giovedì 24 agosto 2023

Basile scommette sull'Italia e sul Poz: «Bravo a cambiare visione»

VERSO IL MONDIALE 2023

Basile scommette sull'Italia e sul Poz:

«Bravo a cambiare visione»


di Giovanni Bocciero

Un oro e un bronzo europeo, ma soprattutto l'argento olimpico del 2004. Se si parla di Gianluca Basile in merito alla nazionale di pallacanestro è sicuramento uno dei giocatori più titolati. Eppure, proprio come per l'Italia gli manca nel palmares una medaglia al Mondiale. Competizione che vedrà ormai ad ore gli azzurri esordire contro l'Angola (venerdì 25 alle ore 10:00). Una squadra che ha avuto un cammino perfetto nell'avvicinamento al campionato iridato, con sette vittorie su sette amichevoli disputate contro Turchia, Cina, Serbia, Grecia, Portorico, Brasile e Nuova Zelanda. Successi arrivati anche contro avversarie di un certo livello, che però non contano assolutamente nulla in questa fase se non per far crescere l'autostima del gruppo. «Vincere non è mai semplice, perché sulla carta ci sono tante squadre forti quanto te - ha esordito Basile - o ancora di più. La cosa fondamentale è creare il concetto di squadra, e che tutti e dodici i giocatori capiscano in che contesto si trovano e il proprio ruolo. Quando tutti i meccanismi combaciano ci si può togliere tante soddisfazioni, e credo che la nazionale già dalla partecipazione all'Olimpiade con la gestione di Meo Sacchetti abbia intrapreso la giusta strada. Col Poz allo scorso Europeo si è arrivati ad un buon risultato, e si stanno comportando bene anche in queste amichevoli dove davvero giocano una buona pallacanestro. Sono una squadra atipica perché non hanno un centro di peso sotto canestro, ma c'è Nicolò Melli che è un jolly, che può difendere sui lunghi grossi, poi è dinamico ed ha la giusta intelligenza tattica. Se riescono a creare quella particolare atmosfera nello spogliatoio non dico che sono da medaglia, ma possono andare molto avanti nella competizione. Purtroppo il Mondiale è ancora più difficili degli Europei».

Basile ha vinto quello storico argento olimpico ad Atene con Gianmarco Pozzecco. Ma non solo l'azzurro, i due sono stati compagni di squadra per tre anni alla Fortitudo Bologna, e nella stagione 2013/14 il Poz è stato addirittura allenatore del Baso all'Orlandina. «Non me lo sarei mai aspettato in questo ruolo - ha confessato l'ex guardia tiratrice -, e questo è sicuramente qualcosa di positivo per lui. Credo che quello che sia riuscito a fare meglio è capire che il suo gioco, con quel talento, quella visione, era unico, e che lo poteva mettere in pratica solo lui. Quindi si è dovuto immedesimare in un contesto differente, nel quale non può aspettarsi quelle determinate cose dai giocatori. Ecco perché lo vedo molto focalizzato sui dettagli e le situazioni tattiche, cosa che da giocatore gli riuscivano per talento, perché sapeva inventare come nessun'altro. Nel suo nuovo ruolo ha dovuto capire che chi sta in campo non si chiama Pozzecco, e quindi ha dovuto imparare attraverso la lunga gavetta che ha già fatto alcune dinamiche che vanno al di fuori della sua visione. Visione che ha comunque portato a livello umano perché, essendo stato un atleta difficile da gestire, sa cosa passa per la testa di chi scende in campo e come saperlo prendere affinché possa essere tranquillo. Questo suo modo di fare crea grande fiducia nel rapporto che ha con le persone - ha sottolineato Basile -, le quali arrivano a credere fortemente in lui. Si merita tutto quello che ha raggiunto, e se a volte di sicuro esagera è perché spinto dalla passione. Nessuno può dire che non metta tutto sé stesso in quello che fa».

Pozzecco è stato chiaro sin dall'inizio del raduno. Ha convocato quei giocatori con i quali intende portare avanti un progetto duraturo nel tempo, perché è importante anche a livello di nazionale costruire un gruppo che si conosca quanto più possibile a maggior ragione con le poche occasioni per ritrovarsi. «Se non si crea mentalità nel gruppo si fa fatica pensare di poter non solo sognare una medaglia, ma persino di essere competitivi. La mentalità è ciò che ti rende forte, che ti dà sicurezza, e si costruisce nell'arco degli anni e anche dalle sconfitte. Come il quarto di finale perso contro la Francia dell'estate scorsa. Vedendo come giocano, e considerando che sono comunque tutti dei bravi ragazzi dal punto di vista comportamentale - ha continuato Basile -, credo che la mentalità sia quella giusta. Si percepisce che tutti vogliono fare bene e che nessuno esce fuori dal coro. Si stanno preparando al meglio, sono convinti di poter far bene, e poi dal traguardo del podio sei spesso diviso da una linea sottile che a volte dipende anche dalla fortuna negli incroci. Bisogna guardare una partita per volta e vedere cosa succede».

Il Mondiale sarà l'ultimo palcoscenico da giocatore per Gigi Datome, capitano dell'Italbasket che pur emozionatosi per aver vinto due bronzi europei a livello giovanile con l'U18 e l'U20, non ha conquistato nessuna medaglia con la nazionale maggiore. Chiudere la carriera con l'azzurro indosso e magari sul podio sarebbe un sogno. «Già indossare la maglia azzurra e sentire l'inno ti tocca nel profondo - ha riflettuto l'ex Fortitudo e Barcellona -, si prova orgoglio e soddisfazione per essere arrivato in quel contesto, che è il sogno da bambino. Una serie di cose che ti appagano sicuramente. Il ritiro è una cosa molto soggettiva, non c'è un'età che sia una data di scadenza. Per quello che ho provato io ai miei tempi, il corpo non mi reggeva più come una volta. Vedi ragazzi più veloci, subisci più infortuni, e quindi bisogna iniziare a tirare le somme valutando i pro e i contro nel continuare la carriera. Credo che Datome stia soffrendo almeno da due anni di diversi infortuni che gli hanno fatto giocare molte meno partite, anche se quando poi è in campo fa la differenza con la sua presenza. Gara 7 delle ultime finali scudetto sono un grande esempio. Ma arrivati a questo punto, solo lui poteva prendere una decisione riguardo questa cosa. Per quello che ha fatto, e per la persona che è, c'è solo da alzarsi in piedi per applaudirlo».

Per un Datome che prenderà parte al suo ultimo ballo, ci sono diversi giovani alla loro prima grande esperienza con l'Italia. Parliamo ovviamente di Momo Diouf, Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, rigorosamente in ordine di data di nascita essendo un 2001, un 2002 ed un 2003. Segno questo che il Poz non ha paura a lanciare dei giovanissimi. «L'età non è importante, perché ricordo che ai miei tempi Ricky Rubio aveva solo 17 anni ma era già in nazionale e addirittura comandava in campo. E' solo una questione di mentalità e di voler fare bene, e la crescita che hanno avuto Spagnolo e Procida fa ben sperare per il futuro dell'Italia. Voglio però anche lanciare un messaggio a chi è stato tagliato per ultimo o sta nel giro della nazionale, ovvero che un giocatore deve lavorare per migliorarsi sempre, così da presentarsi al prossimo raduno più forte. E' solo il lavoro che ti fa guadagnare sicurezza e prendere coscienza dei propri mezzi, così che si possano raggiungere certi livelli». Ma vede in qualcuno i nuovi Baso e Poz? «Questa domanda non ha risposta. Ogni giocatore ha una sua mentalità ed un suo talento. Ma non mi soffermerei neppure sui singoli, perché anche ai nostri tempi - ha concluso Basile - la forza del gruppo era l'insieme dei giocatori ognuno con la mentalità giusta».

sabato 5 agosto 2023

Giovanni Bocciero nuovo responsabile comunicazione della Bakery Piacenza

Giovanni Bocciero nuovo responsabile comunicazione della Bakery Piacenza

Il giornalista professionista organizzerà e coordinerà l’area comunicazione del club avvalendosi della collaborazione di importanti figure professionali

La Bakery Basket Piacenza, ai nastri di partenza del campionato di serie B Nazionale 2023/24, comunica di aver affidato a Giovanni Bocciero l’organizzazione ed il coordinamento dell’area comunicazione del club.

