domenica 28 maggio 2023

Voigtmann è stellare e l'Olimpia domina Sassari

Voigtmann è stellare e l'Olimpia domina Sassari

di Giovanni Bocciero*

Al Mediolanum Forum di Assago va in scena gara 1 della semifinale scudetto tra Olimpia Milano e Dinamo Sassari. Le due formazioni hanno superato i quarti di finale dei playoff con un 3-1 rifilato rispettivamente a Pesaro e Venezia. Serie diverse, visto che Milano ha avuto vita facile contro i pesaresi, con l’unica distrazione in gara 3; mentre Sassari ha dovuto sudare molto di più nella sfida equilibrata contro i veneziani, che con il fattore campo avevano iniziato vincendo gara 1. Adesso però si tratta di tutt’altra storia, e questa è solo la prima pagina da scrivere.

Pronti, via, Voigtmann imprime subito il suo marchio sul match. 11 punti con tre triple per il tedesco che lanciano i padroni di casa sul 13-5. La gara è quasi a senso unico, con Shields che emula il compagno di squadra. Milano è molto accorta anche in difesa, lasciando poco o nulla agli avversari. Così coach Bucchi è costretto a chiamare un timeout per provare a mettere qualche granello di sabbia nei meccanismi Olimpia. Al rientro sul parquet, anche Napier s’iscrive al festival da 3. Ironia della sorte, dopo un perfetto 5/5 il primo errore dall’arco è di Baron, il cui tiro è sputato dal ferro. Milano inizia a commettere qualche errore, ma gli ospiti non riescono in alcun modo a prendere le misure alla difesa avversaria che continua ad intercettare palloni. L’ultima azione è ben giocata da Sassari, con due penetra e scarica che alla fine premiano Diop, che sulla sirena segna il 25-12.

Milano continua a martellare dall’arco con le bombe in serie di Datome e Tonut. Sassari non vuole avviare un tiro al piccione, e prova ad arrivare con insistenza vicino al canestro coinvolgendo Diop. La tattica però non premia più di tanto, con i padroni di casa che flirtano pericolosamente con le venti lunghezze di vantaggio. Voigtmann rientra, segna la quarta tripla continuando il suo percorso perfetto, ed esce. La Dinamo tenta quantomeno di difendere a denti stretti, ma un paio di fischi la penalizzano oltremodo. Dopo essersi messo a disposizione della squadra con la distribuzione di tre assist, il più 20 lo segna Baron con la specialità della casa: il tiro pesante. Guai a far entrare in ritmo il cecchino biancorosso, che poco dopo si alza di nuovo dai 6,75 segnando il 47-26. Sassari prova a tenere botta, segna con Jones ma Bucchi ha qualcosa da dire agli arbitri e si becca il fallo tecnico, tornando negli spogliatoi sotto 52-29.

Dopo l’intervallo le ‘scarpette rosse’ cambiano spartito, e nei primi tre attacchi servono i lunghi. Ne approfitta Melli per eseguire una bimane devastante. Visto l’andazzo del match, l’azzurro ha lasciato la scena ai compagni. Come Voigtmann ad esempio, che si ricorda di essere ‘on fire’ e manda a bersaglio la quinta tripla. Sassari dal canto suo non riesce a reagire, e continua a vivere una partita sempre in affanno. Stephens segna con la schiacciata spettacolare il -25, ma Tonut col gioco da tre punti fa esplodere per l’ennesima volta il Forum. Gentile prova a metterci un po’ di ‘cazzimma’, ma i compagni non lo seguono e alla fine arriva addirittura il -30 (76-46).

La fotografia della gara Dinamo sta forse tutta nella prima azione con cui iniziano gli ultimi 600 secondi dell’incontro: Diop anticipa Biligha e ruba palla, parte in contropiede ma il pallone gli sfugge dalle mani e finisce fuori dal campo. Sassari non tira neppure male, visto che è sopra il 40% da 3, il problema è che gli avversari sono abbondantemente sopra il 50%. Scollinata metà frazione, la gara è ormai in discesa per l’Olimpia. Ne approfittano gli ospiti che ‘zitto zitto’ piazzano un parziale di 9-0 grazie ai canestri di Robinson e Dowe. Interrompe la striscia sassarese Napier dalla media. Il finale è comunque in scioltezza per la squadra di Messina che domina gara 1 e si porta in vantaggio nella serie col 95-72 finale. A Sassari non resta che provare a far meglio. Deve fare meglio se vuole avere qualche possibilità in questa semifinale scudetto. Soprattutto ha bisogno di avere un maggiore impatto sin dall’inizio, perché forse è stato quello il peccato originale: aver permesso all’Olimpia di entrare subito in fiducia così da prendere un largo vantaggio che ha saputo gestire nella ripresa.


* per Basket Magazine

sabato 27 maggio 2023

Riccardo Rossato: «Massimo impegno e non mollare mai, così si arriva»

Intervista al capitano dello Scafati Basket, che è riuscito a spuntarla nella corsa salvezza nel campionato di serie A. Con Riccardo Rossato abbiamo parlato delle sue esperienze, di come è andata la stagione con l'esordio in Lba, dei playoff e dei temi caldi di questi giorni.



giovedì 18 maggio 2023

Biagio Sergio: «Mai dimenticare le proprie origini»

Con il capitano della JuveCaserta 2021 parliamo della nuova avventura in bianconero, dell'andamento del campionato di serie B e delle esperienze avute nell'arco della sua carriera, ricordando la grande tradizione della pallacanestro campana


Cuore Napoli - Virtus Cassino, semifinale serie B 2016/17





A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Le parole dei protagonisti di quell'impresa, l'emozione che ancora suscita in chi l'ha vissuta regalando al nostro sport e agli appassionati di basket la prima grande vittoria europea

A quarant'anni di distanza il ricordo dell'oro di Nantes

Brunamonti, Gilardi, Riva, Sacchetti e Villalta raccontano: «Eravamo amici dentro e fuori dal campo. Abbiamo indicato la strada: dopo di noi una scia di successi per almeno vent'anni»


di Giovanni Bocciero*

 

NANTES ’83 rimarrà per sempre il successo che ha tracciato la strada per l’Italia dei canestri. Il primo grande appuntamento nel quale la nazionale riuscì a salire sul tetto d’Europa imponendosi sull’Est Europa, che con Jugoslavia e Unione Sovietica aveva sempre dominato la competizione. Nelle parole dei protagonisti in campo si può avvertire ancora oggi, a distanza di 40 anni, un’emozione indescrivibile.

«Nonostante i tanti anni l’emozione è sempre molto grande, perché è stata una tappa fondamentale della carriera mia e dei miei compagni - ha esordito Roberto Brunamonti -. Era il primo Europeo che vincevamo, e lo vincemmo in maniera meritata e da imbattuti». «L’emozione è quella di esser stati parte di una squadra che ha compiuto un’impresa della quale se ne parla ancora - ha commentato Enrico Gilardi -. Fortunatamente quella vittoria è stata poi replicata, ma noi siamo stati i primi ad ottenere un risultato che a quei tempi era inimmaginabile che potesse essere alla nostra portata». «Non ce n’è solo una ma sono tante le emozioni provate in quel Europeo - ha ricordato Antonello Riva -. Dalla vittoria in volata all’esordio contro la Spagna alla famosa rissa con la Jugoslavia, un turbinio di sensazioni che ci ha aiutato ad avere una crescita costante nell’arco del torneo». «È una delle poche vittorie da giocatore - ha dichiarato Sacchetti -, ed è per me una cosa indimenticabile. Quando abbiamo festeggiato ho preso una botta all’occhio, ed è per questo che nelle foto porto sempre gli occhiali». «La corsa di Caglieris col pallone sotto al braccio e la commozione di Aldo Giordani - ha rammentato Renato Villalta - sono momenti indimenticabili».

