giovedì 29 febbraio 2024

L'anno da sogno in "Napoli nel Cuor3"

L'anno da sogno in "Napoli nel Cuor3"

Storia di identità e di passione

QUANDO SI VINCE AL SUD si prova una sensazione differente rispetto al successo di una squadra del Nord. Lo ha dimostrato anche l’ultimo scudetto conquistato dal Napoli. E tra calcio e basket cambia poco la sostanza, perché nelle vittorie di questi due sport ci sono più di una similitudine. Lo scudetto del Napoli, il terzo della propria storia, è stato raccontato nel libro “Napoli nel Cuor3 Identità e passione”, edito da Graus Edizioni, opera prima del nostro collaboratore Giovanni Bocciero, nativo di Maddaloni e cestista fino al midollo. Prestato al romanzo ed al calcio, Bocciero ha ripercorso la trionfale cavalcata degli azzurri di Spalletti in un volume dove oltre ai risultati traspirano altri due valori importanti: l’identità e la passione. L’identità di un popolo, quello napoletano, che viene raccontato con gli occhi di un emigrato che attraverso aneddoti ed esperienze uniche ha cercato di unire quel sentimento che tiene legate le persone dalle stesse origini. La passione è invece quel fuoco che arde in continuazione, e che rappresenta senza alcun dubbio l’anima di una città, che attraverso il successo sportivo è salita alla ribalta delle cronache nazionali per la sua eterna bellezza.



NELLE PAGINE DEL ROMANZO, infatti, si cerca di raccontare con minuzia del dettaglio come Napoli si sia vestita a festa per questo traguardo che in quelle terre coincide con il riscatto sociale. Volendo trovare un parallelo con la pallacanestro, non possiamo non ritornare a quel 1991, quando era la Juvecaserta degli Esposito e Gentile a conquistare il tricolore contro Milano. E se per i primi due scudetti del Napoli c’era una figura che ‘oscurava’ tutti gli altri, ovvero quel fenomeno che rispondeva al nome di Diego Armando Maradona, il successo della passata stagione ha visto una squadra molto più simile a quella Juvecaserta. Una compagine dove ognuno ha portato il suo prezioso e fondamentale contributo: le reti di Osimhen, i dribbling di Kvaratskhelia, la regia di Lobotka, le parate di Meret, la leadership di Di Lorenzo. Quel successo di soli pochi mesi fa sembra già appartenere alla storia per l’andamento del campionato attuale da parte degli azzurri. Ed è proprio quello che invece non ci auguriamo noi. Perché sull’onda emotiva delle vittorie è tutta la città che ne deve beneficiare a livello di impiantistica sportiva, un tema sempre più al centro dell’attività di base. Basti guardare a Caserta, dove il PalaMaggiò ed il PalaPiccolo sono alle prese con interventi strutturali e l’odierna squadra di serie B è costretta ad emigrare in quel di Maddaloni ed Aversa con non poche difficoltà logistiche per allenarsi e disputare le partite.

QUANDO SI LAVORA BENE si può vincere anche al Sud. E non parliamo di dover avere a disposizione risorse economiche infinite, ma di saper spendere quel tanto che si ha in maniera oculata affinché si creino le condizioni per poter aspirare alla vittoria. Proprio come sta succedendo al Napoli Basket, per trovare un altro parallelo con il libro “Napoli nel Cuor3” di Bocciero, che questa estate ha affidato la gestione ad un dirigente competente quale Alessandro Dalla Salda. Si è così costruita una squadra che, in controtendenza con la stagione calcistica, sta infiammando il popolo azzurro che di domenica in domenica riempie fino allo stremo il PalaBarbuto, oggi Fruit Village Arena. E la passione che i tifosi dimostrano, non solo da quest’anno, meriterebbe un impianto decisamente più grande e a passo con i tempi. Considerato che a poche decine di metri c’è lo scheletro del maestoso e storico PalArgento, più volte tirato in ballo per progetti di ricostruzione, sarebbe proprio il momento giusto per dare alla squadra ed ai suoi appassionati una casa degna del suo nome.

Recensione su Basket Magazine

venerdì 16 febbraio 2024

CJ Massinburg, sesto uomo extra lusso

Il segreto della grande stagione della Germani sta anche nel miglior sesto uomo del campionato

CJ Massinburg, a Brescia one million dollars man

Grandi numeri in carriera ma poca attenzione dalla Nba «che resta il mio obiettivo. Faccio quello che il coach mi chiede, ma segnare mi piace di più»


di Giovanni Bocciero*


DALLE PORTE IN FACCIA al colpaccio da un milione di dollari. La carriera di CJ Massinburg, guardia della Leonessa Brescia, si può sin qui riassumere nel detto che ciò che non ti uccide ti fortifica. Temprato dalle esperienze avute, il 26enne è senz’altro l’arma in più della Germani di coach Alessandro Magro. Nato a Dallas, la quarta area metropolitana più popolosa degli Stati Uniti, e nell’ultimo decennio tra le città in più rapida crescita del paese, come qualsiasi adolescente americano «da piccolo ho anche giocato a football americano e baseball, ma - ha raccontato Massinburg - la mia passione e il mio amore sono sempre stati la pallacanestro». E con quella palla a spicchi in mano c’ha sempre saputo fare. Non a caso ha lasciato la South Oak Cliff High School come uno dei migliori giocatori della propria storia, e nell’ultimo anno da studente ha avuto una media di 22.3 punti ad allacciata di scarpe. La prima difficoltà sul suo percorso si presenta quando c’è da scegliere l’università. O meglio, non si deve porre questo problema perché di offerte di borsa di studio per la Division I della Ncaa non ne riceve neppure una. Insomma, il suo cammino si presenta subito arduo e in salita.

SENZA FILE di scout davanti alla porta di casa, si aggrega ad una selezione di giocatori senior nata per caso che inizia a viaggiare per gli Stati Uniti con l’unico scopo di mettersi in mostra così da attirare l’attenzione. CJ ci riesce, tant’è che lo staff tecnico della University at Buffalo decide di offrirgli un posto in squadra.