Casertano di Maddaloni, il 34enne giornalista professionista con comprovata esperienza in ambito sportivo, ha già ricoperto il medesimo ruolo per circa dieci anni alla Pall. San Michele Maddaloni, impegnata sempre nel campionato di serie B. È inoltre tra le principali firme della rivista specializzata Basket Magazine, e si occupa dei maggiori sport cittadini per la testata online IlPiacenza. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in Scienze Politiche e il master in Marketing e Management dello Sport all’università di Roma Tor Vergata, ha maturato un’importante esperienza di tre anni alla Federazione Italiana Rugby collaborando con gli uffici di Comunicazione, Marketing, Eventi e Area Sportiva. 

Giovanni sarà il nuovo riferimento per giornalisti, uffici stampa e operatori dei media riguardo tutte le attività del mondo Bakery, e coordinerà il settore comunicazione del club biancorosso avvalendosi della collaborazione di importanti figure professionali. Nell’ordine il responsabile social media e grafico Riccardo Galli, che continuerà anche ad essere la voce delle telecronache delle partite casalinghe; la social media manager Giulia Caserta, anche fotografa biancorossa insieme a Manuel Galli; lo speaker ufficiale Nicolas Cattivelli; e gli addetti alle statistiche Simona Migliorini e Marco Belloni.

Area comunicazione Bakery Basket Piacenza

sabato 29 luglio 2023

Ds Alessandro Pagani: «Aboliti gli under? Quelli bravi giocheranno»

Estate bollente per il basket italiano, dalla riforma dei campionati di serie A2 e B Nazionale all'introduzione della riforma del lavoro sportivo. Con il ds dell'Assigeco Piacenza, Alessandro Pagani, parleremo anche del nuovo vincolo sportivo dagli 11 anni d'età, e l'aumento dei costi dei parametri per il tesseramento.



domenica 23 luglio 2023

Gandini: «Il campionato è importante, lo dimostrano i playoff»

Intervista al presidente della Lega, Umberto Gandini, a conclusione di una stagione che ha rilanciato il basket italiano di club

«Il campionato è importante, lo dimostrano i playoff»

«Una lega sovranazionale? Alla base del sistema ci sono i tornei nazionali e prima dei ricavi bisogna pensare ai costi. Sul calendario va trovato un accordo»

 

di Giovanni Bocciero*

 

ARCHIVIATA la lunghissima stagione 2022/23 della LBA, abbiamo tirato le somme con il presidente Umberto Gandini. «Mi complimento con dipendenti, collaboratori e consulenti per il lavoro fatto in questa prima stagione ‘normale’ dopo la pandemia. Hanno fatto più di quanto mi aspettassi: siamo cresciuti notevolmente nel modo in cui presentiamo i nostri eventi; è migliorato il dato medio di presenze nei palazzetti; è aumentata la diffusione televisiva così come l’impatto mediatico sui social e nel mondo digital dei nostri contenuti. Sono soddisfatto. E poi la finale è stata di altissimo livello, competitiva, equilibrata, coinvolgente, si è visto fair play da entrambe le parti. Dispiace per un singolo episodio - riferimento a gara 2 -. Capisco anche i puristi del gioco per i quali la finale non è stata all’altezza, ma vuoi mettere l’intensità che le due squadre hanno avuto al termine di una stagione così lunga?».

Una formula, quella della finale al meglio delle 7 gare, che l’Assemblea di lega ha modificato alla prima occasione. «Quella formula esisteva dal 2007/08, e da allora i calendari e gli impegni sono cambiati - ha ricordato Gandini -. Negli anni precedenti non si è andati così lunghi, ma con un potenziale Preolimpico l’anno prossimo, abbiamo fatto una serie di considerazioni. Rispondendo alle esigenze del movimento abbiamo assecondato un sentito comune. Sottolineo che le società, con meno partite, hanno rinunciato agli incassi per salvaguardare l’interesse collettivo, in primis dei giocatori. E per questo le ringrazio».

Umberto Gandini, presidente LBA dal 2020

ALL’ORIZZONTE la riforma del lavoro sportivo che sfiora appena la LBA. «È un tema estremamente importante, che aiuterà ad abbattere qualche steccato di norme e regole che saranno più simili tra LBA e LNP. È un cambio epocale, ma dobbiamo fare cose che abbiano una logica e che siano funzionali. Il lavoro sportivo ci toccherà relativamente essendone caratterizzati dagli anni ’90, ma in serie A interverrà su tutte le figure che riguardano il settore giovanile o di aree che non sono quella tecnica. Trovo importante tale riforma - ha continuato Gandini - perché è la certificazione che esiste un lavoro sportivo che non è necessariamente quello dei professionisti. Un giocatore dilettante ha degli impegni ed una disponibilità verso le società molto simile a quella dei professionisti senza averne le tutele. Poi come dice il ministro Abodi, sarà un processo in itinere e sarà necessario intervenire per trovare degli ammortizzatori, per permettere la sua applicazione, per correggerla dove magari ci saranno delle storture. Ma è importante aver fatto il primo passo».

Se da un lato in Italia c’è questo avvicinamento tra professionisti e dilettanti, in Europa la forbice sembra allargarsi sempre di più. «Guardo all’Eurolega con grande attenzione e curiosità per via della mia esperienza nel mondo del calcio a livello internazionale. Nella pallacanestro l’associazione delle leghe, l’Uleb, che è azionista dell’Eurolega stessa, è da tempo in disparte e poco considerata. Sul tema dei calendari: abbiamo 52 settimane nelle quali 44 circa per svolgere attività sia di nazionali che di club. Bisogna trovare il modo di collaborare tra Fiba, Eurolega e le leghe che tutelano i propri interessi. Non è facile - ha analizzato il presidente della LBA -, perché tutti puntano ad aumentare i propri spazi per aumentare i ricavi. Insieme a Spagna, Grecia, Francia e Germania abbiamo fatto sapere di voler essere coinvolti nelle decisioni che impattano sui campionati domestici».

Ma è fattibile una lega sovranazionale? «L’Eurolega nel basket, rispetto al calcio con l’ipotetica Superlega, ha avuto un diverso impatto sociale e politico. Ciò non toglie che la base del sistema europeo sono i campionati nazionali. Milano e Bologna hanno dimostrato quanto ci tengano al titolo italiano. Per questo è necessario trovare il giusto rapporto. Un torneo sovrannazionale me lo aspettavo anni fa nel calcio, legato all’integrazione politica europea, ma non c’è stato. Non credo però che più partite continentali siano la risposta ai problemi della pallacanestro europea. Ritengo invece che prima dei ricavi bisognerebbe controllare i costi».

IL DUOPOLIO Milano-Bologna non preoccupa il presidente Gandini, «perché è stimolante per loro e per tutte le altre società. Brescia lo ha dimostrato vincendo la Coppa Italia, altri club storici o appena arrivati hanno la volontà di fare sempre meglio. Poi è chiaro che contano molto i budget e le risorse disponibili. Contiamo sul desiderio di primeggiare di personalità o gruppi che vogliono competere ad alto livello con la disponibilità ad investire. Altre realtà competono con le armi a loro disposizione, ma l’Italia non è una mosca bianca in Europa. Di duopoli ce ne sono in tutti i campionati, ma non per questo si grida allo scandalo. D’altronde le squadre di Eurolega sono giocoforza più attrezzate delle altre. Ma anche negli anni ’60 e ’70 c’era il dominio di Varese, Cantù, Milano. Ci sono sempre stati poli opposti nella storia».