Quell’Italia del ct Sandro Gamba, con gran parte dei protagonisti a formare uno zoccolo duro, arrivava dall’argento alle Olimpiadi di Mosca del 1980, quelle del boicottaggio statunitense. All’Europeo dell’81 si classificò quinta e per questo non partecipò al Mondiale dell’anno successivo. Durante la preparazione perse due volte contro la Jugoslavia, con cui ci fu una vera e propria resa dei conti con la vittoria nella famigerata gara della rissa durante il girone di qualificazione. Girone inaugurato con un’altra sofferta vittoria contro la Spagna, avversaria ribattuta poi in finale. Un’impresa che per il movimento italiano «ha rappresentato un punto di partenza - secondo Brunamonti -. Per la pallacanestro italiana ha significato entrare nell’olimpo delle nazioni che potevano fregiarsi di determinate vittorie e medaglie. Siamo stati la generazione che ha indicato la strada, e ne è seguita una scia sulla quale si sono susseguite altre grandi nazionali che hanno rinverdito e ripetuto quei successi con altrettanto merito ed importanza». «Quel successo ha dato fama e pubblicità a tutto il movimento - secondo Villalta -. Tutti i giornali ne parlavano, e i tifosi ci aspettarono al rientro a Milano. È vero che venivamo dall’argento di Mosca, ma l’oro ha un sapore particolare». «Eravamo partiti un po’ sfiduciati perché la preparazione non era stata il massimo - ha ricordato Sacchetti -, nonostante sulla carta eravamo un’ottima squadra. Poi la vittoria rocambolesca con la Spagna ha acceso in noi una fiamma, e sull’onda di quella spinta abbiamo costruito la vittoria con la quale abbiamo aperto una porta importante per tutto il movimento»». «Quel successo è stato da traino anche se in quegli anni abbiamo toccato l’apice con il nostro movimento anche a livello di club - ha riflettuto Riva -. Il basket si è avvicinato tanto alle persone ed è entrato nelle case degli italiani quasi ad eguagliare il calcio».

In effetti se l’oro di Nantes era la prima grande affermazione della nazionale azzurra, le squadre italiane avevano già vinto tanto in Europa. Varese dal 1970 aveva disputato dieci finali consecutive di Coppa Campioni, vincendone 5, Cantù fece la doppietta nell’82 ed ’83 in un derby con Milano, e Roma vinse nell’84. Milano, Cantù e Varese conquistarono ininterrottamente la Coppa Saporta dal 1976 all’81, e Pesaro alzò quella dell’83. In Coppa Korac si affermò Rieti nell’80, nell’85 ci fu il derby tra Milano e Varese e nell’86 quello tra Roma e Caserta. Insomma, «la questione di fondo è che i giocatori italiani avevano un maggiore minutaggio nelle coppe europee - ha continuato Riva -. Eravamo fortunati avendo solo due stranieri, così da avere più opportunità per maturare, per fare esperienza e per crescere a livello internazionale».

Non solo però la possibilità di giocare, «quel gruppo ha rappresentato la capacità di mettere insieme generazioni differenti - ha rimarcato Gilardi -. C’erano i Meneghin e i Marzorati che di storia in nazionale ne avevano già percorsa; c’erano dei giovani come me, Riva e Brunamonti sui quali si poteva contare per il futuro; e poi ragazzi come Caglieris o Sacchetti che non erano stati valorizzati a dovere nel passato. Ne uscì fuori un mix ben riuscito grazie anche alle capacità di ognuno di noi di mettersi a disposizione e di rispettarsi l’un l’altro. Questa tale diversità è diventata un’omogeneità che è stato il nostro segreto». «Quella squadra si fondava su un gruppo unito - secondo Sacchetti -, e per come era strutturata era facile giocare insieme. Ma ha dovuto comunque lottare, ha rischiato, e compattandosi ha portato a casa il risultato». «Eravamo amici in campo ma anche fuori. Ci fidavamo l’uno dell’altro - secondo Villalta - grazie anche alla sapiente conduzione di Gamba. Avevamo il senso di rappresentare l’Italia, una cosa che ai nostri tempi voleva dire il massimo dell’ambizione per un atleta. E la lite con la Jugoslavia ci cementò».

La nazionale di Nantes era composta anche da nuclei di giocatori che già giocavano insieme nei club, come i virtussini Bonamico, Brunamonti e Villalta, la coppia canturina Marzorati-Riva, e il terzetto di Torino composto da Sacchetti, Vecchiato e Caglieris. Un aspetto che riguarda anche l’attuale nazionale, composta per la maggiore da atleti di Olimpia e Virtus. «È ed era una casualità - ha commentato Villalta -. I migliori giocatori si raggruppano nelle migliori squadre, ma all’epoca il campionato italiano era più omogeneo da questo punto di vista». «Credo fortemente nelle scelte dettate da caratteristiche tecniche ed umane dei singoli e non nei blocchi dei club - secondo Gilardi -. I giocatori di quella nazionale erano gli elementi migliori per costituire un gruppo che avesse una ben definita identità tecnica. Avevamo trovato la nostra quadratura anche nel saper cambiare modo di giocare in base agli elementi che venivano chiamati in causa. Ogni giocatore aveva le sue caratteristiche, e in base alle situazioni tutti venivano valorizzati, creando delle miscele completamente diverse in ogni gara».

Di fatto Marzorati segnò il canestro della vittoria con la Spagna all’esordio, Meneghin giganteggiò con la Grecia, Riva bersagliò la Francia, Gilardi tagliò a fette la Jugoslavia nel match della rissa, e Villalta fu il miglior marcatore della finale. E nonostante l’Italia conquistò la medaglia d’oro, il miglior quintetto dell’Europeo contava gli spagnoli Corbalan e San Epifanio, il greco Galis, il ‘sovietico’ Sabonis ed il ceco Kropilak. «Non eravamo dipendenti da un singolo, ma a rotazione avevamo un protagonista diverso - ha continuato Gilardi -. Nel nostro gioco non c’era spazio per far emerge l’individualità ma ognuno doveva portare il proprio contributo».

Dopo Nantes c’è stato un secondo ciclo vincente per la nazionale, quello a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, che prima con Tanjevic e poi con Recalcati come ct arrivò a bissare la vittoria dell’Europeo nel 1999 a Parigi e la conquista della medaglia d’argento all’Olimpiade di Atene 2004. Ci si aspettavano successi anche dalla nazionale degli Nba, quella che poteva contare sui vari Bargnani, Gallinari, Belinelli, Datome, Gentile ed Hackett, e invece quella squadra fallì addirittura il Pre-olimpico di Torino del 2016. «Il discorso da fare è ampio e profondo - secondo Riva -. Mi riduco a dire che quel ciclo non ha portato risultati perché in Nba si gioca un basket differente. È stato sempre difficile, sia per i giocatori riadattarsi al gioco europeo, che per gli allenatori riuscire a metterli insieme a chi giocava nel nostro campionato». «Quella squadra potenzialmente molto forte non ha ottenuto risultati perché lo sport insegna che non è mai semplice - ha detto Sacchetti -. Adesso dobbiamo guardare avanti e seppur il periodo difficile non ci si deve accontentare di qualificazioni e piazzamenti».

In vista dei prossimi Mondiali «le prospettive sono molto buone - il parere di Brunamonti -. Vedo un gruppo, uno zoccolo duro, che dopo aver riconquistato l’Olimpiade sta dimostrando grande compattezza, sulla stessa lunghezza d’onda dell’allenatore, e con dei giovani che possono dare continuità al gruppo e a questa generazione». «Il gruppo è affiatato. Ci manca un centro - l’analisi di Sacchetti -, ma nonostante ciò siamo arrivati quasi a conquistare una medaglia agli ultimi Europei. Sono convinto che possiamo fare un exploit. Il passaggio successivo è capire cosa ci aspetta dal futuro quando passerà anche la generazione dei Melli». «Molto dipenderà da come si evolverà la situazione legata a Banchero - secondo Riva -, che è un giocatore che sposta gli equilibri. Per quanto riguarda Pozzecco, credo sia l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto. C’era bisogno di qualcuno che richiamasse interesse intorno alla nazionale anche fuori dal campo». «C’è un aspetto sul quale non mi capacito - la chiosa di Villalta -. Per noi la nazionale era un obiettivo, oggi è per molti addirittura una scocciatura. Vedere atleti che rinunciano alla maglia azzurra perché devono riposarsi non è accettabile».


* per la rivista Basket Magazine

L'attesa è tutta per Wembanyama, ma sono molti i prospetti interessanti

Il gigante francese dei Metropolitans di Parigi, secondo Batum ha "il tiro di Porzingis, la difesa di Gobert, la tecnica di Anthony Davis e l’impatto di Giannis"

Sguardo al draft: l'attesa per Wembanyama

Pazzo epilogo del torneo Ncaa: fuori subito le favorite. Il titolo è andato a UConn, vecchio ateneo di Napier. Molti i prospetti interessanti


di Giovanni Bocciero*


L’ULTIMA EDIZIONE del torneo Ncaa è stata imprevedibile e divertente come non mai, incarnando alla perfezione la definizione di March Madness. La follia, segno distintivo del campionato universitario che si è tramutata in risultati del tutto impronosticabili. Da North Carolina che è entrata dalla porta sbagliata della storia diventando la prima #1 della preseason a non qualificarsi per il ‘gran ballo’; a Purdue divenuta la seconda #1 di sempre ad essere eliminata da una #16, tale Fair Dickinson immediatamente etichettata come ‘cenerentola’. Per maggiori info sull’ateneo del New Jersey chiedete ad Andrea Crosariol. Decifrare il torneo 2023 è stato impossibile, non è un caso che per la prima volta alle Elite 8 non ci è arrivata neppure una #1, così come per la prima volta si è avuta una Final 4 senza alcuna #1, #2 e #3.