Quella tra le fila dei Bulls è forse l’avventura che ne marchierà a vita la carriera cestistica. È infatti al college che Massinburg si fa notare a livello nazionale, acquistando quella notorietà necessaria per costruirsi il futuro. Disputa quattro anni in crescendo, dal 2015 al 2019, sia a livello personale che di squadra, diventando un giocatore chiave in uscita dalla panchina. Da freshman si conquista un posto nel miglior quintetto dei novizi grazie alle medie di 11.3 punti e 4.1 rimbalzi. Da sophomore aumenta la produzione offensiva a 14.5 punti, mentre al terzo anno conquista il quintetto titolare e guida la squadra alla conquista della regular season e del torneo della Mid-American Conference, segnando 19 punti nell’incredibile successo contro Arizona al torneo Ncaa.

Nell’ultima stagione con Buffalo dà il meglio di sé. Con 18.5 punti di media è il primo marcatore della squadra diventando uno dei migliori cinque della storia dell’università; trascina i Bulls nella classifica top 25 della nazione per quasi tutta l’annata, risultando l’apice mai raggiunto dal college; e viene nominato Mvp della conference e addirittura miglior giocatore della decade dal quotidiano locale dell’area di Buffalo, che comprende ad esempio anche un’università come St. Bonaventure. Nonostante un record da 31 vittorie in 34 partite, il torneo Ncaa s’interrompe al secondo turno contro la Texas Tech di Davide Moretti capace di arrivare fino alla finale, poi persa contro Virginia.

«Il college è stata una bellissima esperienza - ha ricordato CJ -, e la March Madness mi ricorda molto la Coppa Italia». L’avventura in maglia Bulls l’ha condivisa con Nick Perkins e Wes Clarke, giocatori visti qui in Italia con le casacche di Brindisi, Cantù e Venezia. «Io, Wes e Nick siamo buoni amici, e ci sentiamo ancora spesso».

ACCLAMATO ma non abbastanza per entrare dalla porta principale della Nba. Infatti, la notte del draft 2019 nessuna delle franchigie spende una delle 60 scelte per selezionarlo. «Sono stato triste per cinque minuti. Poi il mio agente mi ha chiamato e mi ha detto che i Brooklyn Nets mi volevano con un contratto da dieci giorni, e questo mi ha fatto tornare di nuovo felice».

Viene aggregato alla formazione della G-League di Long Island, e la prestazione da 28 punti, 6 rimbalzi e 3 assist contro Delaware rimarrà forse la migliore della sua carriera. Due stagioni nella lega di sviluppo, con 10.9 punti, 4.8 rimbalzi e 2.3 assist di media e qualche infortunio, sono sufficienti per indurlo a varcare l’oceano accettando le mire di Limoges che individua in lui il rinforzo giusto per aspirare sempre più in alto. Anche se il sogno resta l’Nba, perché «giocare ai massimi livelli - ha detto CJ - sarebbe fantastico», riconosce che «il basket all’estero ha dato a me e alla mia famiglia grandi opportunità».

In Francia ci rimane una stagione, fa registrare 14.4 punti, 4.3 rimbalzi, 3.5 assist e 15.3 di valutazione, e questo basta per convincere Brescia a fargli firmare un contratto biennale nell’estate del 2022. «I campionati sono più simili che diversi. Una differenza è che quello italiano è più tattico, mentre quello francese è più atletico». Prima di approdare in quella che ai tempi dell’Antica Roma era conosciuta come Brixia, si cimenta nel Basketball Tournament, il torneo estivo ad eliminazione diretta che elettrizza l’America mettendo in palio un milione di dollari alla squadra vincitrice. Gioca con la formazione Blue Collar U, che annovera ex alunni di Buffalo tra cui anche gli ex compagni Perkins e Clarke, con i quali conquista il ricco montepremi ricevendo anche il premio di Mvp.

SBARCA A BRESCIA con la voglia di chi vuole mangiarsi il mondo, rispecchiando in toto l’anima della città che non a caso è denominata la Leonessa d’Italia. La stagione precedente Brescia ha disputato un campionato stratosferico, con Amedeo Della Valle nominato Mvp e Magro coach dell’anno. CJ è un’aggiunta preziosa ad un roster che riprende da dove aveva lasciato, prima di inanellare sette sconfitte consecutive da precipitare in zona retrocessione. La società non si lascia prendere da colpi di testa, decide di proseguire con l’allenatore e coglie un’importante successo nella Final Eight di Coppa Italia giocata a Torino, superando l’Olimpia Milano ai quarti e la Virtus Bologna in finale così da alzare al cielo il primo storico trofeo. «Magro è un grande allenatore, una mente cestistica molto intelligente e, soprattutto - ha sottolineato la guardia -, una brava persona. L’anno scorso ci disse in uno dei momenti brutti della stagione: “finché avete fiato nei polmoni dovete continuare a lottare”. Questo ci ha aiutato dopo le brutte sconfitte».

Per il secondo anno in maglia Germani, Massinburg ha trascorso l’intera estate ad allenarsi duramente tra Dallas e Buffalo: «ho lavorato così tanto da farmi venire la tendinite. Ma non volevo mancare l’occasione di presentarmi al meglio all’avvio della nuova stagione».

DIVENTATO UN PILASTRO della squadra, «non sono stupito del nostro rendimento particolarmente buono - ha evidenziato il numero 5 -. Quest’anno abbiamo fatto tesoro di tutte le lezioni subite l’anno scorso per fare una grande stagione tanto da spingerci al primo posto». Ma se gli si chiede qual è la principale differenza di questo cambio di rotta, non esita ad indicare «l’aggiunta di tre ragazzi chiave come Bilan, Burrell e Christon. Anche quelli confermati stanno rispondendo molto bene, perché un anno in più insieme significa più chimica».

Brescia ha cercato di ben figurare sin dalla Supercoppa, ospitatain casa, ma la Virtus ha impartito una dura lezione anche se poi in campionato la musica è stata diversa. «Ogni sconfitta che abbiamo subito è stata una lezione diversa da imparare. Ad ogni sconfitta penso che siamo migliorati come squadra e come gruppo, anche attraverso la delusione della partita».