Un momento della finale scudetto tra Milano e Bologna

I club sono ovviamente gli attori principali della LBA. Lo stato di salute delle società, e l’avvento di proprietà straniere non può che far sorridere. «La pandemia è stato un test probante, e tutti l’hanno gestito con grande attenzione e lungimiranza mettendo in sicurezza i conti. Possiamo dire di affrontare le nuove sfide e guardare con tranquillità al futuro. Sulle proprietà straniere credo sia necessario distinguere due diversi tipi di investimento: uno per rafforzare la compagine societaria e migliorare le infrastrutture che è duraturo; l’altro riguarda la forza lavoro, quindi i contratti dei giocatori, che non sempre è immediato e certo del risultato. Credo che bisogna trovare la giusta via di mezzo, anche se tante realtà locali, dove c’è una proprietà diffusa, lavorano sulla stabilizzazione del club fornendo le risorse per affrontare la parte sportiva con più tranquillità. Un bacino d’utenza estenso è un potenziale vantaggio per inserirsi nell’egemonia Milano-Bologna, ma da solo non può bastare per ambire al vertice - la risposta di Gandini alle dichiarazioni del nuovo amministratore delegato del club partenopeo Alessandro Dalla Salda sul potenziale di Napoli -. Ci vogliono tanti altri ingredienti ed alcuni già ci sono, ma sono certo che Dalla Salda lo sa bene, ed è determinato nel suo nuovo incarico a generare le risorse, non solo economiche, per crescere. Penso alla passione della proprietà, ad esempio, a quanto la famiglia Grassi sta facendo per mettere solide fondamenta al progetto».

ALTRO NODO è il mercato sempre aperto. «Il fatto che ci sia l’opportunità non significa che bisogna applicarla. Sono regole che vengono prese di comune accordo tra le società - ha specificato il presidente -. Nell’Assemblea di lega ci si confronta cercando le soluzioni migliori per l’interesse collettivo che tendenzialmente non deve penalizzare nessuno. Al momento non c’è sul tavolo un discorso di questo tipo».

Il mercato coinvolge anche l’utilizzo degli italiani, naturalmente. «Sono sempre stato un convinto assertore della meritocrazia. Avere delle categorie obbligatorie per le quali devi giocare non aiuta né la crescita del giocatore né quella del movimento. Se un allenatore sceglie di far giocare o meno un atleta non lo fa per regolamento o per farsi del male. La responsabilità di formare i giocatori, pur restando nell’interesse della serie A, credo vada distribuita più verso le categorie inferiori - l’opinione di Gandini -. I club di LBA lavorano sulla parte terminale della formazione, lasciando al settore dilettantistico la preparazione dei giovani. Anche la scuola incide. In passato un ragazzo più alto della media veniva dirottato naturalmente verso la pallacanestro, oggi va a giocare a pallavolo e questo porta ad avere meno talento disponibile. C’è un ragionamento di fondo da fare che non può avere nelle clausole protezionistiche l’unica soluzione. Il basket ha scelto il criterio della formazione, indipendentemente dal passaporto, e questo ha dei risvolti sia positivi che negativi».

SENZA IMPIANTI all’avanguardia, nonostante il pubblico pagante risponda bene, l’esposizione mediatica del basket sia in tv che sui giornali ne risente, trovando sempre meno spazio anche a causa di limitazioni d’accesso per gli stessi addetti ai lavori. «Ringrazio per la domanda perché il tema non riguarda solo gli stadi - ha evidenziato il presidente della LBA - ma tutti gli impianti sportivi. Con la pallavolo spesso facciamo cose insieme a livello politico perché ci troviamo a condividere le strutture. Non possiamo crescere da questo punto di vista, nonostante siamo arrivati a quasi 4mila spettatori di media a partita nel girone di ritorno, perché in Italia non c’è una visione sull’impiantistica da decenni. Palazzi da oltre 10mila posti ce ne sono pochi. Uno dei più belli è Torino che deriva dalle Olimpiadi. Progetti all’orizzonte sono Cantù, Tortona, Brindisi con i Giochi del Mediterraneo, Venezia, l’ampliamento del palazzo di Varese. Ci sono dei segnali, soprattutto legati ai privati o a manifestazioni internazionali, ma l’impiantistica incide su capienza, presenze, sulla fruizione del prodotto dal vivo, che per il basket rimane straordinario perché ha una sua declinazione televisiva. Non a caso i numeri che abbiamo raccolto nell’ultima stagione sono forieri di ottimismo per il futuro».

«Sul Nove abbiamo intrapreso un percorso, dopo aver lasciato Rai Sport perché non c’era da parte dell’emittente pubblica la volontà di darci gli spazi che meritiamo. Il gruppo Discovery è stato più sensibile. Il bando dei diritti streaming, che ha visto la contesa tra Discovery ed Eleven, ci ha permesso di avere più risorse e quindi meno necessità del solo ricavo dal chiaro. Adesso bisogna abituare il pubblico ad andare a ricercare il basket su emittenti diverse rispetto a prima. Poi non dimentichiamo la contrazione importante di quante persone guardano la tv. Dobbiamo continuare ad investire sulla comunicazione del nostro prodotto, anche perché ormai quasi tutto lo sport è sullo streaming. È anacronistico pensare che lo sport sia fruibile solo in chiaro. La gente che guarda la tv è sempre più anziana. Bisogna dunque rinnovare e ringiovanire l’audience, trovando le formule sia per il prodotto in chiaro che ti dà proseliti, ma anche visibilità e ricavi commerciali, che quello in streaming che puoi vedere dove, quando e come vuoi per fruire del servizio. La problematica dell’impiantistica e della sua capienza con spazi ristretti, ha fatto sì che in considerazione dei media che oggi sono carta stampata ma anche siti e altro, ci siano limitazioni di non facile soluzione scontentando qualcuno». La chiosa di Umberto Gandini è ovviamente per i prossimi Mondiali: «Tutti a tifare per la Nazionale, perché è trainante per l’intero movimento».


* per la rivista Basket Magazine

A2 agguerrita e ambiziosa; la nuova B tutta da scoprire

È l’anno del definitivo assestamento dei campionati cadetti prima che la riforma vada a regime dalla prossima stagione 

A2 agguerrita e con grandi ambizioni; la nuova B tutta da scoprire

 Formule e regole nuove, con l’ombra delle conseguenze - soprattutto nella terza serie - della riforma del lavoro sportivo appena entrata in vigore. Tanti i club che, delusi lo scorso anno, daranno l’assalto alla serie A.

di Giovanni Bocciero*

 

LA RIFORMA DEI CAMPIONATI voluta della Fip cambierà il volto dell’A2 e della B come le conoscevamo. Ma la stagione ormai prossima farà soltanto da ponte a quello che sarà il reale cambiamento. Un anno transitorio che solo fra dodici mesi porterà i due campionati a regime. Ovvero, dal 2024/25 girone unico da 20 squadre per la serie A2, e B Nazionale composta da 42 club. Mentre scriviamo, sono certe soltanto le regole d’ingaggio per la prossima stagione, con le società che hanno dovuto programmare investimenti economici e sportivi senza avere la minima certezza. Per di più con l’entrata in vigore della riforma del lavoro sportivo che mette altra carne al fuoco. Ma andiamo con ordine.