All’ultimo atto di Houston si sono presentate Florida Atlantic, San Diego State, Miami e Connecticut, quattro università con quattro storie diverse. Florida Atlantic, conosciuta solo per le sue meravigliose spiagge, ha avuto successo grazie ad un gruppo affiatato e a coach Dusty May il quale subito dopo aver accettato l’incarico si era pentito per via delle carenti strutture sportive. Lineari i percorsi di San Diego e Miami, entrambe alla loro prima apparizione ad una Final 4. Brian Dutcher, nello staff degli Aztecs dal 1999 - ha reclutare Kawhi Leonard per intenderci - è riuscito dove nessun altro era mai arrivato. Lo stesso si può dire di un santone come Jim Larranaga, papà di quel Jay e allenatore molto sottovalutato al college. Se lui è stato il burattinaio, gli Hurricanes hanno avuto in Jordan Miller e Isaiah Wong due pretoriani, esterni con punti nelle mani che in ottica Nba draft dovrebbero finire al secondo giro e dunque appetibili per l’Europa. Kameron McGusty docet.

UConn è quella che invece ha disputato un torneo meraviglioso, stritolando ogni avversario sul proprio cammino. Presa per mano dal roccioso Adama Sanogo e dal cecchino Jordan Hawkins, ha vinto il suo quinto titolo negli ultimi 25 anni. Gli ultimi due nel 2011 e nel 2014, con il milanese Shabazz Napier prima riserva di Kemba Walker e poi gran condottiero. Seppur con annate schizofreniche, Connecticut - che ha dominato il torneo femminile del decennio scorso - oggi non può non essere considerato un ateneo dal ‘blue bloods’. E proprio perché la Ncaa regala storie uniche, mentre Hawkins ha vinto il titolo vedendo le sue quotazioni al draft salire, la cugina Angel Reese è diventata regina del torneo femminile con Louisiana State. Immaginare una gran festa di famiglia è il minimo.

Jordan Hawkins e Adama Sanogo, ala-pivot Mvp della
March Madness 2023 vinta con i suoi Connecticut Huskies

LA MARCH MADNESS è stata però un brutto incubo per alcuni, compresi gli unici due italiani impegnati. L’assistant coach Rick Fois è stato eliminato con la sua Arizona al primo round, mentre Abramo Canka ha giocato solo la prima delle tre partite di Ucla (5 punti in 6’). Insomma, un torneo dalle poche tinte tricolori. Brandon Miller, Jarace Walker e Keyonte George, dopo una stagione da protagonisti, non sono riusciti ad incidere rispettivamente con Alabama, Houston e Baylor, mentre addirittura Cam Whitmore ha mancato la qualificazione con Villanova. Le prestazioni non dovrebbero comunque inficiare la loro reputazione al draft. George ha dimostrato di saper segnare tanto dalla distanza quanto in penetrazione, con uno spiccato senso difensivo che gli dovrebbe garantire una scelta in lottery. Walker è un lungo dal fisico statuario, dinamico e versatile, un’àncora difensiva che piace a tanti scout. Whitmore è un atleta pazzesco, capace di avere impatto tanto in attacco quanto in difesa, con ampi margini di miglioramento. Puntano alla lottery anche Anthony Black di Arkansas, ottimo trattatore di palla, Cason Wallace di Kentucky, esterno solido mai sopra le righe, e Taylor Hendricks di Central Florida, ala difensiva che intriga per il tiro dall’arco.

Miller sembra, al netto dei problemi extra campo vista l’indagine per omicidio, il miglior prospetto in uscita dall’università. Bello da vedere in attacco, lunghe braccia e tecnica sopraffina, è l’unico atleta dell’Ncaa che è sicuro di essere nella top 5 di un draft che potrebbe per certi versi essere rivoluzionario. Infatti, al netto del ragazzo di Alabama, alle primissime scelte potrebbero essere chiamati giocatori provenienti solo dall’estero, dalla G-League o dall’Overtime Elite, altra lega creata ad hoc per far mettere in mostra i giovani liceali. La competitività non sempre è accertata, ma gli scout sono pronti a scommettere su questi talenti in erba. Come i fratelli Amen ed Ausar Thompson che sono due atleti fatti e finiti; il primo più play, il secondo più difensore.

Avanti a loro solo Scoot Henderson, il prospetto del team Ignite che combina la prestanza fisica di Westbrook e l’esplosività di Rose al loro meglio. Forse avrà una sola cosa sulla quale recriminare: essere capitato nel draft di Victor Wembanyama. I due si sono addirittura sfidati in preseason quando il Metropolitans ha disputato la tournee negli Stati Uniti. Un viaggio che ha convinto Adam Silver e la Nba a mostrare tutte le gare del fenomeno francese sul league pass. Questo per far capire quanto hype ci sia su di lui. Un prospetto generazionale viste le cose che è capace di fare dall’alto dei suoi 2.24 metri. Non è un caso che il connazionale Batum per descriverlo abbia shakerato il tiro di Porzingis, la difesa di Gobert, la tecnica di Anthony Davis e l’impatto di Giannis. Ogni altra parola è davvero superflua per un ragazzo che nonostante la magrezza non salta una partita neppure a pagarlo. Segno di una gran consistenza. E Detroit, Houston e San Antonio (vittoriosi della lottery dello scorso 16 maggio, ndr), lottery permettendo, accarezzano il sogno di averlo.

Victor Wembanyama, il 19enne francese è il candidato numero
uno ad essere l'erede di Paolo Banchero al draft 2023

CHE IL DRAFT 2023 sarebbe stato qualcosa da ricordare lo si era capito già 4 anni fa, prim’accora dell’esplosione di Wembanyama. Era il 2019 quando tutta l’attenzione mediatica fu per Emoni Bates, il 15enne che dopo essere stato nominato giocatore dell’anno al liceo, primo sophomore a riuscirci, conquistò anche la copertina di Sports Illustrated. Una cosa che non accadeva dai tempi di LeBron James. Vien da sé che sul ragazzo ci sono state altissime aspettative. Paragonato a Kevin Durant per statura e range di tiro, in questi anni è stato però mal consigliato. Ad iniziare dal papà, che lo ha spinto ad accettare precocemente la borsa di studio di Michigan State. Bates, pur rifiutando i soldi della G-League, ha poi ripiegato su Memphis, esperienza che però si è conclusa anzitempo e in malo modo. Questa estate si è avvicinato a casa per giocare con la piccola Eastern Michigan prima di avere anche problemi con la giustizia per detenzione di arma da fuoco. L’età è ancora dalla sua, essendo un 2004 come Wembanyama, ma quello che doveva essere il futuro ‘big ticket’, è oggi pronosticato a fine secondo giro del draft. Se tutto va bene.


* per il mensile Basket Magazine

sabato 22 aprile 2023

La Reggia del basket: verso il futuro con uno sguardo al passato

Verso il futuro: una città dove la passione non si è mai sopita dopo i ruggenti anni '80 e '90 che l'hanno portata a vincere il primo e unico scudetto del Sud

La Juvecaserta è tornata e prepara un nuovo boom

Tra le protagoniste della serie B, sta risalendo posizioni puntando a consolidarsi per evitare bruschi stop e le troppe delusioni del passato. Il club del presidente Farinaro si è rinnovato, e la squadra nel vecchio palazzetto intitolato agli indimenticabili fratelli Santino e Romano Piccolo è tornata a riprendersi l'abbraccio dei tifosi

 

di Giovanni Bocciero*

 

CASERTA dopo tante, forse troppe delusioni, spera vivamente di poter ritornare su quei palcoscenici che le competono e soprattutto di avere una società solida che possa garantire un futuro quantomeno sereno. La città non è rimasta senza basket dopo il terzo fallimento nel 2020. La società Juvecaserta Academy, che aveva svolto solo attività giovanile e che poi è diventata l’attuale Juvecaserta 2021, con al timone il presidente Francesco Farinaro e Nando Gentile in qualità di direttore tecnico, ha in qualche modo riallacciato i fili della storia. Il cammino intrapreso dalla Juvecaserta con la ‘quarta’ versione della storica formazione ancora oggi ad essere stata l’unica ad aver vinto uno scudetto al di sotto della capitale Roma, è interessante e ancora tutto da scrivere. Che possa poi essere vincente, dipenderà da tanti altri fattori.

