allora si puntella il roster con l’obiettivo di provare immediatamente il doppio salto. I risultati sono dalla parte dei ragazzi di coach D’Addio, che pian piano vedono cresce l’entusiasmo intorno a sé. La Juvecaserta ospita e vince la Coppa Campania, alzando così al cielo il primo trofeo del nuovo ciclo. E con il pubblico che va riempiendo sino al sold out il palazzetto, si avvicinano i playoff. Emozionante la serie di playoff promozione contro Angri, con oltre 2 mila casertani ad assieparsi sulle tribune per spingere la squadra verso la cadetteria. In centinaia rimangono alzati perché di posti a sedere non ce ne sono più. Purtroppo il campo darà un altro verdetto, con la compagine avversaria che approda alla finalissima, ma la miccia della passione sembra essersi riaccesa.

La storia si è ripetuta ancora una volta questa estate, perché proprio come per il passato non essendo riuscita a conquistare la promozione sul campo, la Juvecaserta ha acquisito il titolo sportivo. A cedere il diritto per l’attuale campionato di serie B è stata la compagine di Busto Arsizio, anch’essa neopromossa. Per la verità la società, che nel frattempo ha appunto cambiato denominazione togliendo Academy ed aggiungendo 2021, si stava preparando ad affrontare di nuovo il torneo regionale di serie C. La prima ufficialità ha riguardato il cambio di allenatore, con il saluto a Federico D’Addio e il benvenuto a Sergio Luise. Anche per Luise si tratta di un ritorno alle origini. Tecnico casertano doc, cresciuto da allenatore proprio nel settore giovanile della Juvecaserta sino ad arrivare in prima squadra in qualità di assistente, che l’ha portato a contribuire alla cavalcata della formazione sotto gli ordini di coach Pino Sacripanti. Maturate esperienze in Eurolega ed Eurocup, la sua ultima stagione a tinte bianconere è stata quella 2013/14, la prima di coach Lele Molin che vide la Juvecaserta chiudere il campionato con un record di 15 vittorie ed altrettante sconfitte e non riuscire a qualificarsi per i playoff in virtù della sconfitta in quello che fu lo scontro diretto sul parquet di Pistoia.

Messa la cosiddetta pietra militare della guida tecnica, la Juvecaserta ha iniziato a costruire il roster ripartendo da giovani di valore come Davide Mastroianni e Antonio Cioppa. Ma con l’inaspettato acquisto del titolo sportivo di serie B, la rosa è stata modificata strada facendo, pescando giocatori d’esperienza per il torneo cadetto come Mathias Drigo e Nicola Mei. Il maddalonese Biagio Sergio è invece ritornato all’ombra della Reggia dopo la sfortunata stagione 2018/19, e gli sono stati dati i gradi di capitano. L’ultimo innesto di spessore prima dell’inizio del campionato è stato Alessandro Sperduto, un’aggiunta importante visto il grande apporto che ha dato fin qui alla causa. Un inserimento per certi versi fortuito visto che il giocatore era destinato a disputare l’A2 con quella Eurobasket Roma estromessa però dal campionato.

Puntellato il roster, la Juvecaserta ha esordito con la sconfitta casalinga contro una corazzata quale Ruvo di Puglia. Ma la cosa che più fa sorridere è che si è ritornato a respirare la grande passione sulle tribune. Sostegno che è andato crescendo con la serie di otto vittorie consecutive che ha lanciato la squadra nelle primissime posizioni della classifica. Successi che sono arrivati anche con grande pathos, in virtù di qualche tiro allo scadere che ha emozionato ancor di più il pubblico del PalaPiccolo. Peccato che il 2023 non sia iniziato sotto una buona stella. Alla ripresa del campionato c’è stata la sconfitta pesante sul campo della Virtus Arechi Salerno, poi la battuta d’arresto casalinga contro la Luiss Roma che è costata la qualificazione al primo turno di Coppa Italia. I due ko consecutivi nei derby contro Avellino e Sant’Antimo hanno fatto perdere posizioni in classifica a Caserta, che però il 5 febbraio scorso ha vissuto una grande emozione durante il match vinto contro un’altra big del girone D come Roseto. Infatti, in quella occasione sulle tribune del palazzetto c’erano sia Oscar Schmidt che Tato Lopez, due bandiere della Juvecaserta che fu, ritornati in città per diverse iniziative legate alla storia del club. Abbracciati calorosamente da tutti gli spettatori, hanno rappresentato una spinta emotiva non indifferente.

Ad oggi Caserta è ancora in lotta per la promozione in A2, anche se la strada è logicamente in salita. Ma quel che più conta, è la società solida guidata dal presidente Farinaro, che in questa stagione è stata affiancata da un ottimo sponsor come i supermercati Decò, che sta cercando di trovare la giusta stabilità per garantirsi un futuro luminoso. E poi dalle ceneri è rinato l’affetto dei tifosi per la squadra, aprendosi anche e soprattutto alle nuove generazioni. Un aspetto per nulla secondario per alimentare i successi sul parquet.



Uno sguardo al passato: un'incredibile e forse irripetibile storia di sport con una piccola città del Sud che si confronta con successo con le squadre delle grandi metropoli

Oscar, Gentile, Esposito e la sfida al Real Madrid

Una storia iniziata nel 1945 per merito della famiglia Piccolo che con l'arrivo dell'imprenditore Giovanni Maggiò è diventata leggenda. La rapida ascesa negli anni '80 con felici intuizioni: il nuovo e per l'epoca avveniristico palasport e la scelta di puntare su giovani casertani a sigillare lo spirito di appartenenza

CASERTA è senz’altro una delle province italiane che ha avuto il suo massimo splendore grazie alla pallacanestro. E come tante realtà, deve ringraziare l’influenza statunitense per la nascita di questa passione viscerale per il gioco inventato dal professor James Naismith nell’inverno del 1891 a Springfield. Non è un caso che questo nuovo sport sia riuscito ad attecchire nella città dove il 29 aprile del 1945 fu siglato l’armistizio alla Reggia di Caserta che decretava la resa incondizionata della Germania, ponendo di fatto fine alla seconda guerra mondiale. Gli alleati oltre alla pace portarono anche il basket, e in maniera del tutto amatoriale iniziarono a nascere le prime squadre locali. Si raccontano di infuocati derby tra la Oberdan e la Libertas, che si giocavano su campi improvvisati e che spesso terminavano anzitempo a causa di risse.

Un gruppo di appassionati decise di perseguire con maggior vigore questa passione. In particolare i fratelli Piccolo, Santino e Romano, i quali sono diventati i padri putativi del basket casertano e oggi è a loro intitolato proprio il vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro. Insomma, la pallacanestro aveva ammaliato soltanto la prima famiglia casertana, che ha avuto però il merito di gettare le basi di quella che era lo Sporting Club Juvecaserta, fondato nel 1951. Nome che alludeva alla squadra torinese della Juventus, anche se per alcuni anni i completini da gioco sono stati a strisce rosso e nero con un chiaro riferimento al Milan e ai colori dell’Oberdan. Si fusero insomma le fedi calcistiche e quella nascente per la pallacanestro, in un connubio che andò a radicarsi in città e in ogni persona, praticante o meno.