Dal prossimo ottobre, il campionato di A2 sarà a 24 squadre (due gironi Est-Ovest, fase ad orologio e playoff/playout), 2 le promozioni in serie A e 6 le retrocessioni in B; 2 le retrocessioni dalla massima categoria e 2 le promozioni dalla cadetteria, così da avere un assetto definitivo nel 2024/25 da 20 squadre. L’anno successivo si entrerà a regime con 2 promozioni in A e 3 retrocessioni in B a stagione. La nuova B Nazionale, che è il torneo dai cambiamenti più marcati, partirà con 36 squadre (al vaglio la formula dei due gironi, più fattibile l’ipotesi Est-Ovest che quella Nord-Sud, da 18 squadre con successiva post season. Il 14 luglio il Consiglio federale ratificherà le iscrizioni e delibererà la formula). 2 le promozioni in A2 e 4 le retrocessioni in B Interregionale; 6 retrocessioni dal secondo campionato nazionale e 6 le promozioni dal quarto livello, portando così l’organico totale nel 2024/25 a 42 club. Dalla stagione successiva si entrerà a regime con 3 squadre che saliranno in A2 e 4 che scenderanno in B Interregionale.

Per partecipare ai campionati di A2 e B Nazionale, le società dovranno versare una fidejussione rispettivamente di 100mila e 50mila euro, avere un impianto con capienza minima da 2000 posti e 800 posti, e versare un contributo al ‘fondo under’ da 12mila e 5mila euro che andrà a premiare i club più virtuosi. Ovvero, quelli che i giovani li faranno giocare con regolarità, nonostante i due tornei saranno accomunati proprio dall’abolizione del vincolo under (per l’anno alle porte 2003 in su), i quali potranno essere usati come 11° e 12° a referto. Oltre alla fidejussione aumentano i costi dei parametri, 11mila euro ad atleta per l’A2 e 7.500 per la B. Con l’eliminazione dell’obbligo degli under, le squadre di ambedue i tornei potranno schierare 10 senior. In serie A2 sarà possibile tesserare due extracomunitari, e per quanto riguarda il mercato sarà possibile inserire atleti fino alla vigilia della terzultima giornata della fase a orologio. In B Nazionale è permesso un solo atleta extracomunitario, e saranno tesserabili nuovi giocatori entro il 28 febbraio 2024.

C’È ANCORA tutta un’estate di mercato da dover vivere, ma la lotta per le due promozioni in serie A appare già piuttosto serrata. Dopotutto il campionato di A2 è da diverse stagioni che vede tante squadre allestire roster importanti per provare la scalata. Non tutti ci riescono, e alcune non hanno perso la speranza. Basti pensare all’ambiziosa proprietà americana di Trieste, o a Verona partita a bomba con gli ingaggi di Esposito, Gazzotti, Penna e Stefanelli per ritornare subito al piano di sopra. Forlì e Cantù - che ha confermato coach Sacchetti e preso Burns - dopo gli ultimi finali amari ci riproveranno, così come Udine che si è rifatta il look con la coppia ds-coach Gracis-Vertemati. E ancora Torino che ricomincerà da coach Ciani, Pepe, De Vico e Schina, Cento.

Attilio Caja, nuovo allenatore della Fortitudo Bologna

La Fortitudo Bologna è appena stata acquistata dal gruppo di Stefano Tedeschi, resta una nobile ed ha preso Caja come coach. E, a proposito di piazze calde, dopo 14 anni è ritornata Vigevano, così come la Sebastiani Rieti che dopo aver fallito la promozione sul campo ha acquisito il titolo sportivo di Mantova e rimpiazzato la retrocessa concittadina Npc Rieti. Altro titolo venduto quello della Stella Azzurra ad una cordata trapanese già proprietaria della squadra di calcio che ha guardato alla Capitale dopo l’affare saltato con Trapani del presidente Lnp Basciano. Quest’ultima ha poi rinunciato all’iscrizione all’A2, con Basciano tra i soci del nuovo corso Fortitudo che osserverà le elezioni di lega che si terranno a settembre. Roma sarà comunque rappresentata dalla sorprendente neopromossa Luiss. Poi ci saranno tante altre squadre che da tradizione faranno bene, come Treviglio che ha piazzato il colpo Guariglia - oggetto del desiderio di tanti - così come Piacenza che ha confermato la coppia play-pivot Sabatini-Skeens. Cividale ripartirà da Pillastrini in panca, Redivo in campo e con l’aggiunta di Mastellari, e l’Urania Milano dopo aver rinnovato coach Villa si prepara ad un’altra entusiasmante stagione.

Per quanto riguarda la serie B Nazionale invece, molte sono le rappresentanti di quella provincia che tanto ha dato alla pallacanestro italiana. Sarà riproposto il derby livornese tra Libertas e Pielle, così come quello di Montecatini. Orzinuovi ripartirà con ancor più ambizione dopo la delusione della mancata promozione e il cambio di allenatore da Calvani a Zanchi. Come dimenticare Mestre che ha riempito il PalaTaliercio in occasione degli ultimi playoff, così come Omegna e San Vendemiano che hanno ingaggiato i tecnici Ducarello e Carrea. Desio, Legnano che ha preso coach Piazza e Raivio confermando Marino, le ambiziose Ozzano e Faenza, Padova, la retrocessa San Severo che ricomincerà con la stessa passione, e ancora Jesi, Fabriano, Roseto, Caserta, Avellino, tutte formazioni che andranno alla caccia della promozione in quel palcoscenico che meritano per la loro storia. E attualmente mancano due club all’appello, con Salerno che ha già rimpiazzato la Sebastiani e Lumezzane e Adrea Costa Imola che dovrebbero essere ripescate.

SE LA RIFORMA non ha più di tanto modificato l’A2, difficile immaginare come sarà la B Nazionale, totalmente stravolta rispetto alla passata stagione con il numero di squadre dimezzato. «Sarà difficile da interpretare fin quando non s’inizierà a giocare - il commento di Simone Zamboni, club manager della Bakery Piacenza, ammessa al prossimo torneo cadetto -. Bisognerà capire che tipologia di campionato sarà perché non ha una sua storia, va cancellato tutto il precedente storico e sarà tutto completamente rimodulato. Tanto dipenderà anche da che tipo di format sarà adottato, anche se per le società sarebbe meglio una formula che contenga i costi. Con meno squadre immaginiamo tutti un livello più alto. Ma questo dipenderà anche come i club si muoveranno sul mercato in virtù delle regole diverse».

Simone Zamboni, club manager della Bakery Piacenza

L’abolizione dell’utilizzo degli under e l’introduzione della possibilità di tesserare uno straniero in un campionato che era l’unico che non ammetteva extracomunitari, sono due regole che aprono ad un nuovo orizzonte. «L’eliminazione dell’obbligo degli under lo reputo un cambiamento epocale - ha continuato Zamboni -, passando così dal vecchio 7+3 a roster che saranno composti da 10 senior con uno straniero. Sono novità importanti per la B Nazionale, grandi cambiamenti che porteranno comunque le squadre competitive a muoversi per prime sul mercato. Come è logico che sia, chi ambisce alla promozione farà un roster sicuramente molto più lungo ed ampio per quanto riguarda i senior, dando meno spazio agli under. Chi invece vorrà fare un campionato più tranquillo, magari tenderà ad un utilizzo più costante dei giovani. Grazie all’impiego di più senior e dello straniero, il livello del campionato si alzerà rispetto agli ultimi anni. Credo che sarà quasi paragonabile all’A Dilettanti di qualche stagione fa. I giovani validi, che sapranno tenere il campo, continueranno comunque a trovare spazio. Anzi, sarà interessante vedere che piega prenderà questa nuova B - ha sottolineato il dirigente della Bakery - che credo possa diventare un contenitore dove sviluppare giovani italiani con prospettiva, mettendoli alla prova in un campionato a loro misura».