Ma avvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio, ovvero dall’estate del 2020. Lo Sporting Club Juvecaserta viene escluso dalla serie A2 a seguito dei controlli della Covisoc, e la città sembra rimanere di nuovo senza una squadra di vertice dopo il fallimento del 2017. La società appena esclusa dal secondo campionato nazionale, aveva visto il passaggio di consegne tra i patron Raffaele Iavazzi e Nicola D’Andrea, con la fuoriuscita sia del presidente onorario Gianfranco Maggiò che dell’allenatore Nando Gentile. Con l’ennesimo boccone amaro da dover ingoiare per gli appassionati, sulla scena cestistica appare Francesco Farinaro. Amministratore unico dell’azienda Ble, attiva nella costruzione di impianti di generazione di energia e implementazione di sistemi di efficientamento energetico, Farinaro prende la Juvecaserta Academy che sino a quel momento aveva svolto solo attività giovanile e ottiene l’iscrizione al torneo regionale di serie C Silver. Una decisione per dare comunque sbocco a livello senior ad un settore giovanile che comunque poteva contare su numerosi tesserati. Da tifoso prim’ancora che da imprenditore e presidente, il nuovo patron bianconero si fa affiancare da Nando Gentile in qualità di responsabile tecnico, e la nuova realtà viene presentata sulla terrazza Leucio, altro luogo storico per il ritrovo della squadra e dei tifosi casertani.

Alla presentazione c’è anche Gianfranco Maggiò, che dà la sua benedizione per questa nuova avventura. Il presidente dello scudetto ricorda che la squadra che ha vinto il tricolore era partita proprio dalla serie C, ed è arrivata a quel successo soltanto dopo anni di sacrifici e impegno. Si costruisce una squadra ambiziosa ma che abbia il giusto mix tra giocatore esperti delle categorie minors e giovani di belle speranze che possano ritagliarsi il proprio spazio. Come coach viene scelto Federico D’Addio, casertano doc che proprio la stagione precedente, quella 2019/20, era stato assistente di Gentile. Altra scelta coraggiosa è quella di giocare al palazzetto vecchio, quello di viale Medaglie d’Oro, e abbandonare il PalaMaggiò. Una scelta di sicuro sofferta ma inevitabile, sia per una questione di costi dovuti all’utilizzo dello storico impianto di Castel Morrone, sia per cercare di raggruppare una tifoseria che per numero e passione si stava man mano affievolendo.

Nello storico PalaPiccolo batte ancora forte la passione
dei tifosi casertani (foto ufficio stampa Juvecaserta 2021)

Proprio il palazzetto vecchio, oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, padri putativi della Juvecaserta che fu, è stato il primo impianto ad accogliere Oscar Schmidt. Con il PalaMaggiò in costruzione, il famigerato atleta brasiliano svolse i primi allenamenti in viale Medaglie d’Oro, anche se la Juvecaserta era costretta a giocare le prime gare del campionato lontano dalla città. Eppure, proprio nel suo recente ritorno all’ombra della Reggia vanvitelliana in occasione della presentazione della docuserie che racconterà proprio le gesta di quegli anni, il cecchino brasiliano ha detto di non ricordarsi di quella struttura.

Nonostante le premesse, però, la tifoseria e la città tutta, colpite nell’orgoglio per l’ennesima volta dopo il terzo fallimento, hanno accolto con tanto scetticismo questa Juvecaserta 4.0. Ne è nata addirittura una protesta social per chiedere che lo storico nome e i colori bianconeri non fossero mai più utilizzati, con l’obiettivo di non infangare ulteriormente una storia ed una memoria che stavano venendo fin troppo bistrattate. S’inizia a giocare e manca il solito calore intorno alla squadra, nonostante i risultati in campo facciano sorridere. Infatti, al termine della stagione la formazione coglie la promozione. Il primo passo è compiuto, ma bisogna guardare già avanti. La serie C Gold è un campionato che sta ancora stretto ad una compagine come quella bianconera, e allora si puntella il roster con l’obiettivo di provare immediatamente il doppio salto. I risultati sono dalla parte dei ragazzi di coach D’Addio, che pian piano vedono cresce l’entusiasmo intorno a sé. La Juvecaserta ospita e vince la Coppa Campania, alzando così al cielo il primo trofeo del nuovo ciclo. E con il pubblico che va riempiendo sino al sold out il palazzetto, si avvicinano i playoff. Emozionante la serie di playoff promozione contro Angri, con oltre 2 mila casertani ad assieparsi sulle tribune per spingere la squadra verso la cadetteria. In centinaia rimangono alzati perché di posti a sedere non ce ne sono più. Purtroppo il campo darà un altro verdetto, con la compagine avversaria che approda alla finalissima, ma la miccia della passione sembra essersi riaccesa.

La storia si è ripetuta ancora una volta questa estate, perché proprio come per il passato non essendo riuscita a conquistare la promozione sul campo, la Juvecaserta ha acquisito il titolo sportivo. A cedere il diritto per l’attuale campionato di serie B è stata la compagine di Busto Arsizio, anch’essa neopromossa. Per la verità la società, che nel frattempo ha appunto cambiato denominazione togliendo Academy ed aggiungendo 2021, si stava preparando ad affrontare di nuovo il torneo regionale di serie C. La prima ufficialità ha riguardato il cambio di allenatore, con il saluto a Federico D’Addio e il benvenuto a Sergio Luise. Anche per Luise si tratta di un ritorno alle origini. Tecnico casertano doc, cresciuto da allenatore proprio nel settore giovanile della Juvecaserta sino ad arrivare in prima squadra in qualità di assistente, che l’ha portato a contribuire alla cavalcata della formazione sotto gli ordini di coach Pino Sacripanti. Maturate esperienze in Eurolega ed Eurocup, la sua ultima stagione a tinte bianconere è stata quella 2013/14, la prima di coach Lele Molin che vide la Juvecaserta chiudere il campionato con un record di 15 vittorie ed altrettante sconfitte e non riuscire a qualificarsi per i playoff in virtù della sconfitta in quello che fu lo scontro diretto sul parquet di Pistoia.

Messa la cosiddetta pietra militare della guida tecnica, la Juvecaserta ha iniziato a costruire il roster ripartendo da giovani di valore come Davide Mastroianni e Antonio Cioppa. Ma con l’inaspettato acquisto del titolo sportivo di serie B, la rosa è stata modificata strada facendo, pescando giocatori d’esperienza per il torneo cadetto come Mathias Drigo e Nicola Mei. Il maddalonese Biagio Sergio è invece ritornato all’ombra della Reggia dopo la sfortunata stagione 2018/19, e gli sono stati dati i gradi di capitano. L’ultimo innesto di spessore prima dell’inizio del campionato è stato Alessandro Sperduto, un’aggiunta importante visto il grande apporto che ha dato fin qui alla causa. Un inserimento per certi versi fortuito visto che il giocatore era destinato a disputare l’A2 con quella Eurobasket Roma estromessa però dal campionato.

Puntellato il roster, la Juvecaserta ha esordito con la sconfitta casalinga contro una corazzata quale Ruvo di Puglia. Ma la cosa che più fa sorridere è che si è ritornato a respirare la grande passione sulle tribune. Sostegno che è andato crescendo con la serie di otto vittorie consecutive che ha lanciato la squadra nelle primissime posizioni della classifica. Successi che sono arrivati anche con grande pathos, in virtù di qualche tiro allo scadere che ha emozionato ancor di più il pubblico del PalaPiccolo. Peccato che il 2023 non sia iniziato sotto una buona stella. Alla ripresa del campionato c’è stata la sconfitta pesante sul campo della Virtus Arechi Salerno, poi la battuta d’arresto casalinga contro la Luiss Roma che è costata la qualificazione al primo turno di Coppa Italia. I due ko consecutivi nei derby contro Avellino e Sant’Antimo hanno fatto perdere posizioni in classifica a Caserta, che però il 5 febbraio scorso ha vissuto una grande emozione durante il match vinto contro un’altra big del girone D come Roseto. Infatti, in quella occasione sulle tribune del palazzetto c’erano sia Oscar Schmidt che Tato Lopez, due bandiere della Juvecaserta che fu, ritornati in città per diverse iniziative legate alla storia del club. Abbracciati calorosamente da tutti gli spettatori, hanno rappresentato una spinta emotiva non indifferente.