Il ritrovo dei cestisti casertani diventò ben presto il campo in terra battuta della palestra scoperta del liceo classico Pietro Giannone, ancora oggi in uso e dove sono cresciute le prime nidiate di giovani promesse. La propaganda e il lavoro tra e con i giovani, sin dagli albori, ha contraddistinto l’attività della Juvecaserta, nata anche come circolo ricreativo. Infatti le diverse iniziative servivano per garantire le risorse per sostenere le spese per affrontare i campionati. La grande svolta arriva nel 1971, quando appare sulla scena Giovanni Maggiò. Imprenditore edilizio bresciano, trasferitosi per lavoro all’ombra della Reggia vanvitelliana, grande sportivo appassionato anche di ippica, rileva il club e inizia a costruire quello che per antonomasia è considerato il ‘miracolo di Caserta’. Ma di miracolo, in realtà, c’è ben poco. Grazie ad un lavoro certosino, il cavaliere dà un’impronta professionistica e all’avanguardia alla società.

Prelevò i migliori giocatori dalla vicina Maddaloni per la prima promozione in A2 nel 1975. Poi ingaggiò Giancarlo Sarti quale general manager a tempo pieno e Bogdan Tanjevic come allenatore. Con l’arrivo del brasiliano Oscar Schmidt nell’estate del 1982, la Juvecaserta venne subito promossa in serie A iniziando quell’escalation che l’ha portata a farsi conoscere in Italia ed in Europa. Fulcro dei successi è stato il PalaMaggiò, l’impianto che fu costruito per volontà del cavaliere in cento giorni. Un edificio avveniristico per l’epoca, invidiato addirittura dalla dirigenza del Real Madrid, e che ospitò l’All Star Game del 1983. Eppure, nonostante gli ottimi risultati la squadra, che nel frattempo aveva inserito giovani fenomeni come Nando Gentile ed Enzo Esposito, sembrava essere un’eterna incompiuta. Cosa che per la verità fa storcere non poco il naso a tanti protagonisti di quegli anni. In sei stagioni la compagine bianconera disputò ben sette finali tra scudetto, Coppa Italia, Coppa Korac e Coppa delle Coppe, riuscendo a conquistare soltanto il trofeo nazionale del 1988. Pochi mesi dopo la dipartita del presidente Giovanni Maggiò.

La festa per lo storico scudetto della JC del '91
Tra gli altri Sandro Dell'Agnello e Nando Gentile

Memorabile la finale di Coppa delle Coppe del 1989 ad Atena, con il successo sfumato solo per un dubbio fischio arbitrale non ravvisato sul tiro di Gentile. Al supplementare il Real Madrid vinse 117-113 con Drazen Petrovic autore di 62 punti, mentre non bastò Oscar per i bianconeri che ne segnò 44. Cambiò però la visione che si aveva di Caserta. Prima erano solo giocatori sul viale del tramonto che si trasferivano in bianconero, poi come detto da Sergio Donadoni, erano tanti gli atleti che ci sarebbero venuti volentieri nel pieno della loro carriera come Brunamonti o Villalta. Con la guida del club che passò al figlio Gianfranco, fu cruciale l’estate del 1990. Con coach Franco Marcelletti che aveva già in precedenza sostituito in panchina Boscia Tanjevic, si preferì separarsi anche da Oscar e si puntò su due americani come Tellis Frank e Charles Shackleford. I due si ambientarono in men che non si dica nella realtà casertana, e insieme allo storico nucleo di giocatori raggiunsero l’apoteosi a fine campionato regalando alla città quell’agognato scudetto. La finale contro l’Olimpia Milano è storia della pallacanestro italiana, e rappresenta in pieno il successo della provincia sulla grande metropoli. Indelebili le immagini e le emozioni dei tifosi casertani che invasero il parquet del Forum, così come quelli che a tarda notte si recarono all’aeroporto di Capodichino per accogliere i vincitori.

Da quella vittoria, però, non si aprì alcun ciclo. Le finanze del club iniziarono a languire, ben presto i migliori giocatori partirono per squadre più blasonate e dove poter continuare ad alzare trofei, e prima nel 1994 arrivò la retrocessione in A2 e poi nel 1998 il fallimento. Quasi come se la storia si ripetesse, nel 2003 dalla fusione delle due formazioni cittadini dell’Ellebielle e dei Falchetti nasceva la Juvecaserta Basket. Dopo aver disputato un campionato di serie B d’Eccellenza acquisì il titolo per la LegaDue del Castelletto Ticino.

Nel secondo campionato italiano ci sono state una serie di delusioni legate esclusivamente al campo. La più grande quella del 22 aprile 2007, quando con la promozione in tasca la squadra seguita da 2246 tifosi perse incredibilmente a Pavia. Lì dove il leggendario Oscar trovò una seconda casa dopo l’addio a Caserta, fu una domenica nefasta. Ai playoff la squadra si presentò con le batterie fisiche e mentali scariche non riuscendo a conquistare la promozione in serie A che arrivò però nella stagione successiva. Con la vittoria sul campo di Jesi la Juvecaserta ritornò in ‘paradiso’, con un altro esodo da parte dei casertani che questa volta potettero esplodere in una grande festa. Il proprietario Rosario Caputo non badò a spese due anni dopo, con coach Pino Sacripanti in panchina e Jumaine Jones in campo a guidare la squadra capace di chiudere al secondo posto la regular season. A fermare la corsa in semifinale fu l’Armani Milano in una tirata gara 5 disputata al PalaMaggiò, dopo che Jones realizzò l’indimenticabile tripla del successo quasi allo scadere in un’altra tirata gara 3 che vide i bianconeri espugnare Assago e portarsi sul 2-1 nella serie. Con questo risultato, l’anno successivo, disputò il preliminare di Eurolega perso contro il Khimki.

Mentre la squadra continuava a militare in massima serie, negli anni ci sono una serie di cambiamenti della proprietà del club con Raffaele Iavazzi che ne diventa presidente. Addirittura si parla di un interessamento all’acquisto della società da parte di un fondo straniero che per settimane sembra portare avanti la trattativa tramite intermediari per poi sgonfiarsi tutto in una bolla di sapone. Al termine del campionato 2014/15, quello inaugurato con l’infausto record di 0 vittorie e 14 sconfitte con la guida tecnica che passò da Lele Molin a Zare Markovski e infine ad Enzo Esposito che aveva iniziato come assistente, arrivò la retrocessione. Con la rinuncia della Virtus Roma però, la compagine bianconera fu ripescata e come allenatore fu scelto un’altra storica bandiera come Sandro Dell’Agnello, da giocatore vincitore dello scudetto del 1991. L’avventura della ‘seconda’ Juvecaserta arriva al capolinea nell’estate del 2017, quando non è ammessa alla serie A.