La riforma dei campionati coincide con la riforma del lavoro sportivo, un ulteriore impegno - gravoso - per i club. «Il discorso del lavoro sportivo è molto complicato. È piovuto dal cielo in troppo poco tempo, e si tratta di una riforma che farà bene per i lavoratori sportivi ma andrà ad incidere pesantemente sui costi delle società. Ed essendo queste che investono, come proprietari o con sponsor, c’è il rischio che molti non riescano a sostenere questi costi aggiuntivi che sono stati programmati troppo velocemente. Le società andavano preparate piano piano a questo evento che è epocale per il dilettantismo, e non in modo così netto. Si tratta di una riforma che incide solo sui club, e invece credo che vada ridistribuita su tutti gli interpreti del sistema. O comunque se questi costi aggiuntivi ricadono solo sulle società - ha concluso Zamboni -, queste devono avere degli aiuti di tipo diverso per farne fronte, altrimenti col tempo c’è il rischio che si rinunci a fare attività».


* per la rivista Basket Magazine

sabato 1 luglio 2023

Operazione Manila: 45 anni fa Italia beffata allo scadere

L'Italia chiuse al quarto posto beffata da un tiro allo scadere del brasiliano

45 anni fa il canestro di Marcel spense la gioia azzurra

Il ricordo di Marzorati: «Battemmo anche gli Usa e fu un buon Mondiale guastato da quell'ultimo episodio quando, dopo il sorpasso di Bonamico, pensavamo di avere già la medaglia di bronzo al collo»


di Giovanni Bocciero*


L’Italbasket, ancora alla caccia della sua prima medaglia ad un Mondiale, si presenterà in quel di Manila dove è andata più vicina al grande risultato nel lontano 1978. Se l’Italia dei canestri ha infatti festeggiato nell’arco della sua storia per i metalli d’oro, d’argento e di bronzo di Europei ed Olimpiadi, in bacheca manca una posizione sul podio alla Coppa del Mondo. Ipotizzare gli azzurri a medaglia alla prossima competizione iridata di Filippine, Indonesia e Giappone è alquanto difficile, se non addirittura impossibile. Ma nella magia di Manila si spera che tutto possa accadere, proprio come al Mondiale del ‘78, al quale l’Italia vi partecipava dopo essere già arrivata ai piedi del podio nel ’70.

A Manila gli azzurri furono invitati proprio dalla federazione filippina, non essendosi qualificati per l’edizione del ’74, e per l’Italbasket quel Mondiale «è stato un torneo abbastanza buono dal punto di vista dei risultati - ha commentato Pierluigi Marzorati -, tranne che per l’ultima partita persa contro il Brasile con un tiro dalla distanza allo scadere che ci ha fatto perdere la medaglia di bronzo. Quel risultato ha segnato il futuro della nazionale. Dopo quel Mondiale, e l’Europeo dell’anno successivo giocato in Italia con fase finale a Torino, al quale non partecipai perché impegnato con la laurea - ha ricordato l’ex playmaker azzurro -, il presidente della federazione decise di cambiare il ct, anche perché Giancarlo Primo era stato per dieci anni l’allenatore della nazionale. Se avessimo vinto quel bronzo, però, di sicuro si sarebbe continuato con lui in panchina. L’arrivo di Sandro Gamba ha portato un rinnovamento che ha creato un ciclo abbastanza vincente con un argento olimpico e un oro europeo. Però mi preme non dimenticare Primo, perché con lui abbiamo vinto due bronzi europei nel ‘71 e nel ’75, e purtroppo c’è sfuggito quel bronzo ai Mondiali di Manila che grida ancora vendetta».

La formazione azzurra nell'amara Manila 1978. In basso, secondo da destra,
Pierluigi Marzorati, 70 anni, icona della nostra pallacanestro

La formula di quella competizione vedeva la campione in carica Unione Sovietica e il paese ospitate Filippine già qualificate al gruppo finale da otto squadre, completato dalle prime due classificate dei tre gironi eliminatori. L’Italia, composta da una formazione con i pilastri Meneghin, Marzorati e Bariviera, mise in evidenza un buon gioco di squadra con diversi protagonista di partita in partita. All’esordio gli azzurri hanno battuto il Portorico 93-80 (Bariviera 24 punti), perso con il Brasile 84-88 (Meneghin 22) e vinto in maniera larga con la Cina 125-95 (Marzorati e Bariviera 24). La prima vittoria nel girone finale è arrivato di misura contro gli Stati Uniti 81-80 (Della Fiori 20). Dopo il ko con la favorita Jugoslavia 76-108, Carraro con 20 punti ha guidato gli azzurri a battere l’Australia per 87-69. Battuta anche le Filippine 112-75 (Bariviera 25), l’Italia ha ceduto all’Unione Sovietica per 69-79 (Carraro 18) prima di superare il Canada 100-83 (Meneghin 23). Tra le novità della nuova formula mondiale, c’era quella dello spareggio tra prima e seconda, e terza e quarta per decretare il podio. Gli azzurri hanno così affrontato il Brasile per la medaglia di bronzo. Negli ultimi secondi il canestro di Bonamico sembrava aver fatto vincere la nazionale italiana, che però distratta da precoci festeggiamenti ha lasciato libero Marcel che dalla grande distanza ha segnato con un tiro dell’Ave Maria: 85-86, ultimo gradino del podio agli avversari e azzurri rimasti a bocca asciutta.

«Sono passati 45 anni, ma una cosa che ricordo in maniera scherzosa è l’incontro con la Cina - ha rammentato ancora Marzorati -. La formazione avversaria presentava il centro Mu Tiezhu, alto 2.28 metri, con due mani enormi che quando aveva il pallone sembrava giocasse con un’arancia. Ovviamente lo ha dovuto marcare per gran parte della partita Dino Meneghin, che ridendoci su ha sempre detto che fosse di cemento armato perché non riusciva a spostarlo. La Cina era anche una buona squadra, preparata tecnicamente, con giocatori nella media dell’1.90. Per quanto riguarda l’ambiente invece, quello che mi ha più colpito è stata l’umidità. Erano i primi di ottobre, c’erano i monsoni e si giocava con un’umidità del 90% e passa - ha sottolineato l’ex play -, si faceva fatica addirittura a respirare. Per il cibo già all’epoca c’era l’usanza di portarsi prodotti da casa come la pasta. Certo spostarsi in Asia comportava mangiare tanto riso, ad esempio, ma non c’erano difficoltà a reperire gli spaghetti o la carne».

Il sorteggio della World Cup 2023 ha visto l’Italbasket inserita nel girone A insieme ad Angola, alla Repubblica Dominicana di Karl Anthony Towns e alle Filippine padrona di casa di Jordan Clarkson. Per questo la nazionale giocherà all’Araneta Coliseum di Quezon City a Manila. Struttura inaugurata nel 1960 e già location del Mondiale del ‘78. Sia l’Angola che le Filippine sono state avversarie degli azzurri anche al Mondiale del 2019 in Cina. Contro entrambe hanno vinto piuttosto nettamente: 92-61 contro gli angolani, quinta vittoria in altrettanti precedenti; 108-62 contro i filippini, per la vittoria più larga nei nove precedenti. Due i confronti con la Repubblica Dominica; il primo nel settembre 1978, un’amichevole vinta dagli azzurri per 87-66 proprio in vista dei Mondiali; il secondo il 3 luglio 2021, al Preolimpico di Belgrado, un 79-59 che spianò la strada verso la finale che poi catapultò la squadra allenata dal ct Meo Sacchetti ai Giochi olimpici di Tokyo. Assodato che il girone della prossima competizione iridata è abbordabile, s’inizia il 25 agosto contro l’Angola, il 27 sfida ai dominicani e ultima gara del gruppo il 29 con le Filippine. Meglio non lasciare nulla al caso per la seconda fase in cui s’incroceranno le migliori due del girone B, ovvero Serbia, Cina, Portorico e Sud Sudan, da affrontare rispettivamente l’1 e 3 settembre portandosi dietro i risultati già acquisiti. Ma sarà ancor più importante arrivare primi nella seconda fase, perché se si dovesse arrivare secondi nel girone I, ai quarti di finale - da giocare il 5 settembre - ci potrebbe essere l’accoppiamento con gli Stati Uniti.