Ad oggi Caserta è ancora in lotta per la promozione in A2, anche se la strada è logicamente in salita. Ma quel che più conta, è la società solida guidata dal presidente Farinaro, che in questa stagione è stata affiancata da un ottimo sponsor come i supermercati Decò, che sta cercando di trovare la giusta stabilità per garantirsi un futuro luminoso. E poi dalle ceneri è rinato l’affetto dei tifosi per la squadra, aprendosi anche e soprattutto alle nuove generazioni. Un aspetto per nulla secondario per alimentare i successi sul parquet.



Uno sguardo al passato: un'incredibile e forse irripetibile storia di sport con una piccola città del Sud che si confronta con successo con le squadre delle grandi metropoli

Oscar, Gentile, Esposito e la sfida al Real Madrid

Una storia iniziata nel 1945 per merito della famiglia Piccolo che con l'arrivo dell'imprenditore Giovanni Maggiò è diventata leggenda. La rapida ascesa negli anni '80 con felici intuizioni: il nuovo e per l'epoca avveniristico palasport e la scelta di puntare su giovani casertani a sigillare lo spirito di appartenenza

CASERTA è senz’altro una delle province italiane che ha avuto il suo massimo splendore grazie alla pallacanestro. E come tante realtà, deve ringraziare l’influenza statunitense per la nascita di questa passione viscerale per il gioco inventato dal professor James Naismith nell’inverno del 1891 a Springfield. Non è un caso che questo nuovo sport sia riuscito ad attecchire nella città dove il 29 aprile del 1945 fu siglato l’armistizio alla Reggia di Caserta che decretava la resa incondizionata della Germania, ponendo di fatto fine alla seconda guerra mondiale. Gli alleati oltre alla pace portarono anche il basket, e in maniera del tutto amatoriale iniziarono a nascere le prime squadre locali. Si raccontano di infuocati derby tra la Oberdan e la Libertas, che si giocavano su campi improvvisati e che spesso terminavano anzitempo a causa di risse.

Un gruppo di appassionati decise di perseguire con maggior vigore questa passione. In particolare i fratelli Piccolo, Santino e Romano, i quali sono diventati i padri putativi del basket casertano e oggi è a loro intitolato proprio il vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro. Insomma, la pallacanestro aveva ammaliato soltanto la prima famiglia casertana, che ha avuto però il merito di gettare le basi di quella che era lo Sporting Club Juvecaserta, fondato nel 1951. Nome che alludeva alla squadra torinese della Juventus, anche se per alcuni anni i completini da gioco sono stati a strisce rosso e nero con un chiaro riferimento al Milan e ai colori dell’Oberdan. Si fusero insomma le fedi calcistiche e quella nascente per la pallacanestro, in un connubio che andò a radicarsi in città e in ogni persona, praticante o meno.

Il ritrovo dei cestisti casertani diventò ben presto il campo in terra battuta della palestra scoperta del liceo classico Pietro Giannone, ancora oggi in uso e dove sono cresciute le prime nidiate di giovani promesse. La propaganda e il lavoro tra e con i giovani, sin dagli albori, ha contraddistinto l’attività della Juvecaserta, nata anche come circolo ricreativo. Infatti le diverse iniziative servivano per garantire le risorse per sostenere le spese per affrontare i campionati. La grande svolta arriva nel 1971, quando appare sulla scena Giovanni Maggiò. Imprenditore edilizio bresciano, trasferitosi per lavoro all’ombra della Reggia vanvitelliana, grande sportivo appassionato anche di ippica, rileva il club e inizia a costruire quello che per antonomasia è considerato il ‘miracolo di Caserta’. Ma di miracolo, in realtà, c’è ben poco. Grazie ad un lavoro certosino, il cavaliere dà un’impronta professionistica e all’avanguardia alla società.

Prelevò i migliori giocatori dalla vicina Maddaloni per la prima promozione in A2 nel 1975. Poi ingaggiò Giancarlo Sarti quale general manager a tempo pieno e Bogdan Tanjevic come allenatore. Con l’arrivo del brasiliano Oscar Schmidt nell’estate del 1982, la Juvecaserta venne subito promossa in serie A iniziando quell’escalation che l’ha portata a farsi conoscere in Italia ed in Europa. Fulcro dei successi è stato il PalaMaggiò, l’impianto che fu costruito per volontà del cavaliere in cento giorni. Un edificio avveniristico per l’epoca, invidiato addirittura dalla dirigenza del Real Madrid, e che ospitò l’All Star Game del 1983. Eppure, nonostante gli ottimi risultati la squadra, che nel frattempo aveva inserito giovani fenomeni come Nando Gentile ed Enzo Esposito, sembrava essere un’eterna incompiuta. Cosa che per la verità fa storcere non poco il naso a tanti protagonisti di quegli anni. In sei stagioni la compagine bianconera disputò ben sette finali tra scudetto, Coppa Italia, Coppa Korac e Coppa delle Coppe, riuscendo a conquistare soltanto il trofeo nazionale del 1988. Pochi mesi dopo la dipartita del presidente Giovanni Maggiò.

La festa per lo storico scudetto della JC del '91
Tra gli altri Sandro Dell'Agnello e Nando Gentile

Memorabile la finale di Coppa delle Coppe del 1989 ad Atena, con il successo sfumato solo per un dubbio fischio arbitrale non ravvisato sul tiro di Gentile. Al supplementare il Real Madrid vinse 117-113 con Drazen Petrovic autore di 62 punti, mentre non bastò Oscar per i bianconeri che ne segnò 44. Cambiò però la visione che si aveva di Caserta. Prima erano solo giocatori sul viale del tramonto che si trasferivano in bianconero, poi come detto da Sergio Donadoni, erano tanti gli atleti che ci sarebbero venuti volentieri nel pieno della loro carriera come Brunamonti o Villalta. Con la guida del club che passò al figlio Gianfranco, fu cruciale l’estate del 1990. Con coach Franco Marcelletti che aveva già in precedenza sostituito in panchina Boscia Tanjevic, si preferì separarsi anche da Oscar e si puntò su due americani come Tellis Frank e Charles Shackleford. I due si ambientarono in men che non si dica nella realtà casertana, e insieme allo storico nucleo di giocatori raggiunsero l’apoteosi a fine campionato regalando alla città quell’agognato scudetto. La finale contro l’Olimpia Milano è storia della pallacanestro italiana, e rappresenta in pieno il successo della provincia sulla grande metropoli. Indelebili le immagini e le emozioni dei tifosi casertani che invasero il parquet del Forum, così come quelli che a tarda notte si recarono all’aeroporto di Capodichino per accogliere i vincitori.

Da quella vittoria, però, non si aprì alcun ciclo. Le finanze del club iniziarono a languire, ben presto i migliori giocatori partirono per squadre più blasonate e dove poter continuare ad alzare trofei, e prima nel 1994 arrivò la retrocessione in A2 e poi nel 1998 il fallimento. Quasi come se la storia si ripetesse, nel 2003 dalla fusione delle due formazioni cittadini dell’Ellebielle e dei Falchetti nasceva la Juvecaserta Basket. Dopo aver disputato un campionato di serie B d’Eccellenza acquisì il titolo per la LegaDue del Castelletto Ticino.

Nel secondo campionato italiano ci sono state una serie di delusioni legate esclusivamente al campo. La più grande quella del 22 aprile 2007, quando con la promozione in tasca la squadra seguita da 2246 tifosi perse incredibilmente a Pavia. Lì dove il leggendario Oscar trovò una seconda casa dopo l’addio a Caserta, fu una domenica nefasta. Ai playoff la squadra si presentò con le batterie fisiche e mentali scariche non riuscendo a conquistare la promozione in serie A che arrivò però nella stagione successiva. Con la vittoria sul campo di Jesi la Juvecaserta ritornò in ‘paradiso’, con un altro esodo da parte dei casertani che questa volta potettero esplodere in una grande festa. Il proprietario Rosario Caputo non badò a spese due anni dopo, con coach Pino Sacripanti in panchina e Jumaine Jones in campo a guidare la squadra capace di chiudere al secondo posto la regular season. A fermare la corsa in semifinale fu l’Armani Milano in una tirata gara 5 disputata al PalaMaggiò, dopo che Jones realizzò l’indimenticabile tripla del successo quasi allo scadere in un’altra tirata gara 3 che vide i bianconeri espugnare Assago e portarsi sul 2-1 nella serie. Con questo risultato, l’anno successivo, disputò il preliminare di Eurolega perso contro il Khimki.