Poi Massinburg riflette anche sul livello delle principali favorite, ovvero Bologna e Milano. «Sono squadre di livello Eurolega che hanno la stazza e la fisicità per essere prepotenti. Devi essere pronto quando affronti questo tipo di avversari. Se non sei pronto o se sei intimidito perderai. Se sei pronto e fiducioso, puoi giocare proprio come fosse una qualsiasi altra partita». Ed è con questa convinzione che guardando al futuro dice che: «uno dei miei obiettivi principali è giocare in Eurolega. Mi sento pronto. Affronto ogni giorno con l’obiettivo di migliorare sempre. L’ho fatto dall’high school al college, l’ho fatto in G-League».

Proprio come succedeva a Buffalo, coach Magro lo utilizza in uscita dalla panchina. E Massinburg con le sue qualità tecniche, la capacità di spaccare la partita e l’efficacia dimostrata, riesce spesso e volentieri ed essere decisivo. CJ è l’arma segreta della Leonessa, non è egoista e non vuole sempre il pallone tra le mani. «È difficile dire quale sia la mia migliore abilità, perché io scendo in campo con la mentalità di fare tutto ciò che è necessario per la mia squadra. Se c’è bisogno che segni, segno, così come di difendere, prendere un rimbalzo o fare un passaggio. Possiedo gli strumenti per influenzare il gioco in diversi modi, ma se dovessi sceglierne uno prediligo sicuramente segnare».

Con il suo fondamentale apporto, e con una delle valutazioni di plus/minus migliori dell’intera Serie A, è stato nominato sesto uomo del mese di novembre. E proprio contro la Virtus Bologna ha firmato i suoi massimi stagionali con i 27 punti e il 31 di valutazione. E pensare che a Brescia di concorrenza sugli esterni ce n’è fin troppa, tra lui, Christon, Della Valle, Petrucelli e Cournooh. «Giocare con guardie così brave e intercambiabili rende il gioco molto più semplice. Tutti possiamo ruotare e giochiamo in modo altruistico con l’obiettivo comune di vincere».

Ed ha raccontato che «non mi piace fare trash talking con gli avversari. Mi piace invece farlo con i miei compagni di squadra quando siamo in allenamento. Ad esempio, io e John (Petrucelli, ndr) giochiamo uno contro l’altro, e siccome è un ottimo difensore quando gli segno mi piace punzecchiarlo perché non sono molti i giocatori che riescono a segnare contro di lui. Tutti i miei compagni di squadra sono fantastici, e i ragazzi più esperti sanno sempre dare il consiglio giusto».

FUORI DAL CAMPO non fa cose molto diverse da chiunque altro. «Mi piace giocare a bowling, ascolto musica e gioco a ping pong». Prova a vivere la città, «che è bella, con gente simpatica e tifosi appassionati». E se gli si chiede cosa pensa di fare una volta aver smesso col basket giocato, risponde secco che «voglio allenare, voglio avere un impatto positivo nella vita dei giovani che crescendo riescono ad emergere».

Il giocatore al quale si ispira è «LeBron James, per la sua longevità, la sua capacità di gestire la pressione con classe e il suo impatto fuori dal campo», anche e soprattutto su temi sociali quali il razzismo, che per fortuna «non ho mai sperimentato con episodi diretti». Massinburg ride alla domanda se vede James come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: «no, spero che non si candidi mai alla presidenza. Viene già criticato per ogni cosa che fa». Diverso il discorso di vederlo capitanare Team Usa alle prossime Olimpiadi, «spero proprio di sì, sarebbe una bella cosa da vedere perché è alla fine della sua carriera». E se lo augura anche per vedere tornare al successo gli States dopo non aver vinto l’ultimo Mondiale. «Pensavo che gli Stati Uniti avrebbero vinto. La mia seconda scelta era l’Australia, ma per la Germania è stata una vittoria impressionante».

PROFILO

Christian Jalon Massinburg, meglio conosciuto come CJ, è nato a Dallas il 14 aprile del 1997. Gioca nel ruolo di guardia ed è alto 1.96 metri per 92 kg. Cresciuto nella città natia, ha giocato quattro anni al college con i Buffalo Bulls. Non scelto dalla Nba al draft 2019, ha militato per due stagioni in G-League con i Long Island Nets prima di firmare nell’estate del 2021 per Limoges. Dopo un solo campionato in Francia, è arrivata la chiamata di Brescia che lo ha ingaggiato con un contratto biennale. La scorsa stagione è stato gran protagonista nella vittoria in quel di Torino della Coppa Italia, e quest’anno ha ritoccato il suo massimo in punti: 27.


* per la rivista Basket Magazine

sabato 20 gennaio 2024

Napoli nel Cuor3, identità e passione. Un libro di Giovanni Bocciero

Napoli nel Cuor3, identità e passione. Un libro di Giovanni Bocciero


All’interno di Storie di Graus, libri da raccontare, Ivan Scudieri incontra l’autore Giovanni Bocciero per presentare Napoli nel Cuor3, Un libro che racconta della trionfale stagione degli azzurri alla conquista del terzo scudetto, Graus Edizioni.

«Vincere a Napoli è una cosa unica. E se vivi al nord e tifi Napoli, “giochi” sempre in trasferta. Dopo trentatré anni, generazioni di tifosi si sono stretti in un abbraccio ricco di emozioni. Ovunque nel mondo, napoletani che mai si sono interessati al calcio hanno rivendicato questo trionfo come celebrazione della propria terra d’origine. Con la città che si colora di azzurro, i Quartieri Spagnoli, Forcella e il Rione Sanità sono diventati meta di turisti, vogliosi di vivere la parte verace di Napoli. Una città dove “la magia diventa realtà e lo sport può rappresentare la chiave per il riscatto sociale”».