«Con quest’ultima generazione, a cavallo tra il termine dell’era Sacchetti e l’inizio di quella Pozzecco, si intravede qualcosa di positivo. Spero che vada avanti questo processo di maturazione - ha continuato Marzorati - e che tutti i giocatori che sono fisicamente a posto e che sono vogliosi di indossare l’azzurro siano a disposizione. Adesso però, più che pensare ad un discorso di medaglie, l’importante è affrontare bene il primo girone eliminatorio. Bisogna superarlo da primi, anche se non sarà facile. Parlo per esperienza, partire bene in una competizione permette alla squadra di acquisire autostima e fiducia. Sentimenti che, seppur sappiamo che alla fine le rotazioni sono spesso precluse a otto, forse nove giocatori, si propagano anche a coloro che vedono poco il campo e gli permette di essere pronti quando chiamati nel momento del bisogno». Dopo l’ultimo Europeo sarà la seconda manifestazione alla quale l’Italbasket parteciperà con Gianmarco Pozzecco in qualità di ct. «La sua nomina è una bella sfida. Avrà una seconda opportunità, anche se la squadra non ha certamente il talento di altre nazionali. Credo però che in questo momento non bisogna pretendere troppo da lui e dalla squadra, ma più che altro volere un miglioramento dal punto di vista del gioco e della posizione - ha analizzato l’ex azzurro -, ma non esclusivamente della medaglia. Il Mondiale è una competizione che permette di incontrare nazionali provenienti da altri continenti e spesso difficili da affrontare. Certo, non bisogna dimenticare che il risultato è importante anche in funzione della qualificazione per le Olimpiadi di Parigi del prossimo anno».

Fare bene alla competizione iridata non sarà solo il frutto di una semplice somma di talento, ma è indispensabile creare quella chimica giusta che permetta anche di andare oltre i propri limiti. Come è spesso accaduto con le nazionali dei cicli vincenti. «I risultati che l’Italia ha ottenuto in passato sono sempre stati figli di un lavoro di più anni. È quello che oggi nella pallacanestro italiana è penalizzante. Ovvero, il fatto che non solo ogni anno si cambia l’assetto della squadra, ma addirittura durante la stessa stagione ci sono giocatori che vanno via e altri che arrivano. Questo è l’esatto contrario di come bisogna lavorare per vincere - ha ancora analizzato il play -. Ogni anno bisogna aggiungere qualcosa, e non togliere, mantenendo un assetto di squadra che permetta di avere un nucleo base che crei continuità e soprattutto affiatamento. Questo vale tanto per i club quanto per la nazionale. Andando avanti nel corso degli anni, con un ciclo di tre o quattro stagioni, si devono pretendere dei risultati perché si spera che la squadra abbia definito il suo valore così da poter puntare ad una zona medaglie».

Oggi la nazionale italiana è composta soprattutto da due blocchi ben definiti, di Olimpia Milano e Virtus Bologna, forse un fattore per riuscire ad arrivare ad una alchimia migliore in breve tempo. «È una cosa che è sempre successa, basta vedere gli anni del bipolo Milano e Varese, oppure Cantù, e allora diventava un tripolo. È sicuramente una cosa vantaggiosa, ma la differenza è che noi non avevamo giocatori all’estero. Questo implica che durante le finestre diversi atleti, che sono importanti ed utili nell’economia della squadra, non possono esserci. Bisogna dunque cercare di ottimizzare il tempo a disposizione per il ct, ma - ha concluso Marzorati - è certamente una complicanza e non una facilitazione».

Così a Manila 45 anni fa

ITALIA-BRASILE 85-86 (45-50)

ITALIA: Caglieris 2, Iellini, Carraro 8, Ferracini, Della Fiori 2, Bariviera 21, Bonamico 8, Meneghin 13, Villalta, Vecchiato 4, Marzorati 6, Bertolotti 21. All. Primo.

BRASILE: Marcelo Vido, Fausto 6, Ubiratan, Carioquinha 12, Helio Rubens 4, Marquinho 12, Gilson 12, Marcel 22, Adilson, Agra, Oscar 18, Robertao. All. Vidal.

CLASSIFICA FINALE: 1. Jugoslavia, 2. Urss, 3. Brasile, 4. Italia, 5. Usa, 6. Canada, 7. Australia, 8. Filippine, 9. Cecoslovacchia, 10. Portorico, 11. Cina, 12. Rep. Dominicana, 13. Sud Corea, 14. Senegal. 



* per la rivista Basket Magazine

venerdì 23 giugno 2023

Finale scudetto gara 7: Datome regala la terza stella all'Olimpia

Finale scudetto gara 7: Datome regala la terza stella all'Olimpia

Virtus a contatto con Shengelia


di Giovanni Bocciero


C'è voluta gara 7 per decretare la squadra vincitrice dello scudetto 2023. Una partita che rispetto alle precedenti sei, ha visto un monumentale Datome, ma soprattutto un accorgimento tattico che ha tolto certezze alla Virtus Bologna. Infatti, con la scelta di coach Ettore Messina di non concedere il mismatch di Hackett su Napier, i virtussini hanno dovuto cambiare il proprio piano gara. Hanno così cercato di coinvolgere maggiormente i lunghi, ma la difesa meneghina si è chiusa ogni volta bene a riccio portando gli avversari a perdere tante palle perse: 8 all'intervallo, quasi il doppio (15) ad inizio ultimo quarto. E le poche volte che Bologna è riuscita a far tornare il pallone fuori, la percentuale dall'arco è stata impietosa: solo 5 triple all'intervallo, e 5 errori per Belinelli.

Foto: Lega Basket A/Marco Brondi

Il fattore campo ha resistito in ogni singolo incontro. Napier e soprattutto Baron hanno chiuso i conti con i loro preziosi canestri nel finale. Ma proprio come gara 6 dello scorso anno, utile per scucire il tricolore dalle casacche della Virtus, in questa gara 7 è stato decisivo per indirizzare il match così da regalare la terza stella all'Olimpia Milano. Stiamo ovviamente parlando di Gigi Datome, che è partito a razzo. E' arrivato sino al ferro, si è fatto spazio quando ha attaccato a difesa schierata, ed ha segnato la tripla che al 15' lo ha visto avere da solo quasi gli stessi punti dell'intera Bologna. Sempre attento in difesa, dove con gli aiuti e recuperi è riuscito ad infastidire gli avversari tanto da confezionare 4 rimbalzi, 1 stoppata e 1 recupero. E non si è tirato indietro nemmeno quando gli si è insaccato un dito o quando ha subito un taglio al volto. Prestazione monumentale per l'azzurro, che ha dimostrato una volta di più che quando la posta in palio è di quelle importantissime, lui c'è e risponde presente.

Diversi invece gli assenti tra le fila bolognesi, da Belinelli che ha chiuso con 6 errori su altrettanti tentativi dall'arco, a Teodosic che ha vissuto delle sterili fiammate chiudendo 3/9 da 3. Hackett c'ha provato, ma è stato meno efficace del solito seppur per valutazione (14) è il migliore dei suoi. Chi ha tenuto a contatto la Virtus all'intervallo, quando l'Olimpia poteva chiudere con un passivo più ampio dei soli 9 punti, è stato Tornike Shengelia. Non ha di certo disputato la partita perfetta, e le 6 palle perse sono forse la cartina tornasole. Questo perché è spesso caduto nella morsa della difesa avversaria pronta ad azzannarlo in post alto. Ha perso servito 3 assist, preso 4 rimbalzi, attaccato con una certa determinazione quando ha avuto la possibilità di giocare 1vs1. Ma soprattutto ha realizzato le due triple del secondo periodo, non certo la sua specialità, che hanno permesso agli uomini di coach Sergio Scariolo di rimanere in scia.