Mentre la squadra continuava a militare in massima serie, negli anni ci sono una serie di cambiamenti della proprietà del club con Raffaele Iavazzi che ne diventa presidente. Addirittura si parla di un interessamento all’acquisto della società da parte di un fondo straniero che per settimane sembra portare avanti la trattativa tramite intermediari per poi sgonfiarsi tutto in una bolla di sapone. Al termine del campionato 2014/15, quello inaugurato con l’infausto record di 0 vittorie e 14 sconfitte con la guida tecnica che passò da Lele Molin a Zare Markovski e infine ad Enzo Esposito che aveva iniziato come assistente, arrivò la retrocessione. Con la rinuncia della Virtus Roma però, la compagine bianconera fu ripescata e come allenatore fu scelto un’altra storica bandiera come Sandro Dell’Agnello, da giocatore vincitore dello scudetto del 1991. L’avventura della ‘seconda’ Juvecaserta arriva al capolinea nell’estate del 2017, quando non è ammessa alla serie A.

Con un anno di digiuno di pallacanestro, la città torna a vedere un barlume di speranza nel 2018, quando Iavazzi acquisisce il titolo di serie B del Venafro riproponendo la vecchia denominazione di Sporting Club Juvecaserta. Dopo aver dominato la regular season, la squadra viene estromessa al primo turno dei playoff per mano di Nardò. Tutti increduli, giocatori e tifosi rimangono per svariato tempo dopo la sirena finale in campo e sulle tribune. L’estate ha comunque un suo certo lieto fine con il ripescaggio in A2 mentre viene nominato come allenatore Nando Gentile. È l’anno della pandemia, dei campionati soppressi, sul club pendono i lodi di alcuni ex tesserati e dopo altri dodici mesi Iavazzi fa un passo indietro. Il nuovo presidente Nicola D’Andrea cerca di sistemare le cose, in particolare tutta la parte burocratica. Allo stesso tempo lancia anche il progetto sportivo, con gli annunci dell’ex Mens Sana Siena Lorenzo Marruganti come general manager e di coach Max Oldoini, già a Caserta da assistente di Sacripanti e da capo allenatore in serie B due stagioni prima. Nonostante gli sforzi però, la squadra non riuscirà ad iscriversi in A2 perché bocciata la domanda dalla Covisoc. Cala così il sipario sulla ‘terza’ Juvecaserta.


* per la rivista Basket Magazine

La leggenda Oscar Schmidt: «La mia vita è un racconto di favole»

 

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta
Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021


di Giovanni Bocciero*


Oscar Daniel Bezerra Schmidt, meglio conosciuto semplicemente come Oscar, e soprannominato ‘Mao Santa’ e ‘O’Rey do triple’, è colui che detiene il record di maggior punti segnati in carriera a livello globale. Basterebbe questo incipit per descrivere il cecchino brasiliano che tanto ha fatto in Italia negli otto anni trascorsi a Caserta a partire dal 1982, e nelle successive tre stagioni di militanza con Pavia. Oltre un decennio nel quale ha stregato ogni appassionato di pallacanestro. Arrivato da sconosciuto, voluto fortemente da coach Boscia Tanjevic, c’ha messo poco a guadagnarsi titoli a nove colonne sull’allora carta stampata con aggettivi quali ‘mitraglia’ o ‘bombardiere’.

Oggi non è un mistero che la Liga Acb sia di gran lunga il campionato europeo più competitivo ed apprezzato. Ma negli anni ’80, questo primato apparteneva senza alcun dubbio alla Serie A, non a caso «il mio sogno era di giocare in Italia - ha esordito Oscar -, perché se fossi andato in Nba non avrei potuto giocare con la nazionale. Tanjevic, che avevo affrontato in Coppa Intercontinentale, è rimasto impressionato da me e quando è arrivato a Caserta ha chiesto di prendermi alla proprietà. Mi sono ambientato subito perché la pallacanestro è uguale dappertutto, e ovunque giocassi volevo soltanto fare bene. Conosco il gioco e per questo volevo il pallone in mano perché sapevo cosa dovevo farci. Essere stato allenato da Tanjevic è stata una grande esperienza per me. Credo che chiunque lo avrebbe voluto come allenatore, e per questo mi sento fortunato. Mi ha insegnato una cosa che ho usato fino alla fine della mia carriera: il giro dorsale. Era un movimento che aveva visto fare a Jack Sikma. Boscia me lo ha insegnato, e la prima volta che l’ho messo in pratica l’ho visto esultare in panchina. A lui devo tantissimo». Nonostante i meriti riconosciuti al tecnico slavo, quando fu introdotto il tiro da tre punti tra i due ci sono stati degli screzi perché Oscar, da buon tiratore, ne abusava un po’ troppo. «Ne abusavo perché facevo canestro. Se la metti devi tirare, ma per farlo ti devi allenare tanto. E l’esercitarmi tanto mi ha permesso di avere sempre una grande facilità nel fare canestro». Dopotutto ‘Mao Santa’ è famigerato per non credere nel talento per grazia ricevuta ma solo nel duro lavoro in palestra.

Ritornato a Caserta qualche settimana fa, in occasione del lancio della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’ che racconterà di quegli splendidi anni, Oscar è ritornato al vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro - oggi intitolato ai fratelli Santino e Romano Piccolo, considerati i padri putativi della pallacanestro casertana -, dove ha mosso i primi passi casertani. Eppure, «non ricordavo il palasport perché ha subito delle migliorie. Quasi non ci credevo perché è di sicuro più bello adesso. Ho avuto modo di vedere la partita contro Roseto, ho visto un bel pubblico caloroso, che mi ha accolto benissimo, e dopo sono andato a cena con la squadra. Sono sempre rimasto legato alla città, al cavaliere Giovanni Maggiò che ha costruito il palasport di Castel Morrone in cento giorni - ha ricordato il cecchino brasiliano -, una persona incredibile che ha permesso l’inizio della nostra scalata. Non ci sono parole per descrivere cosa ha fatto. Ho giocato a Caserta otto fantastici anni, e sono stato felice che abbiano vinto lo scudetto». Una cosa incredibile è che, seppur Oscar non sia riuscito a vincere il tricolore con i bianconeri, è impossibile scindere il suo nome da quel successo. Segno dell’affetto che il popolo casertano nutre nei suoi confronti, e allo stesso tempo di quanto il giocatore abbia segnato quelle memorabili stagioni. «Ricordo tutto della città, ho tanti amici, ho addirittura battezzato un ragazzo casertano. Posso dire che mi manca la vita di Caserta. Spesso parlo con mia moglie Cristina del fatto che la città seppur piccola fosse il posto ideale dove vivere. E quando ci ritorniamo andiamo a vedere tutti i luoghi che frequentavamo. Se non me ne fossi andato ci sarei rimasto per tutta la vita».

Oscar Schmidt nel suo ritorno a Caserta, riceve una maglia celebrativa
dall'ex compagno Nando Gentile - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Dalle parole del brasiliano traspira una passione che arde ancora oggi. Una passione che spesso, invece, manca ai giovani professionisti, schiacciati troppe volte dalla pressione per un gioco che è di sicuro mutato insieme al mondo odierno. E questo fa sì che diversi siano i giocatori che gettino la spugna, mettendo fine a carriere che sembravano luminose. «Se si decide di giocare ad uno sport come la pallacanestro bisogna dedicarsi completamente ad esso. Se invece i ragazzi gettano la spugna così facilmente non sono amanti dello sport. Lo sport è fatto per gente vera, che sopporta la pressione. Io stesso l’ho dovuta sopportare con tifosi, dirigenti e giornalisti tremendi, ma sono sopravvissuto ed ho vinto tutto quello che potevo vincere».

Una delle finali perse dalla Juvecaserta è quella di 34 anni fa, contro il Real Madrid in Coppa delle Coppe. Forse la partita più bella che si sia mai vista su di un campo da basket. «Quella gara mi ha lasciato un rammarico incredibile. Nando Gentile doveva tirare un 1+1 ai tiri liberi con zero secondi sul cronometro, ma non li ha tirati perché gli arbitri non si sono voluti mettere contro il Real Madrid. Ho visto e rivisto decine di volte quell’ultima azione, e l’arbitro ha fischiato fallo, però poi ha cambiato idea. Per me rimarrà la più grande delusione che ho avuto in Italia. Giocavamo contro uno squadrone, e noi eravamo al top della nostra forma consapevoli che potevamo vincere. Eravamo senza alcun dubbio le due migliori squadre che si potessero affrontare». Una sfida nella sfida, perché ad Oscar che segnò 44 punti replicò Drazen Petrovic con ben 62. «Era un tremendo giocatore - ha ricordato il brasiliano -, un qualcosa di anormale. Aveva già giocato il Mondiale del 1986 nel quale fu eletto miglior giocatore della competizione. Anche per questo volevo sfidarlo e volevo batterlo. Sapeva giocare a pallacanestro come nessun’altro, ed era destinato ad essere il miglior giocatore anche della Nba. Non lo è stato solo perché non lo hanno lasciato giocare. Con lui seduto in panchina gli preferivano Terry Porter. Ma per favore».