Con un anno di digiuno di pallacanestro, la città torna a vedere un barlume di speranza nel 2018, quando Iavazzi acquisisce il titolo di serie B del Venafro riproponendo la vecchia denominazione di Sporting Club Juvecaserta. Dopo aver dominato la regular season, la squadra viene estromessa al primo turno dei playoff per mano di Nardò. Tutti increduli, giocatori e tifosi rimangono per svariato tempo dopo la sirena finale in campo e sulle tribune. L’estate ha comunque un suo certo lieto fine con il ripescaggio in A2 mentre viene nominato come allenatore Nando Gentile. È l’anno della pandemia, dei campionati soppressi, sul club pendono i lodi di alcuni ex tesserati e dopo altri dodici mesi Iavazzi fa un passo indietro. Il nuovo presidente Nicola D’Andrea cerca di sistemare le cose, in particolare tutta la parte burocratica. Allo stesso tempo lancia anche il progetto sportivo, con gli annunci dell’ex Mens Sana Siena Lorenzo Marruganti come general manager e di coach Max Oldoini, già a Caserta da assistente di Sacripanti e da capo allenatore in serie B due stagioni prima. Nonostante gli sforzi però, la squadra non riuscirà ad iscriversi in A2 perché bocciata la domanda dalla Covisoc. Cala così il sipario sulla ‘terza’ Juvecaserta.


* per la rivista Basket Magazine

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

mercoledì 22 marzo 2023

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

Un incidente ha fermato Alessandro per diversi mesi, ma ora il ragazzo di Maddaloni è pronto a riprendersi un ruolo di primo piano

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

«Sto sempre meglio. A 30 anni ho ancora sogni da realizzare. La Nba? Ho scelto io di non andarci. La Liga è clamorosa. Pozzecco ct scelta coraggiosa»


di Giovanni Bocciero*

 

RINASCERE come l’araba fenice, il mitologico uccello che molto bene può essere accostato ad Alessandro Gentile. Mito, perché quando si parla del nativo di Maddaloni c’è sempre un alone di grandezza che lo avvolge. Rinascere, perché dopo il brutto incidente di questa estate, che l’ha visto cadere da 4 metri e fratturarsi la vertebra cervicale, è ritornato a giocare, il che «è di sicuro molto bello. Chiaro che dopo tanto tempo sto riprendendo la condizione fisica». Ha scelto Udine per ripartire, in un campionato come l’A2 che per lui è completamente nuovo. Gli è stato però subito affidato il compito di guidare la squadra fuori dalla tempesta dopo l’esonero di coach Boniciolli e alcuni cambi al roster. «Sto a Udine solo da poco tempo, quindi piano piano sto sempre meglio e sto cercando di dare una mano. Abbiamo avuto dei cambiamenti da quando sono arrivato, per questo sto cercando di mettere l’esperienza che ho maturato negli anni al servizio della squadra. Cerco di facilitare il gioco per gli altri, e siccome il club vuole raggiungere obiettivi importanti darò il mio contributo per raggiungerli, in un campionato molto competitivo, con tante squadre costruite per arrivare fino alla fine. Noi dobbiamo pensare una partita alla volta, cercare di arrivare ai playoff nelle migliori condizioni fisiche possibili, consapevoli del fatto che se troviamo una continuità ed una consistenza nell’arco dell’intera gara - ha analizzato il figlio d’arte - possiamo mettere in difficoltà chiunque».

Alessandro Gentile, 30 anni, all'Apu Udine che si affida al giocatore
casertano per un salto di qualità in una stagione finora sotto le attese
(foto ufficio stampa)

Ale Gent come Basile, Fucka, Fontecchio, nella sua carriera ha giocato due anni con l’Estudiantes di Madrid in Liga Acb, un campionato ritenuto a furor di popolo il massimo in assoluto alle nostre latitudini. «È clamoroso, il migliore in Europa. C’è un’organizzazione ed un seguito sia come spettatori alle partite che per i diritti televisivi importante. La trasmissione delle gare in tv è molto superiore rispetto a quello che abbiamo in Italia, per non parlare della qualità della pallacanestro e della cultura sportiva che purtroppo noi non abbiamo. Tutto questo fa sì che la Liga abbia un appeal superiore a qualunque altro campionato». Questo si traduce anche nei «risultati della nazionale spagnola che parlano chiaro. Ci sono tanti ragazzi spagnoli che hanno l’opportunità di giocare da protagonisti sin da subito, anche se magari non sono giocatori stellari come quelli della generacion dorada. Tutti possono avere la loro occasione, e una cosa che mi ha colpito è che lì si parla spagnolo. Anche gli atleti stranieri si devono adeguare a questa condizione - ha sottolineato l’ex capitano dell’Olimpia -, e non il contrario. Credo che questa sia una cosa sacrosanta, ma in Italia parecchie volte siamo noi ad andare fin troppo incontro alle loro esigenze».

Gentile in campo ha sempre dato tutto, spesso uscendo anche fuori dalle righe proprio come Pozzecco, la cui nomina a ct dell’Italbasket «è stata una scelta coraggiosa. Il Poz è una figura di spicco della nostra pallacanestro, ma credo che sarebbe stato il primo a riderci su nel pensarsi in questo ruolo. Però ha dimostrato di essere comunque un ottimo allenatore, ottenendo dei risultati che ne giustificano la nomina». Nell’estate del 2019 Ale poteva essere allenato proprio dal Poz se si fosse definito l’ingaggio con Sassari, cosa che potrebbe comunque ancora avvenire in nazionale. «Ti dico la verità, al momento l’Italia non è nei miei pensieri. Credo che ci siano tanti giocatori che sono più giovani o che hanno più desiderio di essere protagonisti con la maglia azzurra, ed è giusto che abbiano il loro spazio. Poi, non ho più avuto contatti con la nazionale dopo i Mondiali in Cina, e quindi adesso non è tra le mie priorità».