Clicca qui per l'intervista


La conferma Pinkins, lottatore mancato

La carriera dell'ala forte di Marianna è decollata a Scafati dopo anni nelle leghe minori europee

La conferma Pinkins, lottatore mancato

Tanta energia sul parquet per Kruize che si sta imponendo tra i protagonisti di Serie A


di Giovanni Bocciero*


INIZIARE DAL BASSO per mirare ad arrivare al proprio massimo. Si può forse riassumere così la carriera di Kruize Pinkins, ala classe 1993 dello Scafati Basket, che si sta facendo ammirare come uno dei principali protagonisti del campionato di serie A. Ha dovuto lottare, sgomitare, combattere, arpionare qualsiasi pallone e addirittura gettarsi a terra per sbucciarsi le ginocchia se ce ne fosse stato bisogno. «Certo che sì - ha esordito il cestista nativo di Marianna, città della Florida -, ho lottato per tutto ciò che ho avuto da quando ho iniziato la mia carriera da professionista. È ciò che rende speciale questo sport ed il mio percorso, in un certo senso. Il giocare a pallacanestro mi ha portato in posti che non avrei mai pensato di vedere. A volte devi solo scommettere su te stesso». Cosa che fa ancora oggi con la canotta gialloblù indosso. E pensare che «il mio primo sport non è stato nemmeno il basket. Mia mamma mi ha portato a fare lotta quando ero molto giovane, cosa che non è durata molto una volta che ho potuto iniziare a giocare a pallacanestro e a football americano. Però ho sempre giocato a basket, ed è sempre stato il mio sport preferito».

«È un giocatore positivo - ha commentato coach Pino Sacripanti -, un ragazzo generoso. Pensa al risultato della squadra prima che di sé stesso, ed è un piacere onestamente allenarlo. Credo che possa ancora migliorare sulla comprensione del gioco, un aspetto sul quale sta lavorando giorno dopo giorno, e che può renderlo ancora più utile all’interno di un sistema. Ormai ha una certa esperienza, ma non giocando da tanto ad un certo livello si sta abituando a questo standard. Si sta concentrando anche fuori dal campo, perché tendeva a mettere qualche chilo di troppo mentre oggi sta molto più attento. Così facendo può arrivare a giocare per una squadra che faccia le coppe europee, avvalorato dal fatto che il livello dell’attuale campionato di serie A è alto e lo sta vedendo grande protagonista».

Pinkins si è definitivamente consacrato sulla scena della pallacanestro italiana grazie alla vittoria per 103-107 che ha contribuito a regalare a Scafati sul parquet di Pesaro dopo un tempo supplementare. Una prestazione che lo ha visto segnare 33 punti in 39 minuti di gioco per 42 di valutazione. Così facendo l’ala statunitense ha insidiato il record del club che detiene un vecchio fromboliere come Rick Apodaca, con 36 punti e 45 di valutazione. Ma contro Pesaro il numero 12 gialloblù ha migliorato il suo stesso primato in valutazione, che era il 39 realizzato nel trionfale derby contro Napoli della passata stagione, oltre ad essere la migliore prestazione fatta registrare in questo campionato (almeno fino al momento in cui scriviamo, ndr). «Onestamente in campo pensavo solo a vincere la partita, perché ce lo stavamo meritando. Durante l’incontro avevamo avuto un grande vantaggio, poi abbiamo permesso ai nostri avversari di avvicinarsi. Sono rimasto concentrato cercando di aiutare la squadra a ottenere la vittoria. Solo dopo ho capito che è stato un match piuttosto importante per me, per quello che sono riuscito a fare, ed è stato piuttosto bello».

A qualcuno forse meraviglia quello che è capace di fare Pinkins in campo. Ma chi l’ha seguito anni addietro può senz’altro affermare che è tutta farina del suo sacco. «Direi che la mia migliore abilità - ha detto l’ala - è l’energia che metto sul parquet e la mia versatilità». Caratteristiche queste che gli hanno permesso nell’arco della sua carriera di chiudere diverse stagioni con la doppia-doppia in punti e rimbalzi di media, nonostante un’altezza che si assesta sui 2.01 metri. Sin dal Chipole College (due stagioni a 16 punti e 9 rimbalzi di media) si è fatto apprezzare per la volontà di arrivare per primo sul pallone vagante. Qualità che dopo essere stato snobbato gli ha aperto le porte del campionato universitario per eccellenza ricevendo la borsa di studio dai San Francisco Dons, volando così dall’Oceano Atlantico della Florida a quello Pacifico della California.

Dopo aver provato a ripercorrere le orme di una leggenda come Bill Russell, alle medie di 13.9 punti e 6.2 rimbalzi con 9 doppie-doppie e una menzione per il miglior quintetto della West Coast Conference, ha iniziato il suo girovagare per l’Europa. Prima tappa in Germania, all’Hanau militante in seconda divisione, dove nella prima stagione ha registrato 13.1 punti e 9.1 rimbalzi di media, mentre nella seconda si è migliorato con 17.9 punti, 9.6 rimbalzi e 2.5 assist che è il suo massimo in carriera. Nell’estate del 2017 è arrivata la chiamata di Mitteldeutscher che lo ha fatto esordire in Bundesliga: chiude l’annata con 11.1 punti e 5.9 rimbalzi. L’anno successivo è approdato in Italia, ancora per giocare in una seconda lega. È Casale Monferrato che se l’è cullato, e lui ha ripagato la fiducia forse con la migliore stagione a livello statistico: 16.8 punti e 10.2 rimbalzi. Ha deciso però di uscire dal secondo anno di contratto con la squadra per accettare l’offerta da parte dell’ambiziosa Torino, che ha puntato su Pinkins per cercare la promozione in serie A. Al primo anno ha chiuso con 15.6 punti e 7.2 rimbalzi, quello successivo con 11.8 e 6.4. Due anni comunque positivi pur non riuscendo a cogliere il salto di categoria.