Nella ripresa neppure il georgiano è riuscito a cacciare qualche coniglio dal cilindro, e così Milano ha mantenuto saldamente il vantaggio, provando a più ripresa la fuga decisiva maturata nei minuti finali di una gara che l'ha vista sempre al comando (67-55 il punteggio finale). E dopo sette estenuanti battaglie agonistiche, con l'inerzia della serie che ora sembrava ad appannaggio di una e ora dell'altra, l'Olimpia ha potuto alzare al cielo il trofeo che le è valsa il trentesimo scudetto. In un Mediolanum Forum strapieno in ogni ordine di posto.

mercoledì 21 giugno 2023

Finale scudetto gara 6: Hackett e Cordinier spingono la Virtus

Finale scudetto gara 6: Hackett e Cordinier spingono la Virtus

Melli regge l'urto da solo e finché può


Giovanni Bocciero


Gara 6 della finale scudetto ha visto la Virtus Bologna prendere il comando sin dalle prime battute. La Segafredo ha lasciato le briciole ad un'Olimpia Milano che ha provato a reggere il confronto nel primo tempo. Nella ripresa le 'scarpette rosse' sono pian piano scomparse dal parquet, anche e soprattutto perché i bolognesi sono stati bravissimi a mettergli la museruola.


Daniel Hackett e Isaia Cordinier sono stati autori di una prestazione a tutto tondo. L'italiano ha come al solito difeso strenuamente ad uomo su Napier, che non è mai riuscito ad entrare in partita. Incredibile l'azione nella quale Hackett ha recuperato da dietro l'americano costringendolo ad un tiro cortissimo dall'arco dei tre punti. E se in difesa il virtussino è stato capace di entrargli sotto pelle, in attacco ha fatto emergere tutte le sue lacune. E' dalla prima partita di questa finale scudetto che il play di Sergio Scariolo lo attacca ogni qualvolta ne ha le possibilità, ed anche in questo match non si è fatto sfuggire le occasioni. Sia portandolo spalle a canestro vicino al ferro che in penetrazione. 13 punti in 21' con un perfetto 5/5 da due e 7 assist. Perché Hackett ha anche distribuito il pallone in modo chirurgico.

Super anche la prestazione di Cordinier, che dalla palla a due ha messo tanta grinta difendendo a tratti per sé e per la squadra intera. Proprio per questo i due si condividono il premio di Mvp. Il francese è partito a bomba con una serie di azioni che l'hanno visto recuperare 2 palloni e mettere a segno perfino una stoppata su di un tiro da tre. Dalla difesa ha tratto l'energia che l'hanno portato a correre in campo aperto arrivando, proprio come piace a lui, più volte sopra al ferro. Una prestazione che in qualche modo riscatta la sua serie, perché abbiamo già visto Cordinier partire forte, ma a lungo andare si perdeva per strada. Questa volta no, e i 13 punti con un preciso 3/3 da due e i 5 rimbalzi ne sono la testimonianza.

Milano ha retto finché ha potuto. O forse è più giusto dire finché l'ha tenuta a galla il solito Nicolò Melli. 11 punti in 25' con l'aggiunta di 6 rimbalzi per l'azzurro, protagonista su entrambe le metà campo. Pronti via, è stato quello maggiormente capace di farsi trovare pronto sotto canestro. Sua la tripla nel secondo quarto che ha permesso di evitare la prima fuga degli avversari. Sue le difese vicino al ferro che hanno retto l'urto nella ripresa. E' stato di sicuro il migliore tra le fila della squadra di Ettore Messina, e l'ultimo a mollare. Non a caso quando anche lui è stato sopraffatto, per l'Olimpia è calata notte fonda.

Alla fine né Milano né Bologna è riuscita ad avere ragione dell'avversaria in sei incontri, e dunque sarà necessaria la decisiva gara 7. Una partita che già si preannuncia una battaglia agonistica. Lo spettacolo dovrà lasciare spazio alla concretezza, come già accaduto in altre circostanze. Il fattore campo ha sin qui retto, nessuna è riuscita ad espugnare il campo dell'altra, ma adesso ogni logica sembra essere superflua. Vincerà chi ne avrà di più. Vincerà chi ci crederà di più.

martedì 20 giugno 2023

Lnp - Vigevano e Luiss sorprendono; Cremona pigliatutto

Vigevano e Luiss sorprendono; Cremona pigliatutto 

di Giovanni Bocciero

Terza ed ultima giornata di gare alla Bondi Arena di Ferrara, in occasione delle Finali di serie B. Il primo turno ed il secondo turno non hanno rispettato i pronostici. Le due promozioni in A2 dipenderanno così dai risultati dell’ultima giornata, nella quale può accadere di tutto. Solo la Sebastiani Rieti è costretta a guardare gli altri, perché oltre ad essere ultima in classifica con zero punti ha una differenza canestri molto negativa. E sono proprio i sabini a scendere per primi in campo contro Vigevano. Una partita in cui ci si sarebbe aspettato un avvio a spron battuto degli amarantocelesti, e invece sono i vigevanesi a fare la gara. All’8′ i gialloblù conducono 18-12, e coach Dell’Agnello chiama timeout quasi mimando come se ne ha viste davvero troppe nel solo primo quarto. Nonostante la panchina lunghissima di Rieti, che nel turnover odierno ha lasciato fuori Spanghero e Piazza, è la panchina di Vigevano che fa leggermente la differenza, con un parziale complessivo di 12-9 che permette di chiudere il primo quarto sulla doppia cifra di vantaggio (25-15). Gli uomini di coach Piazza riescono a ‘tenere testa’ persino al metro arbitrale spesso troppo punitivo verso di loro. A metà seconda frazione è Chinellato a tenere in scia i reatini (32-25), diventando il primo giocatore della gara in doppia cifra. L’attacco di Rieti è però troppo stagnante, a volte deve ricorre all’azione individuale, e neppure i rimbalzi offensivi in più (8 a 5) servono per stare avanti all’intervallo (41-33), visto che Vigevano pur prendendone di meno riesce a sfruttarli meglio (8-4).

L’atteggiamento non è dei migliori alla ripresa per Rieti, che con Tomasini prima perde un pallone banale e poi commette un antisportivo per fermare un contropiede. Vigevano ringrazia, segna due triple e raggiunge il +16 che suggerisce a Dell’Agnello di richiedere timeout. Una sospensione furente del coach livornese, che sulla panchina non le manda a dire ai suoi giocatori, provando a scuoterli. La cosa sembra funzionare visto che, Tomasini prima e Piccin poi, segnano da 3 per il -6. I gialloblù, però, non alzano le mani dal manubrio, e con il gioco corale rappresentato dalle 14 assist di squadra, mantengono il vantaggio. A Bushati e compagni manca quell’azione che possa far cambiare l’inerzia dell’incontro. Il match continua a fisarmonica, con i reatini che rintuzzano ogni qualvolta i vigevanesi provano a scappare. Proprio come a 3′ dalla fine, quando i gialloblù volano sul 70-60. Potrebbe essere la spallata decisiva, e invece gli amarantoceleste piazzano un break di 5-0, e sbagliano la tripla del possibile -2. E’ l’errore che fa partire la festa promozione sugli spalti. Finisce 73-67 (qui le statistiche complete), con la vittoria di Vigevano che ritrova l’A2 dopo l’ultima apparizione del 2010. In quell’estate il club non si iscrisse. Poi nel 2013 la rifondazione in serie D e la faticosa ripartenza che oggi ha trovato il suo compimento. Per quanto riguarda la Sebastiani Rieti, termina un concentramento che da grande favorita la vede uscire con neppure un successo.