30 anni compiuti lo scorso novembre, un’età con la quale si dice inizi una nuova fase della vita. E Gentile, dopo l’incidente e la prima esperienza in A2, presto diventerà anche papà. Ma c’è un sogno nel cassetto ancora da avverare? «Ce ne sono tanti, anche perché a 30 anni c’è ancora tanta voglia di fare e di ottenere, non solo dal punto di vista sportivo ma anche nella vita personale che non si conclude con la pallacanestro. Il fatto di diventare padre è un traguardo molto bello, anche perché ho sempre desiderato diventarlo. Vediamo col passare del tempo di continuare a sognare - la sua prospettiva -, di raggiungere sempre nuovi obiettivi». E riguardando indietro, c’è un rimpianto? «Rimpianto è una parola forte. Guardando indietro posso dire di aver cercato di essere sempre me stesso, leale e onesto con le persone con cui ho lavorato. Questa cosa però troppo spesso non è stata apprezzata. Non so se possa essere un rimpianto, ma posso dire che se potessi tornare indietro ragionerei di più con la testa e meno d’istinto. Questa è l’unica cosa di cui un po’ mi pento». Per l’ascesa della sua carriera, la Nba forse rimarrà un cruccio, anche se «ho scelto io consciamente di non andare quando mi volevano perché dove stavo mi sentivo felice. Poi quando pensavo di essere pronto non si sono più create le occasioni per andarci e questo mi è dispiaciuto. Ma non lo vivo come un rimpianto».

Per Ale nostalgia d'azzurro, ma ora applaude Pozzecco
e i suoi ragazzi (foto ufficio stampa)

Tanti in lui rivedono in campo papà Nando, per la sfrontatezza e la caparbietà. E proprio questi suoi atteggiamenti hanno creato due fazioni, i pro e i contro Ale Gent. Ma interiormente come hai vissuto questa cosa?
«Ricevere determinati insulti o appellativi non fa piacere a nessuno. Purtroppo troppe volte è passata un’immagine di me che non corrisponde esattamente alla realtà. Un po’ per colpa mia, un po’ per cose che non posso controllare. È una cosa che ho accettato da tempo, non mi fa piacere ma non posso farci nulla». Deciso e convinto sono altri due aggettivi che gli si possono affibbiare, evidenziati dall’aneddoto di gara 6 della finale scudetto contro Siena, quella del tiro di Jerrells passato alla storia. Con l’Olimpia spalle al muro, i genitori non volevano andare alla partita anche a causa del clima molto ostile. Invece lui li convinse a prendere posto dietro la panchina milanese. «Ho sempre cercato di essere me stesso, di essere positivo e di dare il massimo. Il fatto di aver iniziato a giocare molto presto, che mio padre è stato un grande giocatore, che tante persone hanno vissuto il mio successo precoce come ‘regalato’ può aver infastidito qualcuno. Questo però succede a tutti i livelli e in tutti gli sport, e quindi non mi sento l’unico. Potremmo fare centinaia di esempi di atleti criticati o presi di mira dai tifosi avversari. Fa parte del gioco e va bene così».

Sin da ragazzino ha viaggiato tanto, con il ritorno dalla Grecia dove non gli piaceva giocare a basket ai primi tiri con l’Artus Maddaloni dove era allenato proprio dal papà prima di spiccare il volo verso Bologna, Treviso e Milano. Per questo Ale considera ‘casa’ «dove sta la mia famiglia, a prescindere dal luogo fisico. Ovunque riusciamo ad essere, per me quella è casa. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto unita, sempre presente, e adesso di incontrare una persona con la quale sto creando una mia famiglia. Per cui per me casa è stare con queste persone, sentire la loro vicinanza». E proprio la famiglia è stata fondamentale nel momento di depressione, della quale è stato tra i pochi sportivi ad avere il coraggio di parlarne. «Nel mio caso credo che fosse presente in me da tempo, ma che è esplosa nel periodo della pandemia che ha rappresentato solo la punta dell’iceberg. Sono stato isolato, da solo, ho iniziato ad avere determinate paure, particolari pensieri: la mia carriera precoce, il fatto che su di me ci siano sempre state alte aspettative, non solo dal mondo circostanze ma che anche io stesso mi ponevo. Sono arrivato ad un certo punto nel quale tutto ciò mi ha assorbito. Mi sono messo a pensare a chi fossi, all’Alessandro come persona e non solo al Gentile giocatore. Mettere in ordine questi pensieri, queste sensazioni, non è stato facile ed è un lavoro che continuo a fare ancora tutt’oggi. Impari a convivere con queste sensazioni, ad accettarle, a gestirle. Non sempre è facile, ma ci sono persone che ti sanno aiutare. E credo che sia importante proprio circondarsi delle persone giuste - il messaggio dell’ex azzurro -, e ognuno deve fare il proprio percorso per capire come affrontare questi momenti. Credo che sia una dimostrazione di grande coraggio e forza ammettere a sé stessi di avere dei problemi. Nel mondo in cui viviamo è un argomento sempre più importante, perché è un mondo che ti porta a perdere contatto con la realtà, è sempre più virtuale, molto appariscente ma poco genuino. Il fatto di parlarne apertamente è stato un qualcosa anche per dare coraggio o positività a persone che soffrono di questi momenti e che fanno fatica a trovare qualcuno con cui parlarne».

Papà Nando da dirigente sta rilanciando il basket a Caserta, con una squadra che sta provando a risalire la china in serie B. Magari in futuro Ale potrà indossare la casacca bianconera. «Perché no. Sicuramente stanno creando una bellissima cosa. Caserta aveva bisogno di entusiasmo, di ripartire da capo. Mi sono allenato per un periodo con loro, sono stato a vedere diverse partite, si è creato un bell’entusiasmo intorno a questa squadra. In futuro vedremo, anche perché mi sento ancora abbastanza nel pieno della carriera - ha concluso Gentile - e non sto pensando dove smetterò. Ma non è una cosa che escludo».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 21 marzo 2023

Coppia d'assi: Skeens e McGusty, il bello di Piacenza

L'Assigeco può vantare il miglior rimbalzista e il top scorer del campionato: la miscela giusta per puntare ai playoff di A2

Skeens e McGusty, il bello di Piacenza

Due giocatori con caratteristiche opposte: un veterano e ottimo difensore il primo, all'esordio in Europa direttamente dal college il secondo dotato di raro talento offensivo


di Giovanni Bocciero*

 

MIGLIOR MARCATORE e talento cristallino l’uno, miglior rimbalzista e straordinario difensore l’altro. È l’identikit spicciolo della coppia di americani dell’Assigeco Piacenza, Kameron McGusty e Brady Skeens, che sta facendo letteralmente faville in serie A2. Entrambi nella top five per valutazione del campionato, sono stati fortemente voluti da dirigenza e staff biancorossoblù perché convinti che fossero i tasselli giusti per il sistema di gioco della squadra. E i risultati in campo gli stanno dando decisamente ragione. Non solo per le caratteristiche tecniche, l’uno offensivo l’altro difensivo appunto, Skeens e McGusty rappresentano quasi due poli opposti. Il primo ha già accumulato diverse esperienze in Europa, tra Finlandia, Israele e Turchia; il secondo è invece un rookie assoluto dopo aver concluso il suo percorso accademico con gli Hurricanes di Miami. Kameron è emotivamente più solitario; mentre Brady è molto disponibile e partecipa volentieri alle iniziative della società.