Nel 2021 si è trasferito in Francia per giocare con l’ambizioso Limoges del tecnico italiano Massimo Cancellieri, che lo aveva già affrontato. In Pro A ha fatto registrare 5.6 punti e 3.1 rimbalzi, con le peggiori percentuali della sua carriera: 42% da 2 e 29% da 3. Dopo essere stato etichettato quale classico giocatore da seconda categoria, è stata la neopromossa Scafati a puntarci forte per l’esordio in serie A. Ed alle pendici del Vesuvio sta trovando di sicuro la sua dimensione ideale. «Scafati è stata buona con me, e ringrazio tutti perché nel mio caso mi sono ambientato sin da subito. I tifosi sostengono davvero la squadra, e il club ha una sua storia affascinante. È stato tutto molto bello sin dal primo giorno». Il primo campionato in gialloblù l’ha terminato con 12.9 punti e 6.4 rimbalzi di media, cifre che in questa stagione sta quasi migliorando con 15.4 punti, 5.6 rimbalzi e le migliori percentuali al tiro di sempre (64% dal campo ed il 53% dall’arco) dopo le prime otto partite giocate.

Pinkins sta sfruttando il gioco di Scafati per mettersi in mostra, e Scafati sta beneficiando della versatilità di Pinkins per raggiungere i suoi obiettivi. «I miei compagni di squadra sono ragazzi fantastici, sia dentro che fuori dal campo. Siamo un gruppo che ha tanta fame di migliorare, e ognuno cerca di essere la sua migliore versione per il bene della squadra. Tutti parliamo tra di noi, ed è bello vivere l’atmosfera che c’è nello spogliatoio. Coach Sacripanti è una brava persona, ovviamente un allenatore esperto, che crede davvero nei suoi giocatori. È difficile trovare questa qualità nella maggior parte dei tecnici, perché spesso alcuni lo dicono ma non lo pensano sul serio. Poter continuare ad essere allenato da lui è stata la ragione per cui volevo ritornare a Scafati».

Proprio al coach abbiamo chiesto se potesse paragonare il nativo di Marianna con uno dei tanti giocatori che ha avuto l’opportunità di allenare nella sua lunga carriera: «Non credo che lo possa paragonare a dei ‘quattro’ che ho già allenato in passato. Maarten Leunen ad esempio era un secondo playmaker in campo, mentre Shaun Stonerook era capace di rendersi utile facendo tante cose. Ecco, Pinkins sa fare tante cose sul parquet ma con una fisicità ed un atletismo diversi. Lui è un atleta che può ricoprire entrambi i ruoli di ala, anche se in quello di ‘quattro’ è più funzionale perché può giocare sia fronte che spalle a canestro. E da quando lo alleno credo sia anche migliorato sulle letture. La sua migliore qualità è comunque la presenza costante in partita. Sai che c’è sempre sia a livello fisico che tattico, e segue scrupolosamente le indicazioni che ci diamo».

«Abbiamo creduto sin dall’anno scorso in Pinkins - ha detto il direttore tecnico Enrico Longobardi -, ed è per questo che nel costruire la squadra si è deciso di puntare nuovamente su di lui». «È un’ala pura dalla grande bidimensionalità, capace di giocare sia esterno che interno - ha aggiunto il direttore sportivo Nicola Egidio -, ma credo che in particolare lui sia il nostro equilibratore». All’alba dei 31 anni, che Pinkins compirà il prossimo 25 gennaio, ha di sicuro ancora diverse stagioni avanti. Eppure uno sguardo di cosa sarà il suo futuro da grande già se lo sta immaginando. «Mi piacerebbe insegnare il basket ai bambini più piccoli - ha rivelato l’ala americana -, non solo gli aspetti fisici del gioco ma anche quelli mentali perché è qualcosa di cui avrei avuto bisogno io stesso crescendo e giocando a basket. Voglio dire, non avevo solo bisogno di qualcuno che mi dicesse di correre intorno ai coni oppure di segnare, ma qualcuno che mi insegnasse in che modo farlo. Oltre a trasmettermi tante altre cose per capire molto di più questo gioco». Per il momento, però, è concentrato solo sulla stagione di Scafati. «Rimaniamo con la nostra ambizione che è quella di una salvezza tranquilla».

Il profilo di Pinkins

La carriera di Pinkins è stata tutta un conquistarsi, spesso a suon di doppie-doppie. La miglior prestazione a livello collegiale l’ha visto segnare 26 punti e prendere 13 rimbalzi. All’esordio in Europa nella seconda divisione tedesca con Hanau ha raccolto sette nomination ed un premio di giocatore della settimana, dopo una prestazione da 17 punti e 14 rimbalzi, ed al termine del campionato è stato selezionato per il miglior quintetto. Nelle tre stagioni in serie A2, ha collezionato 34 doppie-doppie, con i massimi di 34 punti e 15 rimbalzi entrambi a Casale. In serie A sono quattro le doppie-doppie in due campionati, con 11 rimbalzi arpionati in tre occasioni.

L'addio obbligato al coach della salvezza: Sacripanti era la chiave di tutto

SCAFATI E L'AGGUATO DEL DESTINO: la Givova si è trovata tra capo e collo un fulmine a ciel sereno. Sacripanti ha dovuto lasciare per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico che richiederà una lunga convalescenza. Toccanti le parole di Nello Longobardi e coach nel momento del commiato. Ora è arrivato l'esperto Matteo Boniciolli in cerca di rivincita. Fino al forfait del suo coach Scafato stava andando discretamente: «il campionato è molto equilibrato, lo si vede di domenica in domenica - ha esordito il ds Egidio -. Non si può sottovalutare nessun impegno. Il nostro obiettivo resta oggettivamente la salvezza, che dobbiamo raggiungere il prima possibile. Ma credo che possiamo toglierci qualche soddisfazione in più. Adesso è presto per fare ipotesi, diciamo che possiamo farci un’idea più chiara su dove possiamo arrivare solo al termine del girone d’andata». «Abbiamo costruito il roster conservando una base - ha aggiunto il dt Longobardi -, per questo abbiamo confermato Pinkins, Logan, De Laurentiis e Rossato. Su Rossato credo che ci siano pochi giocatori in giro che possono vantare una così lunga permanenza in uno stesso club. Logan lo abbiamo davvero aspettato. Dopo la parentesi a Cantù ci aveva fatto sapere che voleva smettere. Insistendo per capire se magari fosse dovuto alla stanchezza, con il suo procuratore ci siamo presi qualche settimana durante le quali non abbiamo cercato nessun’altro, e la cosa si è conclusa bene».