Era un’altra Nba, nella quale Oscar non ha giocato per via delle restrizioni che prima non permettevano ai giocatori di poter giocare con le proprie nazionali. E se il brasiliano non avesse più giocato con la nazionale ci saremmo persi la finale dei Giochi panamericani del 1987, nella quale la sua squadra batté ad Indianapolis gli Stati Uniti dando il là all’utilizzo dei giocatori professionisti. Ma nonostante quel successo, il sogno nel cassetto mai raggiunto da ‘O Rey do triple’ è proprio legato alla formazione verdeoro, perché «avrei voluto vincere un’Olimpiade. Con la vittoria del Panamericano eravamo saliti di livello. L’anno successo siamo andati alla manifestazione olimpica a Seul. Ai quarti incontrammo l’Unione Sovietica che poi sarebbe diventata campione. Io purtroppo ho sbagliato l’ultimo tiro, e quel momento non lo dimenticherò mai. I miei compagni avevano così tanta fiducia in me che non credevano potessi fallire». Oltre a quelle restrizioni per le nazionali, anche il campionato americano ha sdoganato certe consuetudini dando più fiducia agli europei che sono sempre più protagonisti, da Jokic ad Antetokounmpo a Doncic. «La pallacanestro si è evoluta, e questi ragazzi sono dei grandissimi giocatori. In particolare mi piace molto guardare Doncic, che è una cosa incredibile. Sa fare delle cose che non riesco a spiegarmi e credo che possa diventare il miglior giocatore della Nba, perché ne ha le capacità ed è rispettato». La pallacanestro ormai è universale, per questo è molto apprezzata anche l’Eurolega che ha raggiunto un livello quasi pari a quello della ‘lega più famosa del mondo’. «La guardo molto volentieri. Quando faccio zapping in tv e mi capita di passare su una partita europea chiamo subito mia moglie e la guardiamo insieme. Vedo ogni cosa che riguardi il basket, e questo è fondamentale per un vero appassionato. Se ci sono differenze tra Nba ed Eurolega? Negli Stati Uniti si tira tanto da tre punti. Quando io ho fatto il camp nel 1984 non era così, ma oggi Golden State insegna che senza saper segnare dall’arco non si può vincere».

Oscar è una leggenda della pallacanestro anche e soprattutto per quel suo record di 49.737 punti segnati. Ma se LeBron ha recentemente superato il primato di 38.387 punti realizzati in Nba da Abdul-Jabbar, è lecito domandarsi se ci sarà mai qualcuno capace di scalzare il brasiliano da questo suo trono. «Credo proprio di sì - la risposta del diretto interessato -, perché i record esistono proprio per essere battuti. Anzi, spero che qualcuno lo batta. Sono ovviamente contento di aver realizzato questo record, perché nella pallacanestro si ricordano poche cose. Però quando riesci in qualcosa di così importante a livello mondiale, non è semplice. Sono sicuro che un giorno, anche per via del tanto utilizzo del tiro da tre punti, qualcuno come Doncic, Klay Thompson o Steph Curry riuscirà a superarmi».

Oscar Schmidt al PalaPiccolo di Caserta durante il match
contro Roseto - Foto ufficio stampa Juvecaserta 2021

Da leggenda dello sport globale, ha giocato e conosciuto altre leggende come lui. Il già citato Petrovic è solo un esempio. Negli anni in cui ha militato a Caserta ha incontrato ad esempio Diego Armando Maradona. «Lui era un giocatore tremendo come Petrovic. Un giorno uno dei giocatori del Napoli mi disse che anche quando stava male, loro potevano sempre contare su di lui. Sapevano che lo avrebbero trovato lì in campo a lottare fianco a fianco, qualsiasi cosa succedesse». Rivale dell’argentino un suo connazionale come Pelè, venuto a mancare recentemente. «Lui era di un altro pianeta. Ha fermato una guerra perché entrambi i paesi volevano vederlo giocare (il riferimento è alla guerra del Biafra, in Nigeria, dove ci fu un conflitto tra governo centrale e l’autoproclamatasi regione separatista. Sulla questione però, alcuni studiosi sconfessano questa versione del ‘cessate il fuoco’ per assistere ad una partita di Pelè e del suo Santos in tournée in Africa). È stato una cosa incredibile dentro e fuori dal campo. Di lui mi ricordo tante cose, come il dribbling fulmineo. È stato un idolo per tutto il Brasile, ed ovviamente anche il mio».

Tornando al basket, Oscar non nasconde che «ho sempre voluto giocare con i migliori, perché è così che potevo migliorare. Quindi avrei voluto giocare con Jordan, con Bryant, con Magic. Ma se devo sceglierne uno solo dico Bird, un bianco che non sapeva saltare, non sapeva correre, ma che giocava meglio di tutti». Contro Michael Jordan fu avversario in una storica amichevole tra Caserta e Trieste nell’agosto del 1985, con ‘Air’ che frantumò il tabellone in vetro per la troppa foga di schiacciare. «Lo vedevo muoversi in campo ed ho pensato che fosse un ottimo giocatore. Si capiva che avrebbe dominato in Nba - ricorda Oscar - perché era un predestinato. È stato fantastico poter giocare contro di lui». Bryant invece non l’ha affrontato in campo ma l’ha conosciuto. «Ho parlato per la prima volta con lui in Cina, perché ero andato a vedere un allenamento della nazionale americana, e mi ha confessato che ero un suo idolo. Per me Jordan non è stato migliore di Bryant, perché anche lui era fortissimo. Giocava in una maniera feroce e tirava molto perché segnava anche molto. La differenza tra i due sta soltanto in un titolo vinto in meno da Kobe».

La carriera di Oscar è stata costellata di successi ed anche di qualche delusione. Ma soprattutto dalla malattia. Per ben due volte è stato sottoposto ad intervento chirurgico per un tumore al cervello. Eppure non perde il sorriso, e spesso usa la sua esperienza in conferenze motivazionali. «A volte penso che la mia vita sia un racconto di favole, perché la mia carriera è stata incredibile. Ancora oggi se cammino per strada ci sono persone che si fermano e che vogliono fare una fotografia con me. Per tutto questo devo molto all’Italia e a coach Tanjevic, perché mi hanno fatto migliorare come giocatore e mi hanno permesso di rimanere conosciuto. Con Caserta ho giocato diverse finali, ma abbiamo vinto solo la promozione in A e la Coppa Italia. Questo è il mio più grande rammarico - ha concluso Oscar - perché ancora oggi non capisco come in Brasile vincevo tutto mentre in Italia no».


*L'esclusiva video intervista integrale


Qui l'articolo per Basket Magazine

mercoledì 22 marzo 2023

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

Un incidente ha fermato Alessandro per diversi mesi, ma ora il ragazzo di Maddaloni è pronto a riprendersi un ruolo di primo piano

Gentile dopo i tormenti, a Udine per ripartire

«Sto sempre meglio. A 30 anni ho ancora sogni da realizzare. La Nba? Ho scelto io di non andarci. La Liga è clamorosa. Pozzecco ct scelta coraggiosa»


di Giovanni Bocciero*

 

RINASCERE come l’araba fenice, il mitologico uccello che molto bene può essere accostato ad Alessandro Gentile. Mito, perché quando si parla del nativo di Maddaloni c’è sempre un alone di grandezza che lo avvolge. Rinascere, perché dopo il brutto incidente di questa estate, che l’ha visto cadere da 4 metri e fratturarsi la vertebra cervicale, è ritornato a giocare, il che «è di sicuro molto bello. Chiaro che dopo tanto tempo sto riprendendo la condizione fisica». Ha scelto Udine per ripartire, in un campionato come l’A2 che per lui è completamente nuovo. Gli è stato però subito affidato il compito di guidare la squadra fuori dalla tempesta dopo l’esonero di coach Boniciolli e alcuni cambi al roster. «Sto a Udine solo da poco tempo, quindi piano piano sto sempre meglio e sto cercando di dare una mano. Abbiamo avuto dei cambiamenti da quando sono arrivato, per questo sto cercando di mettere l’esperienza che ho maturato negli anni al servizio della squadra. Cerco di facilitare il gioco per gli altri, e siccome il club vuole raggiungere obiettivi importanti darò il mio contributo per raggiungerli, in un campionato molto competitivo, con tante squadre costruite per arrivare fino alla fine. Noi dobbiamo pensare una partita alla volta, cercare di arrivare ai playoff nelle migliori condizioni fisiche possibili, consapevoli del fatto che se troviamo una continuità ed una consistenza nell’arco dell’intera gara - ha analizzato il figlio d’arte - possiamo mettere in difficoltà chiunque».