Kameron McGusty, 25 anni, miglior
bomber della A2, di recente lo ha
fermato un infortunio (foto ufficio
stampa)
In campo, però, parlano assolutamente la stessa lingua, e questo fa sorridere di gran gusto l’Assigeco. Il venticinquenne McGusty è un micidiale attaccante, non propriamente un tiratore da 3 ma sa segnare in qualsiasi modo, con folate sopra i 30 punti come in occasione dell’importante successo contro la Vanoli Cremona. Spesso e volentieri gli oltre 20 punti di media con i quali sta viaggiando in campionato li mette a referto già all’intervallo. Non ha paura di prendersi il proscenio, dopotutto voler cambiare ateneo perché c’è un Trae Young che ti ruba la scena non è da tutti. Per quanto sembri capace di poter sempre trovare una strada per il canestro però, in alcuni momenti perde la trebisonda e inizia a forzare tiri o si intestardisce in troppi palleggi. È anche normale nel suo caso, alla prima esperienza al di fuori del college. Ed è anche un aspetto accattivante, perché dovesse riuscire a limare questi difetti stiamo parlando di un giocatore superlativo che può ambire ai top club europei. Senza escludere una strizzatina d’occhio alla Nba, magari.

Il ventisettenne Skeens è un giocatore molto solido, e nonostante gli scarsi 2 metri d’altezza è di gran lunga uno dei migliori lunghi del campionato. La doppia-doppia è una costante, e anche lui come il connazionale è solito raggiungere il traguardo statistico già all’intervallo. Con l’infortunio di Galmarini, unico vero cambio del nativo del Kansas, è diventato da subito un perno della squadra. E proprio perché ha saputo immediatamente calarsi nel sistema di gioco, coach Stefano Salieri quasi non ne può fare a meno, togliendolo dal campo soltanto in occasioni davvero di necessità (è il più utilizzato dell’intero campionato). Grande combattente, giocatore intelligente che legge bene le situazioni di gioco - non a caso si ispira ad un interprete sopraffino del ruolo come Tim Duncan -, oltre ad essere verticale ha un tempismo innato. Ecco perché riesce ad arpionare oltre 12 rimbalzi a partita, addirittura arrivando a toccare quota 14 nell’impresa di Cantù contro un avversario del valore di Dario Hunt.

FUORI DAL CAMPO sono entrambi molto legati alla famiglia, ed amano mangiare bene e la cucina italiana. Brady ha ricevuto la visita della mamma ad inizio stagione, e a detta del direttore sportivo Alessandro Pagani «è uno degli americani più educati che abbiamo mai avuto. Il papà è un avvocato, e si vede che ha ricevuto una certa educazione». Lavoratore inesauribile, passa tanto tempo in sala pesi per curare la componente fisica. Sta cercando di imparare l’italiano, e spesso a fine allenamento o in qualche circostanza particolare prova a pronunciare qualche parola nella lingua di Dante. Gli piace mangiare fuori, e tante volte resta a pranzare al campus dell’Assigeco fermandosi a chiacchierare con i ragazzi del settore giovanile.

Kameron si diletta invece a cucinare da solo, stando attento a mangiare bene per tenersi in forma perché ha una cura maniacale per il fisico. Spesso chiede consigli su dove comprare determinati ingredienti e particolari spezie. Segue ogni sport americano, dall’Ncca alla Nfl, e nelle ultime settimane è venuto a trovarlo la mamma, che ha seguito la squadra anche in trasferta. «Sia Brady che Kameron erano le nostre prime scelte - ha sottolineato il ds Pagani -. Mentre per Skeens eravamo fiduciosi di poterlo ingaggiare, su McGusty le speranze erano più basse perché conoscevamo le capacità ed il potenziale del giocatore».

Brady Skeens, 27 anni, esplosione di
fisicità per il piacentino, dominatore
dell'area (foto ufficio stampa)
Il direttore sportivo biancorossoblù è entrato anche nel dettaglio delle trattative che hanno visto i due giocatori approdare a Piacenza. «Brady lo abbiamo firmato praticamente a giugno, perché ci piaceva ed era già un nome sul nostro taccuino da più di un anno. Abbiamo avuto la fortuna di poter organizzare la trattativa con l’agenzia italiana, il che ci ha permesso di concludere il tutto in maniera molto rapida e semplice. Entrambi sapevamo cosa volevamo: noi come club volevamo lui, e lui voleva giocare in un campionato competitivo come l’A2. È stato semplice sceglierlo perché, con l’uscita di Guariglia - ha analizzato Pagani -, volevamo un lungo che sapesse rollare sui pick and roll di Sabatini. Skeens è un giocatore che rispecchia in pieno tutte le prerogative che ci eravamo prefissati durante il mercato».

«Kameron è stato invece il nostro ultimo acquisto, ad agosto inoltrato, perché eravamo alla ricerca del profilo del giocatore giusto che fosse ovviamente forte. Abbiamo scandagliato tanti nomi, e tanti altri sono stati accostati al nostro club. Per noi è inconsueto prendere un giocatore in tardo agosto. Era sulle liste di squadre anche di prime leghe, e dunque per ovvie ragioni più quotate di noi, e per questo siamo rimasti contenti che abbia accettato tra tutte la nostra proposta. Il suo obiettivo è quello di fare bene in un campionato come il nostro, soprattutto nel suo primo anno in Europa, per far sì che in futuro gli si possano aprire porte di palcoscenici più importanti, ai quali sono sicuro che può ambire». Da questo punto di vista, sia Markis McDuffie che Gabe Devoe, suoi predecessori nel ruolo di guardia all’Assigeco, sono un bel biglietto da visita da poter presentare. «Conosceva entrambi, sapeva che hanno fatto molto bene da noi, e dunque oltre all’aspetto puramente tecnico e tattico - ha rivelato Pagani -, questo è stato un incentivo in più affinché decidesse di sposare la nostra causa».

PRIM’ANCORA che atleti però, sono due splendidi ragazzi sia dentro che fuori dal campo, apprezzati come ovvio che sia dal loro allenatore, che prova a fargli le carte per il futuro. «Innanzitutto è un piacere allenarli perché sono due ragazzi che stanno cercando di crescere e migliorare. La loro applicazione e serietà - il commetto del coach biancorossoblù - negli allenamenti è eccezionale. E poi hanno una disponibilità che spesso si fa fatica a trovare nei giocatori stranieri. Sono dei bravi ragazzi, e questa è un’altra qualità importante. Kameron, che è al primo anno fuori dagli Stati Uniti, ha un gran talento e ambisce a palcoscenici come l’Eurolega. È il suo obiettivo, ma credo che debba crescere soprattutto per quanto riguarda l’impatto fisico. E il suo salto di qualità passa anche dal fatto che deve diventare un giocatore più di sistema. L’esperienza di questa sua prima stagione da noi gli potrà senz’altro essere d’aiuto, e di questo ne siamo orgogliosi. Per quanto riguarda Brady, invece, credo che ogni squadra ne vorrebbe uno. A me è bastato vedere una clip per capire che era il giocatore adatto al nostro modo di giocare. È un giocatore molto di sistema. Tra i due lui dovrebbe migliorare sull’aspetto individuale, diventando un punto di riferimento in pericolosità offensiva. Ma è prezioso in ogni piccolo dettaglio, perché sa passare il pallone ed è intelligente, si sacrifica, non si tira mai indietro, ed è destinato - ha concluso coach Salieri - a salire di categoria purché migliori al tiro».