Alessandro Gentile e Strelnieks hanno rappresentato due innesti di alto spessore. «Con Gentile ci siamo trovati sin da subito in sintonia - ha commentato il ds -, non a caso ci abbiamo messo poco a concludere l’accordo. Era in cerca di una piazza che potesse rilanciarlo ad un certo livello, e noi abbiamo visto in lui una grande opportunità per aggiungere un giocatore dal grande pedigree. L’aggiunta di Strelnieks, invece, è stata fatta per potenziare il roster. Valutata la sua condizione fisica, la trattativa per ingaggiarlo è stata molto rapida. È il pezzo che ci mancava, e lo si è visto sin dalle prime partite che è un facilitatore, un giocatore capace sia di realizzare nei momenti difficili che di passare». Ma la chiave di volta era Pino Sacripanti come ci aveva dichiarato il dt gialloblù prospettando per lui un lungo futuro a Scafati. Poi, il destino maledetto. Ora tocca al coach triestino.


domenica 17 dicembre 2023

Il terzo scudetto in “Napoli nel cuor3”


L’incontenibile esplosione di pubblicazioni scatenata dal terzo scudetto del Napoli si arricchisce di una nuova unità.

Stavolta però la prospettiva del racconto è decisamente diversa dal solito, inconsueta, perché è quella di un tifoso costretto a vivere la vittoriosa cavalcata di Spalletti e i suoi uomini a quasi mille chilometri da Napoli.

Una sola partita vissuta dal vivo al Maradona e neppure di campionato, Napoli-Liverpool di Champion.

Tutte le altre sempre a distanza, da emigrante, nel freddo nord, freddo naturalmente anche di calore umano nei confronti della squadra azzurra.

È l’esperienza che racconta Giovanni Bocciero, giornalista-tifoso casertano che vive a Piacenza per lavoro ma che anche a tanta distanza ha vissuto in televisione il campionato trionfale degli azzurri, accompagnato quasi “minuto per minuto” dalle emozioni elargite da Osimhen e compagni.

Il racconto si svolge così, partita per partita, alla ricerca innanzitutto del posto giusto per poter vedere lo spettacolo in diretta televisiva, magari da solo o al più in compagnia di qualche amico napoletano, campano o del sud-Italia con cui condividere le emozioni di ogni singola gara.

E naturalmente ogni gara viene raccontata attraverso le sensazioni attraversate in circostanze ambientali non certo ideali per un cuore azzurro e, di settimana in settimana, sempre più galvanizzato dalla vittoriosa galoppata di Di Lorenzo e soci.

Emozioni rubate ad un ambiente pressoché estraneo a quelle vicende, fino allo storico pareggio 1-1 di Udine del 4 maggio 2023, che sancì matematicamente il terzo scudetto nella storia del Napoli a quattro turni dalla fine del campionato.

E il 4 giugno, esattamente un mese dopo, Napoli-Sampdoria decretò ufficialmente il ritorno del Napoli nell’albo d’oro dello scudetto dopo 33 lunghi anni.

E fu festa al “Maradona”, in tutta la città. E ci furono piccole e grandi oasi di festa in tutta Italia. Anche a Piacenza.

Recensione di Adriano Cisternino

venerdì 8 dicembre 2023

Avete mai letto libri di sport? - Napoli nel cuor3

Avete mai letto libri di sport? Se sì, quali? “Napoli nel cuor3. Identità e passione”, edito Graus Edizioni, è scritto dall’autore Giovanni Bocciero.

L’autore e io non ci conosciamo, eppure, abbiamo già delle cose in comune. Apparteniamo alla stessa città, Napoli. Tifiamo la stessa squadra: il Napoli

E facciamo lo stesso lavoro: il giornalista. Abbiamo scritto un libro per ricordare lo scudetto del Napoli. Lui per gli adulti, io per i bambini. Cosa mi ha spinto a leggere questo libro? Beh, tutto! Partiamo dal presupposto che tutto ciò che riguarda Napoli e il Napoli lo devo leggere. Mi piace scoprire nuovi autori e mi piace soprattutto conoscere il loro punto di vista, perché ognuno mette un qualcosa di diverso in ciò che scrive o un qualcosa che, magari, l’autore precedente non ha inserito nel medesimo contesto.

“La storia però dirà il contrario. Racconterà che nonostante tutto e tutti il tricolore è tornato alle falde del Vesuvio. E quando si dice che vincere a Napoli è una cosa unica, è vero. È proprio vero, perché è un successo di tutti”



Il libro di Giovanni Bocciero si differenzia da tutti gli altri libri che in questi ultimi mesi hanno preso posto nella mia libreria, nella sezione “Scudetto Napoli”. È un libro che ho letto in un’intera domenica pomeriggio, poiché composto soltanto da tre capitoli.

Tre capitoli belli corposi, che vanno ad analizzare tutto il percorso fatto dalla squadra di Spalletti. Leggendo le parole di Giovanni, ho rivissuto tutto durante la lettura. Ricordo gli articoli estivi e lo scetticismo nelle parole del dirigente sportivo Giuntoli, ricordo le lacrime spese sull’addio di Mertens e poi le prime soddisfazioni.

Ho sorriso quando ho letto la celebre frase: “Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli”, che sento molto vicina; ho sorriso quando Bocciero ricorda della prima sconfitta del Napoli contro l’Inter nell’epoca di Maradona per la sintonia letteraria che ho provato con lui. Giovanni Bocciero ha personalizzato molto il suo libro e il suo racconto. L’ha reso particolare e diverso agli occhi di noi lettori. Lui, come tanti altri tifosi, purtroppo, non l’ha potuto vivere nella sua terra perché lontano per lavoro. Eppure, è riuscito a renderlo unico.

Descrizioni ben dettagliate, passaggi, caratterizzazione dei giocatori e humour della squadra e della città.
“Lo stadio è vestito a festa, ma ormai è da un mese che ogni partita del Napoli è accompagnata come fosse una passerella celebrativa. La curva B si è resa artefice di una bellissima coreografia, ricordando le proprie origine come “Città di Parthenope“.