Dopo i festeggiamenti di Vigevano, sul parquet scendono Luiss Roma ed Orzinuovi. Con il successo dei vigevanesi, ai capitolini basterebbe anche una sconfitta di 10 o meno punti per seguirli in A2. Ma di calcoli non se ne fanno. Soprattutto, memori della serata precedente, nella quale Fallucca ha demolito Vigevano con un 8/13 personale da 3, e Orzinuovi ha invece piegato Rieti con un 16/27 di squadra dall’arco, l’inizio gara è scandito dalle triple. Legnini è protagonista per la Luiss, portando il parziale in parità a quota 10 dopo che Alessandrini e Gallo avevano portato avanti gli orceani. Il match è giocato su ritmi forsennati – nonostante il caldo – e continui sorpassi, che rendono eccitante la sfida. Quando poi a timbrare il cartellino dalla distanza ci pensano anche Pasqualin e D’Argenzio, che dalla panchina prova a spaccare la partita, il tabellone luminoso recita 27-18. Il leit motiv della gara non cambia ad inizio seconda frazione: Planezio da 3 segna il 27 pari, Murri replica per il nuovo vantaggio Roma. I tanti fischi iniziano a spezzettare la gara, che di conseguenza ne risente in termini di gioco. Il tiro da 3 è l’unica costante: Gallo segna il -1, Fallucca risponde con la stessa moneta per i suoi primi punti. Ma se i ritmi sono quelli veloci imposti dalla Luiss, Orzinuovi può fare poco e infatti precipita sul 42-34. Non senza qualche protesta verso l’arbitraggio.

Dopo l’intervallo Orzinuovi è molto più decisa. In difesa stringe le maglie e costringe la Luiss a forzare gli attacchi, che spesso si concludono addirittura con un fallo. Nell’altra metà campo invece, gli orceani tornano a colpire con grande continuità dalla distanza e in men che non si dica si portano a condurre le danze. Il massimo vantaggio arriva al 28′, quando Leonzio da 3 griffa il +8. Con l’over che pende sul risultato però, non basterebbe ad Orzinuovi per festeggiare la promozione. Fallucca si apre in angolo e scuote i luissini, ma Da Campo segna da dietro l’arco e fissa il punteggio sul 57-64 all’ultimo pit stop. Due i dati da sottolineare, nei quali primeggia Orzinuovi: nei punti da perse (13-9) e da secondi tiri (14-7). E’ un’altra tripla di Leonzio che fa accarezzare l’impresa: +10 per gli uomini di coach Calvani. Con 7′ al termine inizia una partita nella partita, con la Luiss che deve stringere i denti. Gli orceani flirtano con quegli 11 punti che gli garantirebbero il salto di categoria, ma non riescono mai a raggiungerli. Anche perché Roma non crolla mai, e risponde colpo su colpo. Su una discussa rimessa D’Argenzio segna il 73-77 con 120″ rimanenti. Ed è sempre una sua penetrazione a siglare il -2 all’ultimo giro d’orologio. Dopo tanto spingere, sembra che gli uomini di Calvani siano arrivati scarichi nel rush finale, ed è così che nasce la persa sulla quale forse si spengono i sogni. Gli ultimi possessi Orzinuovi li gioca per far pareggiare la Luiss, così da andare ai supplementari per poter arrivare allo scopo della vittoria di 11. Ma i capitolini sbagliano a posta i liberi e la gara finisce 78-79 per gli orceani (qui le statistiche complete).

Questa la classifica definitiva del concentramento promozione: Luiss Roma, Vigevano e Orzinuovi 4 punti, Rieti 0.

Terzo atto della finale di A2 del tabellone oro tra la Vanoli Cremona e l’Unieuro Forlì. Una gara che per i cremonesi potrebbe significare promozione, dopo il doppio successo inaspettato ma non per questo impensabile in terra romagnola. Dal canto loro i forlivesi si ritrovano spalle al muro, costretti a vincere per allungare la serie e continuare a sperare.

Pronti via, è la Vanoli che schiaccia il piede sull’acceleratore. In particolare, Pecchia è una vera e propria furia, arrivando al ferro con grande continuità. Ma non solo l’attacco, perché Cremona è concentrata anche in difesa e mette praticamente la museruola agli avversari. Le offensive ospiti sbattono ripetutamente contro la diga di casa, che proprio dalla difesa sprigiona la giusta energia. Fondamentale per la squadra di coach Cavina è la fisicità di Eboua, che non solo è protagonista di una poderosa schiacciata, ma facendo collassare la difesa su di sé è bravo a scaricare il pallone fuori. Ne beneficia Pacher, lungo atipico come pochi che Forlì non riesce a marcare in nessuna maniera. Mentre il tassametro dei cremonesi corre inesorabile, i romagnoli trovano il quarto punto con l’ex Gazzoli ben oltre metà frazione. Sanford è impalpabile per l’attacco di coach Martino, ma neppure Cinciarini al suo ingresso riesce ad invertire l’andazzo: 0/6 da 3 nel primo quarto. Dopo il primo pit stop arriva però uno scossone. Adrian timbra dalla distanza, e Penna porta a casa un gioco da tre punti. L’Unieuro fatica tanto, forse troppo, ed è lampante. La regia di Denegri e la difesa di Piccoli spengono i facili entusiasmi, e permettono alla Vanoli di continuare a flirtare con i 20 punti di vantaggio. Ci pensa Alibegovic a dare un’altra spallata, con la specialità della casa: il tiro da 3. Il canestro dell’esterno aizza il Pala Radi, che esplode dopo un altro recupero che porta Eboua a schiacciare in campo aperto. Si va così all’intervallo addirittura sul 52-27.

La ripresa segue gli stessi binari del primo tempo. Cremona non abbassa di nulla la propria intensità difensiva, e la reazione di Forlì è praticamente annullata. Sono le triple in fila di Adrian e Pollone che evitano solo momentaneamente il passivo di trenta punti, che si materializza quando sono Mobio e Lacey a segnare dalla distanza (67-37). Coach Martino ricorre al minuto di sospensione, ma ormai i buoi sembrano ampiamente scappati. Gli animi si complicano sul parquet quando viene fischiato un antisportivo a Cinciarini al 28′. Inizia l’ultimo periodo e praticamente per Cremona non c’è altro da fare che portare in porto la vittoria. Adrian non è d’accordo, e lo dimostra con una serie di triple. L’mvp del campionato si sveglia forse tardi, ma dà la scossa. La Vanoli con una leggera, infatti, dà l’impressione di alzare le mani dal manubrio troppo presto. Valentini cerca di imitare il compagno di squadra dall’arco, mentre sulla sirena dell’infrazione dei 24″ al 35′ di gioco arriva il primo vero errore della gara dei ragazzi di coach Cavina. La tifoseria forlivese canta ‘Romagna mia’ e si rende protagonista di una bella sciarpata, ed è benaugurante visto che arriva la tripla del -13. Una rimonta frutto in special modo di tiri estemporanei e talvolta forzati, ma che vanno a buon fine. Comunque si tratta di un passivo che non può far stare tranquilla Cremona. Gli ultimi minuti sono intensi, e non poteva essere altrimenti. La Vanoli però non perde la calma e può festeggiare la promozione (qui le statistiche complete).

Vanoli Cremona pigliatutto. In questa stagione la squadra di coach Demis Cavina ha vinto tutto quello che c’era da poter vincere in A2. Ha iniziato con la Supercoppa, proseguito con la Coppa Italia e terminato con la promozione, così da completare il percorso perfetto. I cremonesi hanno abbattuto con un secco 3-0 la resistenza dell’Unieuro Forlì, incapace di reagire allo strapotere dimostrato sul parquet dagli avversari dopo aver dominato a sua volta la regular season. Fase a orologio compresa. Romagnoli irriconoscibili in questa gara 3, che ha avuto un approccio sbagliato, o forse è stato troppo impetuoso quello degli avversari.