«Brady, che ha maggiore esperienza europea, può di sicuro aiutare Kameron nelle situazioni che si trova ad affrontare - ha sottolineato ancora il ds Pagani - al suo primo anno da professionista, per di più lontano da casa». Ma per McGusty, sia dentro che fuori dal campo, «è stato semplice ambientarsi con un nuovo tipo di cultura, e non sono rimasto deluso dal cibo - ha detto il nativo di Houston - del quale tutti parlano bene anche negli Stati Uniti. Le persone sono fantastiche e questo riguarda ovviamente anche il club. Il campionato è davvero molto competitivo, con allenatori preparati e giocatori di talento, e noi lavoriamo ogni giorno per arrivare ai playoff». Se Kameron è concentrato soprattutto in campo, e guarda dritto avanti a sé al traguardo da raggiungere, Brady pur ben conscio dell’obiettivo da centrare riesce a godersi di più la vita, «che qui è molto rilassante. Per quanto riguarda il cibo è il più buono che abbia mai mangiato. Mi piacciono i compagni di squadra, e i dirigenti sono davvero molto disponibili. L’A2 è fin qui il campionato di più alto livello nel quale abbia mai giocato - ha detto il lungo -, con ottimi giocatori sia stranieri che italiani. Questo rende ogni partita molto complicata per chiunque». 

Il ds Pagani e il mercato: «Scegliere gli americani giusti»

Markis McDuffie, 25 anni, uno dei molti
ottimi americani scelti dall'Assigeco
negli ultimi anni (foto ufficio stampa)
Se si guarda all’Assigeco Piacenza, negli ultimi anni, ha sempre azzeccato gli americani. Non è un caso che la compagine biancorossoblù sia stata trampolino di lancio per giocatori come Markis McDuffie e Gabe Devoe. «Non abbiamo scout che ci segnalano particolari profili di giocatori - ha rivelato il ds Pagani -, ma durante la stagione ne valutiamo diversi, sia dei campionati italiani che di quelli esteri. Il lavoro nell’arco dell’anno ci porta poi a stilare una lista di nomi papabili in estate, considerando quella che è la fisionomia di squadra che vogliamo costruire, e così poi iniziamo le trattative. Non sempre riusciamo a prendere chi abbiamo in cima alla lista, ma abbiamo valide alternative. Il nostro lavoro si basa su una ricerca non solo tecnica ma anche fuori dal campo. Gli assistant coach, ad esempio, sentono gli allenatori stranieri per i quali i ragazzi hanno giocato. Coach Salieri prim’ancora che delle qualità cestistiche vuol conoscere l’aspetto comportamentale di un atleta. E se un giocatore, pur fortissimo, ha degli atteggiamenti molto al limite, farà fatica ad approdare in casa Assigeco. Prima di tutto l’aspetto umano: bravi ragazzi, ottime persone. La tecnica ha ovviamente la sua importanza - ha concluso il direttore sportivo -, ma profili di difficile gestione non fanno al caso nostro».


* per la rivista Basket Magazine

martedì 31 gennaio 2023

Speciale. Livorno e il basket: un amore senza fine

Alle radici della pallacanestro labronica con Pielle e Libertas che sono tornate e lottano per la promozione in A2 dopo anni di anonimato lontane dalle serie maggiori. Una storia antica che si rinnova e che stimola rivalità mai sopite

Quasi ottomila spettatori per un derby

dal clamoroso record in serie B

Il basket a Livorno nasce nel dopoguerra grazie alla presenza di una base americana trovando subito terreno fertile e grandi campioni


di Giovanni Bocciero*


LA PROVINCIA è da sempre una preziosa risorsa per tutto il movimento cestistico italiano. È quel terreno fertile dove si sono scritte, e si continuano a scrivere, pagine importanti della nostra pallacanestro. Storie e personaggi che si fanno portabandiera di decine di comunità, che rendono romantico quanto mai questo gioco. E Livorno è senza alcun dubbio uno di quei fantastici luoghi dove queste storie prendono vita. Dalla storica quanto amara finale scudetto persa dalla Libertas nel lontano 1989, all’ultimo derby contro la Pielle che ha visto quasi 8 mila spettatori prendere d’assalto il Modigliani Forum, proprio come succedeva con l’allora PalaAllende. C’è un filo rosso che unisce però quegli anni a quelli odierni, e non solo per un clima al palazzo dall’illustre passato.

Livorno, una passione mai morta: una panoramica dei sostenitori
sugli spalti nel derby di dicembre (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)

Un’eredità tramandata da padre in figlio, da Andrea Forti guardia della Livorno arrivata ad un canestro dallo scudetto, a Francesco Forti play della rinascente Libertas. «Soprattutto in questi ultimi anni, da quando il basket livornese si è riaffacciato sul panorama nazionale, è stata ricordata in diverse occasioni la finale di papà - ha esordito Francesco Forti - che per motivi anagrafici ho vissuto solo per sentito dire. Situazione analoga a quegli anni è di sicuro la voglia dei tifosi di venire al palazzetto per vedere le partite, sia in casa che in trasferta. È un affetto il loro non così scontato, perché il gruppo di sostenitori di sicuro più solido deriva da quei tifosi che andavano a fare il tifo per mio padre, e quindi hanno una certa età. Ma la loro passione che non si è mai affievolita ha portato a coinvolgere molti giovani, e questo è stato un bene per la città tutta, smuovendo l’intero ambiente».

«La pallacanestro a Livorno è sempre stato il pane quotidiano nelle case dei livornesi - ha dichiarato Tommaso Fantoni, altro giocatore livornese doc che oggi gioca per la Libertas -. Soprattutto negli anni ’80, quando c’erano due squadre di alto livello in serie A, si percepiva più interesse per il basket che per il calcio. Questo ha fatto sì che in città si respiri questa grande tradizione cestistica anche perché, nonostante nell’arco della storia ci siano state fusioni o fallimenti come un po’ ovunque, qui si mastica pallacanestro da molto molto tempo». Fantoni è stato tra gli ultimi ad aver giocato in massima categoria con un club della città. «Ho disputato l’ultima stagione di serie A 2006/07 con il Basket Livorno, e ricordo ancora l’inaugurazione del Modigliani Forum, strapieno, che fu una emozione strepitosa. Quella era una squadra esente dalla rivalità tra Libertas e Pielle, e rappresentava la città in toto. Quindi veniva seguita un po’ da ambo le parti, da quei tifosi che continuavano ad amare la pallacanestro e che non si erano offesi del fatto che c’era stata la fusione, a differenza di molti che - ha ricordato il giocatore libertassino - non seguirono più le vicende del basket perché non volevano stare insieme ai cugini».