Una cosa però la devo dire. Lo scudetto a Napoli non è stato soltanto una questione di vittoria sul campo. No, è stata anche la vittoria di Napoli e soprattutto dei napoletani. Come ha scritto Giovanni, tutti si aspettavano “il morto”, ma abbiamo saputo dimostrare che siamo persone che sanno vivere e festeggiare. Una grandissima prova di carattere e soprattutto del “saper campare”.

È giusto che i libri come quelli di Giovanni, dedicati al terzo tricolore o a qualsiasi lieto evento sportivo, vengano letti e visti come un ricordo bello da custodire. Perché forse un giorno tutto svanirà, l’adrenalina andrà a finire e non tutti ricorderemo ancora tutti gli eventi, minuto per minuto. In questo caso, ci/vi basterà sfogliare le pagine per poter ritrovare il gusto di quella magia e di quelle date così importanti per la società tutta!


VOTO: 5/5


Recensione di Anna Calì - La bottega dei libri

sabato 2 dicembre 2023

L'intervista ai golden boys Procida e Spagnolo

I due golden boya del basket azzurro hanno scelto la Germania per fare esperienza nel gran circo dell'Eurolega

Procida e Spagnolo a scuola dai campioni

Poco più che ventenni, compagni di stanza e spogliatoio in nazionale, scelti insieme dalla Nba, l'Alba Berlino li ha uniti sotto gli stessi colori


di Giovanni Bocciero*


Sono i golden boys dell’Italia dei canestri, quella che crede in loro ed è pronta a celebrarne i successi. Il futuro è tutto dalla loro parte, e Gabriele Procida e Matteo Spagnolo sono determinati a prenderselo. Con i sacrifici che comporta vivere lontano da casa e dalla famiglia, ed il lavoro quotidiano che contraddistingue i veri campioni. Gabriele, ala classe 2002 da Como, esploso nelle giovanili di Cantù; e Matteo, play brindisino del 2003, cresciuto cestisticamente a Mesagne; hanno condiviso spesso e volentieri il proprio cammino. Dal torneo giovanile del 2018 targato Eurolega a Belgrado con la Stella Azzurra Roma, all’Europeo Under 16 dello stesso anno disputato a Novi Sad, fino all’ultimo Mondiale giocato con l’Italia a Manila. Una sottile linea rossa che li ha portati a ritrovarsi insieme all’inizio di questa stagione in forza all’Alba Berlino. Un’amicizia nata sul parquet e consolidata tra camere d’albergo condivise e spogliatoio.

Nella capitale tedesca «viviamo in due appartamenti diversi - ha esordito Procida -. La nostra giornata tipo è allenamento al mattino dalle 11 alle 13. Verso le 14 torniamo a casa, al pomeriggio trascorriamo tempo assieme giocando ai videogame. Alla sera invece, spesso l’uno va a mangiare a casa dell’altro oppure usciamo a cena». All’allenamento vanno insieme, con l’unico patentato dei due Matteo che passa a prendere Gabriele. In virtù delle tante partite e trasferte che richiede il doppio impegno tra Bundesliga ed Eurolega, «non siamo riusciti a fare più di tanto in città - ha continuato l’ala azzurra -. Una volta, però, siamo andati allo zoo». «A volte facciamo anche qualche passeggiata al pomeriggio - ha aggiunto Spagnolo -, anche perché Berlino è davvero bella oltre ad essere una metropoli molto internazionale. Per le strade s’incontrano tanti italiani e persone davvero da tutto il mondo. È una cosa bella perché si respirano etnie e culture diverse. Anche solo per una questione culinaria, c’è qualsiasi tipo di ristorante, e si può scegliere tra diversi locali di carne o pesce».

Dopo aver condiviso diverse esperienze insieme, l’Alba è il primo club che li ha riuniti facendoli giocare insieme per un’intera annata. Ma chi è venuto a sapere per primo della notizia che avreste giocato insieme a Berlino? «Più o meno siamo tutti della stessa agenzia, le voci girano e stando in ritiro con l’Italia - ha detto il play brindisino - qualcosa ho chiesto a Gabriele. Una domandina sulla situazione della squadra o com’è l’ambiente gliel’ho fatta. Ovviamente i nostri compagni di nazionale sono stati i primi a sapere della notizia». Qual è stato il primo consiglio che ti è stato dato? «Gabriele mi ha detto di avere pazienza, di non innervosirmi soprattutto se all’inizio le cose non sarebbero andate come mi sarei aspettato. Si tratta comunque di un modo di giocare diverso, e quindi è normale che ci voglia un periodo di assestamento. Questo è stato il consiglio principale che mi ha dato».

Nonostante Gabriele e Matteo abbiano uno stretto legame che va oltre la pallacanestro, non hanno un particolare rito prima delle partite. Nemmeno un handshake, ovvero quel saluto tipico che tra compagni si fa prima di mettere piede in campo. «Nulla di speciale - ha detto l’ala brianzola -. A volte qualcosa di semplice, ma non abbiamo mai fatto nulla di strano». Forse prima delle partite sono concentrati solo su ciò che c’è da fare sul parquet, ma è interessante sapere che «non ho nessun idolo - ha continuato Procida -, ma guardo un po’ tutti i migliori nella mia posizione. Più li vedo e più cerco di rubargli qualcosa». «Guardo un po’ tutti i giocatori nel mio ruolo - ha aggiunto Spagnolo -, soprattutto quelli che giocano in Eurolega, per cercare di capire quello che fanno meglio e provare a copiarli. È utile per sviluppare il mio gioco».

Per quanto riguarda la stagione in Eurolega, Procida è chiamato a confermare l’ottima passata annata. «All’Alba c’è molta cura per il dettaglio e tanta voglia di lavorare. Non che nelle altre squadre dove ho giocato non ci fosse, però qui hai la palestra aperta 24 ore su 24, due allenatori a disposizione per sessioni individuali oltre allo staff tecnico. Tutto questo ti permette di poterti allenare anche prima o dopo l’allenamento di squadra». Per Spagnolo è stato invece l’esordio assoluto nella massima competizione continentale per club, nonostante qualche convocazione con il Real Madrid già nel 2020. «Berlino è la mia prima esperienza in Eurolega, e subito si vede quanto siano ben organizzati per il livello al quale siamo chiamati a giocare. Avendo più partite alla settimana, con diversi viaggi, è fondamentale che riusciamo a trovare il tempo non solo di allenarci, ma nel farlo bene».