Alessandro Gentile, 30 anni, all'Apu Udine che si affida al giocatore
casertano per un salto di qualità in una stagione finora sotto le attese
(foto ufficio stampa)

Ale Gent come Basile, Fucka, Fontecchio, nella sua carriera ha giocato due anni con l’Estudiantes di Madrid in Liga Acb, un campionato ritenuto a furor di popolo il massimo in assoluto alle nostre latitudini. «È clamoroso, il migliore in Europa. C’è un’organizzazione ed un seguito sia come spettatori alle partite che per i diritti televisivi importante. La trasmissione delle gare in tv è molto superiore rispetto a quello che abbiamo in Italia, per non parlare della qualità della pallacanestro e della cultura sportiva che purtroppo noi non abbiamo. Tutto questo fa sì che la Liga abbia un appeal superiore a qualunque altro campionato». Questo si traduce anche nei «risultati della nazionale spagnola che parlano chiaro. Ci sono tanti ragazzi spagnoli che hanno l’opportunità di giocare da protagonisti sin da subito, anche se magari non sono giocatori stellari come quelli della generacion dorada. Tutti possono avere la loro occasione, e una cosa che mi ha colpito è che lì si parla spagnolo. Anche gli atleti stranieri si devono adeguare a questa condizione - ha sottolineato l’ex capitano dell’Olimpia -, e non il contrario. Credo che questa sia una cosa sacrosanta, ma in Italia parecchie volte siamo noi ad andare fin troppo incontro alle loro esigenze».

Gentile in campo ha sempre dato tutto, spesso uscendo anche fuori dalle righe proprio come Pozzecco, la cui nomina a ct dell’Italbasket «è stata una scelta coraggiosa. Il Poz è una figura di spicco della nostra pallacanestro, ma credo che sarebbe stato il primo a riderci su nel pensarsi in questo ruolo. Però ha dimostrato di essere comunque un ottimo allenatore, ottenendo dei risultati che ne giustificano la nomina». Nell’estate del 2019 Ale poteva essere allenato proprio dal Poz se si fosse definito l’ingaggio con Sassari, cosa che potrebbe comunque ancora avvenire in nazionale. «Ti dico la verità, al momento l’Italia non è nei miei pensieri. Credo che ci siano tanti giocatori che sono più giovani o che hanno più desiderio di essere protagonisti con la maglia azzurra, ed è giusto che abbiano il loro spazio. Poi, non ho più avuto contatti con la nazionale dopo i Mondiali in Cina, e quindi adesso non è tra le mie priorità».

30 anni compiuti lo scorso novembre, un’età con la quale si dice inizi una nuova fase della vita. E Gentile, dopo l’incidente e la prima esperienza in A2, presto diventerà anche papà. Ma c’è un sogno nel cassetto ancora da avverare? «Ce ne sono tanti, anche perché a 30 anni c’è ancora tanta voglia di fare e di ottenere, non solo dal punto di vista sportivo ma anche nella vita personale che non si conclude con la pallacanestro. Il fatto di diventare padre è un traguardo molto bello, anche perché ho sempre desiderato diventarlo. Vediamo col passare del tempo di continuare a sognare - la sua prospettiva -, di raggiungere sempre nuovi obiettivi». E riguardando indietro, c’è un rimpianto? «Rimpianto è una parola forte. Guardando indietro posso dire di aver cercato di essere sempre me stesso, leale e onesto con le persone con cui ho lavorato. Questa cosa però troppo spesso non è stata apprezzata. Non so se possa essere un rimpianto, ma posso dire che se potessi tornare indietro ragionerei di più con la testa e meno d’istinto. Questa è l’unica cosa di cui un po’ mi pento». Per l’ascesa della sua carriera, la Nba forse rimarrà un cruccio, anche se «ho scelto io consciamente di non andare quando mi volevano perché dove stavo mi sentivo felice. Poi quando pensavo di essere pronto non si sono più create le occasioni per andarci e questo mi è dispiaciuto. Ma non lo vivo come un rimpianto».

Per Ale nostalgia d'azzurro, ma ora applaude Pozzecco
e i suoi ragazzi (foto ufficio stampa)

Tanti in lui rivedono in campo papà Nando, per la sfrontatezza e la caparbietà. E proprio questi suoi atteggiamenti hanno creato due fazioni, i pro e i contro Ale Gent. Ma interiormente come hai vissuto questa cosa?
«Ricevere determinati insulti o appellativi non fa piacere a nessuno. Purtroppo troppe volte è passata un’immagine di me che non corrisponde esattamente alla realtà. Un po’ per colpa mia, un po’ per cose che non posso controllare. È una cosa che ho accettato da tempo, non mi fa piacere ma non posso farci nulla». Deciso e convinto sono altri due aggettivi che gli si possono affibbiare, evidenziati dall’aneddoto di gara 6 della finale scudetto contro Siena, quella del tiro di Jerrells passato alla storia. Con l’Olimpia spalle al muro, i genitori non volevano andare alla partita anche a causa del clima molto ostile. Invece lui li convinse a prendere posto dietro la panchina milanese. «Ho sempre cercato di essere me stesso, di essere positivo e di dare il massimo. Il fatto di aver iniziato a giocare molto presto, che mio padre è stato un grande giocatore, che tante persone hanno vissuto il mio successo precoce come ‘regalato’ può aver infastidito qualcuno. Questo però succede a tutti i livelli e in tutti gli sport, e quindi non mi sento l’unico. Potremmo fare centinaia di esempi di atleti criticati o presi di mira dai tifosi avversari. Fa parte del gioco e va bene così».

Sin da ragazzino ha viaggiato tanto, con il ritorno dalla Grecia dove non gli piaceva giocare a basket ai primi tiri con l’Artus Maddaloni dove era allenato proprio dal papà prima di spiccare il volo verso Bologna, Treviso e Milano. Per questo Ale considera ‘casa’ «dove sta la mia famiglia, a prescindere dal luogo fisico. Ovunque riusciamo ad essere, per me quella è casa. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto unita, sempre presente, e adesso di incontrare una persona con la quale sto creando una mia famiglia. Per cui per me casa è stare con queste persone, sentire la loro vicinanza». E proprio la famiglia è stata fondamentale nel momento di depressione, della quale è stato tra i pochi sportivi ad avere il coraggio di parlarne. «Nel mio caso credo che fosse presente in me da tempo, ma che è esplosa nel periodo della pandemia che ha rappresentato solo la punta dell’iceberg. Sono stato isolato, da solo, ho iniziato ad avere determinate paure, particolari pensieri: la mia carriera precoce, il fatto che su di me ci siano sempre state alte aspettative, non solo dal mondo circostanze ma che anche io stesso mi ponevo. Sono arrivato ad un certo punto nel quale tutto ciò mi ha assorbito. Mi sono messo a pensare a chi fossi, all’Alessandro come persona e non solo al Gentile giocatore. Mettere in ordine questi pensieri, queste sensazioni, non è stato facile ed è un lavoro che continuo a fare ancora tutt’oggi. Impari a convivere con queste sensazioni, ad accettarle, a gestirle. Non sempre è facile, ma ci sono persone che ti sanno aiutare. E credo che sia importante proprio circondarsi delle persone giuste - il messaggio dell’ex azzurro -, e ognuno deve fare il proprio percorso per capire come affrontare questi momenti. Credo che sia una dimostrazione di grande coraggio e forza ammettere a sé stessi di avere dei problemi. Nel mondo in cui viviamo è un argomento sempre più importante, perché è un mondo che ti porta a perdere contatto con la realtà, è sempre più virtuale, molto appariscente ma poco genuino. Il fatto di parlarne apertamente è stato un qualcosa anche per dare coraggio o positività a persone che soffrono di questi momenti e che fanno fatica a trovare qualcuno con cui parlarne».

Papà Nando da dirigente sta rilanciando il basket a Caserta, con una squadra che sta provando a risalire la china in serie B. Magari in futuro Ale potrà indossare la casacca bianconera. «Perché no. Sicuramente stanno creando una bellissima cosa. Caserta aveva bisogno di entusiasmo, di ripartire da capo. Mi sono allenato per un periodo con loro, sono stato a vedere diverse partite, si è creato un bell’entusiasmo intorno a questa squadra. In futuro vedremo, anche perché mi sento ancora abbastanza nel pieno della carriera - ha concluso Gentile - e non sto pensando dove smetterò. Ma non è una cosa che escludo».


* per la rivista Basket Magazine