Oggi il derby è più vivo che mai. Lo dimostrano non solo gli 8 mila spettatori che, per una gara di serie B è un vero e proprio record, ma soprattutto l’atmosfera che c’è intorno. Una sfida rianimata dalle grandi ambizioni di entrambe le formazioni livornesi, che si stanno giocando le prime posizioni in classifica. E questo ha portato intere famiglie e diverse generazioni a ritornare ad affollare le tribune. Nonni, padri, madri, figli e nipoti che alimentano la passione per la rispettiva fede, e per il basket in generale. Ma soprattutto per quella che può essere a tutti gli effetti definita la ‘festa di Livorno’, visto che l’evento ha attirato anche semplici appassionati che non parteggiano né per la Pielle né per la Libertas, ma che amano profondamente la loro città.

«Una squadra tira l’altra. È questa la pozione magica che è avvenuta in questi tre anni - ha analizzato Forti -, con l’approdo della Libertas in serie B che ha portato la Pielle ad investire nel corso di queste stagioni. E il fatto che oggi siano insieme è la soluzione migliore, perché questa rivalità sia nel panorama nazionale che cittadino spinge a migliorarsi sempre di più». «La passione non è tramontata, e per me che sono ritornato a giocare a Livorno quest’anno - ha aggiunto Fantoni - è stata una enorme e piacevole sorpresa. Non mi aspettavo un seguito di oltre 2 mila spettatori nelle partite di cartello, che per una serie B sono davvero tante. Questo è possibile grazie alle nuove leve che frequentano il palazzetto, e grazie anche ad una buona promozione nelle scuole, con la passione che si tramanda da genitore in figlio. Per questo sono rimasto a bocca aperta».

Pensieri che, espressi da due livornesi possono anche sembrare ovvi. Ma se a rimanere esterrefatto della passione che si respira in città per la pallacanestro è un giocatore esperto, che in carriera ha militato in diverse piazze calde, allora bisogna crederci senza indugiare. Il trevigiano Federico Loschi, ingaggio di spessore della Pielle, sa bene cosa significa vivere per la palla a spicchi, e infatti «ho firmato a Livorno proprio per la passione che c’è in città per la pallacanestro. Dopo due anni alla Real Sebastiani Rieti volevo tornare in A2 ma non c’era nulla di così allettante rispetto a quello che si prospettava come giocare il derby tra Pielle e Libertas, che già l’anno scorso ha richiamato circa 4 mila spettatori e quest’anno il doppio. Avendo giocato a Rieti, e nel mio passato anche a Scafati, a Brescia, a Trieste, amo queste realtà dove si sente molto il basket. Però di sicuro non mi aspettavo che Livorno fosse così empatica con i giocatori, e questo si vede nel fatto che ovunque vai e con chiunque t’incontri finisci per parlare di basket».

Non sono solo frasi fatte, è la quotidianità di una comunità che è legata in maniera inscindibile alla pallacanestro. Per questo «mi capita praticamente sempre di incontrare persone con cui parlo di basket, sia che tifano Pielle oppure Libertas - ha continuato Loschi -. Avendo due bambini e la mia compagna che mi segue ovunque, faccio una normale vita familiare. Dunque vado dal macellaio che è libertassino, e col quale prima del derby ci siamo scambiati delle battute. Oppure c’è il tabaccaio che è piellino e così non ti fa pagare. È assurdo che ovunque vai si respiri questa atmosfera. Mi è capitato addirittura di fermarmi in un alimentari a caso dove una signora mi ha riconosciuto e mi ha detto che gioco per la vera squadra di Livorno, riferendosi ovviamente alla Pielle. I livornesi vivono proprio per questo derby, per questo dualismo, ed è una roba incredibile che senti ovunque in città».

Il bel colpo d’occhio dell’ultimo derby tra Libertas e Pielle ha permesso di riaccendere le luci su una piazza che manca da troppo tempo nel basket che conta. Una piazza che può esprimere addirittura due squadre di gran livello, e che sono entrambe ambiziose. «Come Libertas abbiamo l’ambizione di riportare la squadra e la città dove le compete, e dunque il sogno è di ritornare in serie A il prima possibile - ha dichiarato Forti -. Importante è organizzare tutte quelle cose necessarie per riuscire ad essere un club di alto livello, dalla dirigenza al palazzetto». «Gli obiettivi sono di sicuro a scalare. Dato il campionato che affrontiamo vogliamo arrivare nelle prime quattro posizioni - ha aggiunto Fantoni -, che ci permetterebbe di arrivare ‘al bello’ con la disputa dei playoff. Questo sarebbe già un buon risultato nella programmazione della società che è rinata dalle proprie ceneri e si sta facendo le ossa. Se arrivasse la promozione ben venga, altrimenti resteremo in cadetteria con l’intento, grazie alla proprietà, di affrontare sempre al meglio un campionato che sarà ancora più assottigliato vista la riforma di quest’anno».

Il derby dell'8 dicembre al PalaModigliani è stato vinto dalla Pielle 61-59
La rivincita è in programma il 5 aprile (Foto ufficio stampa Libertas Livorno)
 

Se sulla sponda Libertas si punta alla promozione, senza alcun timore di essere smentiti, anche dal lato Pielle si nutrono forti aspettative su quello che potrebbe essere il salto di categoria. «Ad inizio anno, quando sono stato presentato, quasi non conoscevo nessuno dei nuovi compagni di squadra, eppure - ha dichiarato Loschi - si parlava di grandi ambizioni. Venendo da due anni dove con Rieti ho giocato nella squadra più forte del campionato, senza riuscire a vincerlo, puntare alla promozione mi sembrava difficile. Invece, allenandomi tutti i giorni con loro da sei mesi ormai, mi sono reso conto che dobbiamo e possiamo arrivare fino in fondo. Siamo una squadra giovane, che si allena bene, e adesso che ci siamo fatti un’idea più concreta del campionato affrontando anche formazioni forti ed importanti, posso dire che possiamo vincere». Causa infortunio, Loschi è stato costretto a guardare il derby da fuori, ma scalpita nel rientrare per prendersi tutto l’affetto della sua tifoseria. «A livello personale sono infortunato da abbastanza tempo, quindi con la ripresa del campionato rientro quasi come fossi un nuovo acquisto. Ma ho dato tutto quello che potevo prima di fermarmi e darò tutto quello che posso adesso che ritorno - ha concluso il giocatore piellino - essendo comunque uno dei due giocatori più esperti del roster».


Come eravamo: Fantozzi, Dell'Agnello e quegli anni ruggenti

LIVORNO manca da ben sedici anni in serie A. Era la stagione 2006/07 quando il Basket Livorno terminò il campionato in ultima posizione facendo scivolare un’intera piazza nel dimenticatoio della pallacanestro italiana, pur provando più volte a rinascere dalle sue stesse ceneri. Il basket livornese è comunque un punto di riferimento importante per il movimento cestistico nostrano, tant’è che fonda le proprie radici «nel dopoguerra, grazie all’influenza proveniente dalla base americana - ha ricordato Alessandro Fantozzi - situata nei pressi della città. Questo fece conoscere e poi sviluppare questo amore e questa passione per il basket divenuta col tempo inscindibile per il mondo sportivo livornese. Questo legame storico con la pallacanestro ha rappresentato, e rappresenta, la città di Livorno».

Nel 1947 nasceva la Libertas, con la quale Fantozzi ha disputato la finale scudetto del 1989; la Pielle vedeva la luce invece nel 1960 (come Portuale), arrivando a lanciare negli anni successivi Sandro Dell’Agnello, per il quale «la pallacanestro a Livorno ha una storia di lunga data, consolidata nel tempo, con gli appassionati sempre pronti a seguirne le vicende con grande passione e fermento. Ovvio che gli si deve presentare un qualcosa di accattivante. Quest’anno le due principali squadre livornesi hanno allestito due roster molto competitivi e i risultati, in campo e fuori, si stanno vedendo. Specialmente nel derby che è una rivalità storica e lontana negli anni».

Terza in comodo, con molti più successi a livello giovanile, la Don Bosco, che ha comunque contribuito a rendere importante Livorno nel panorama cestistico nazionale. Pielle e Libertas hanno raggiunto l’apice negli anni ’80, disputando degli storici quanto accesi e bellissimi derby in massima serie. Successivamente entrambe le società sono fallite, con una costola della dirigenza Libertas che assorbendo proprio la Don Bosco ha provato a far ripartire la vecchia realtà, divenuta poi una fusione delle varie compagini. Cosa che ha portato alla nascita del Basket Livorno, per certi versi la squadra che rappresentava tutta la città, e che è stata l’ultima formazione ad aver calcato i parquet di serie A, prima di fallire nel 2009. Nel 2000 intanto, la Pielle ha provato a rinascere dalle sue ceneri. Ha iniziato a disputare i campionati di livello più basso, venendo promossa prima in serie D nel 2007, poi in serie C2 nel 2014, e infine in serie B due stagioni fa dopo aver sfiorato in due occasioni precedenti la promozione, una proprio contro gli acerrimi rivali.

«In tutte le città dove c’è una grande passione per uno sport, nel momento in cui ci sono due fazioni, il derby diventa un momento di grande coinvolgimento per tante persone - ha continuato Dell’Agnello - che magari normalmente se ne disinteressano. La rivalità tra Pielle e Libertas non si è mai sopita, e adesso che può essere rinverdita ad un ottimo livello, con due squadre che stanno primeggiando in serie B, la gente è ancor più partecipe e si fa sentire. Quello che mi fa piacere e che mi è stato raccontato, non potendo essere presente al derby, è che il Modigliani Forum, che è uno degli impianti più belli d’Italia, era pieno. E nonostante il grande afflusso di pubblico tutto si è svolto in un clima di grande correttezza. Questo mi rende felice due volte, sia per il folto pubblico che per la correttezza che hanno tenuto le due fazioni, tra di loro molto rivali».

Coach Sandro Dell'Agnello, livornese doc,
nell'immagine ai tempi di Caserta (Foto Iodice)

L’ultimo derby di Livorno disputato lo scorso 8 dicembre ha suscitato davvero tanto clamore, soprattutto a livello mediatico. Ha fatto così tanto da cassa di risonanza, riposizionando la città sulla mappa della nostra pallacanestro, che è stata strappata alla federazione la promessa di disputare il prossimo impegno della nazionale. Italia che affronterà l’Ucraina il prossimo 23 febbraio, in occasione dell’ultima finestra Fiba per le qualificazioni al Mondiale 2023. Obiettivo già raggiunto dagli azzurri del ct Pozzecco. E proprio il Modigliani Forum potrebbe fare da cornice a quell’incontro: manca l’ufficialità, ma ci sono tutte le premesse affinché ciò si realizzi.

Dopo il primo fallimento, la Libertas ha salvato il patrimonio del settore giovanile unendosi alla Liburnia, realtà nata nel 1979. A piccoli passi, nel 2017 è arrivata la promozione in serie B. Un traguardo macchiato però dalla successiva doppia retrocessione sino alla C Silver. Così nel 2019 è stata rifondata l’attuale Libertas, che ha acquistato il titolo del campionato cadetto dalla Stella Azzurra Roma, e nelle ultime due stagioni ha sfiorato il salto di categoria in A2. «Il derby è uno scontro che va al di là dello sport. È una stracittadina - ha aggiunto Fantozzi - che ha luogo in un comune comunque piccolo come quello di Livorno, con le passioni e la voglia di confrontarsi che ricade anche e soprattutto nei rapporti tra famiglie. Ai tempi d’oro, quando Libertas e Pielle militavano entrambe in serie A, non c’era una famiglia che non avesse qualche tifoso per l’una o l’altra squadra. Oltre ad esserci fidanzati che magari erano delle parti opposte e che per un giorno o una settimana non si parlavano. Questo fa parte anche della goliardia livornese e del nostro modo di essere molto passionali».

L’elenco dei protagonisti della nostra pallacanestro che ci ha regalato la città di Livorno è davvero molto lungo, tra giocatori e allenatori. Dell’Agnello ha iniziato la sua carriera di tecnico proprio con il Basket Livorno, guidato per tre stagioni fino al fallimento. Fantozzi si è ritirato da atleta a 44 anni giocando in serie C con la Libertas Liburnia, mentre nella passata stagione ha allenato la rinata Libertas. Segno inconfondibile che da livornesi doc sono rimasti legati alla loro identità.

«La pallacanestro livornese sta avendo un bell’impulso con le nuove realtà - ha osservato Fantozzi -, ed è evidente dal folto pubblico che ha partecipato all’ultimo derby. Le società attuali stanno facendo degli sforzi per cercare di rispolverare gli antichi fasti dei due club. È un percorso non semplice, dove si intrecciano tante componenti, ma la speranza da livornese è che si possa ritornare a vedere un derby in serie A. È una cosa estremamente complicata e difficile - ha concluso il libertassino -, ma la speranza è l’ultima a morire». «L’auspicio è che ci siano le basi affinché la città possa rivedere la pallacanestro in serie A. La toccata e fuga non servirebbe a nessuno - ha dichiarato il piellino Dell’Agnello -, per questo auguro ad entrambe le società di consolidarsi sempre di più e che possano presto riportare la massima categoria in città».


* per la rivista Basket Magazine