Gabriele poi analizza le italiane Virtus Bologna e Olimpia Milano, già affrontate:
«Sono due squadre lunghe, con una panchina profonda, e credo che possano arrivare ai playoff. Se la possono giocare contro chiunque perché hanno giocatori di grande qualità. Sono allenate bene, da due ottimi allenatori, e credo che non gli manchi nulla per entrare tra le prime otto». Matteo invece fa le carte ai berlinesi: «Rispetto al roster dello scorso anno sono cambiati diversi giocatori, io per primo. Durante il raduno c’è chi è arrivato prima e chi è arrivato dopo, per questo stiamo ancora imparando a giocare insieme. I progressi però ci sono e si vedono. Spesso entriamo nel dettaglio per capire dove possiamo ancora migliorare, per arrivare a vincere quante più partite sarà possibile in Eurolega, che è il nostro obiettivo».

L’Alba Berlino è di sicuro una tappa importante per le loro rispettive carriere. Un posto dove poter continuare a crescere, una rampa di lancio verso cieli sempre più stellati. Ma cosa vedono i due ‘golden boys’ azzurri per il loro futuro? «Spesso ne discutiamo tra di noi - ha precisato Spagnolo -, e siamo convinti che è necessario vivere il presente e pensare a quello che facciamo oggi. Credo che non faccia bene né pensare troppo al futuro, e neppure al passato. Dobbiamo concentrarci sul presente, dobbiamo lavorare in maniera dura adesso, perché è quello che ci ripagherà in futuro». «È importante non crearci troppe aspettative - ha puntualizzato Procida -, perché le cose magari possono cambiare lungo il nostro percorso. Quindi restiamo nel presente e lavoriamo duramente tutti i giorni per raccogliere i frutti nell’avvenire». Giocare all’estero pone i cestisti italiani sullo stesso livello di uno straniero. L’ha evidenziato tempo fa anche Nicolò Melli, sottolineando come i club che ti ingaggiano cercano da te prestazioni oltre la media. Questo potrebbe aumentare il livello di pressione, anche se «non la vivo così - ha commentato il play brindisino, che faceva ore e ore di autobus per giocare a Roma prima di volare ancora adolescente a Madrid -. Giocare all’estero è un ulteriore modo per uscire dalla propria comfort zone. Ti devi confrontare con un altro tipo di ambiente, con un’altra lingua, con dei nuovi compagni dei quali pochi italiani se non addirittura nessuno. Tutto questo diventa uno stimolo in più per migliorare e per restare sempre sul pezzo».

Per qualcuno si tratterà di destino, per altri soltanto di un traguardo conquistato con merito. Ma Matteo e Gabriele hanno condiviso anche il Mondiale di questa estate. «Non mi aspettavo la convocazione ma ci speravo tanto. Sembra banale dirlo - ha riflettuto il brianzolo che ha vissuto un’esperienza sfortunata alla Fortitudo Bologna prima di emigrare in Germania -, ma è veramente un sogno partecipare ad un Mondiale indossando la maglia della nazionale. Sono stato contento dell’opportunità ricevuta dal ct Gianmarco Pozzecco, e non posso sicuramente lamentarmi dello spazio ritagliatomi». «Si tratta del sogno che si ha sin da quando si è piccoli - ha aggiunto Spagnolo -, che negli ultimi anni, un passettino alla volta, è diventato sempre più realtà. Sapevamo di essere nel giro dei convocabili, ma non eravamo certi di poter far parte della spedizione. È stata l’esperienza cestistica più forte della mia carriera sin qui. Sono rimasto soddisfatto per il clima e la squadra con cui l’ho vissuta, perché siamo diventati davvero una grande famiglia». La prossima estate azzurra è ovviamente lontana, pensandoci adesso. Ma c’è un Preolimpico da dover vincere e «ovviamente speriamo di far parte della squadra - ha continuato Procida -, e ce la metteremo tutta per essere convocati e andarci a prendere un posto alle Olimpiadi».

Dal sogno azzurro a quello Oltreoceano, perché tra le tante cose condivise, Gabriele e Matteo sono stati anche scelti al draft Nba nella stessa notte, quella del 23 giugno 2022. «Essere stati draftati è sicuramente un qualcosa che ti avvicina all’America. Questo però non significa che accadrà sicuramente - ha precisato il play -. La Nba resta comunque la lega più famosa e prestigiosa del mondo, ed è il sogno di tutti. Da quella notte abbiamo fatto qualche passo in più verso di lei, ma ce n’è ancora di percorso da fare. Però non bisogna mai smettere di crederci e sperare». «La strada è ancora lunghissima. Ci vogliono ancora tanti allenamenti - ha replicato Gabriele -, e non è detto che seppur sei stato scelto al draft andrai certamente a giocarci. È tutto una conseguenza del lavoro che fai durante la settimana, nel corso degli anni. Se poi dovesse arrivare l’opportunità, sarebbe un sogno bellissimo». Ma qual è il rapporto che avete con le rispettive franchigie? «Ci sentiamo spesso, anche perché mi seguono e guardano le partite», ha detto Gabriele. «Lo stesso vale per me», ha concluso Matteo. Senza fare voli pindarici, i due ‘golden boys’ restano saldamente con i piedi per terra e guardano dritto avanti a loro. Un allenamento dopo l’altro, una convocazione dopo l’altra, con la fame di chi vuole arrivare. Ma con calma, senza fretta. Dopotutto sono poco più che ventenni, con una carriera già ampiamente vissuta, ma dalle pagine importanti ancora da scrivere.

Il comasco e l'Alba Berlino insieme dalla scorsa stagione

Dal minibasket a Lipomo, piccolo comune brianzolo, all’esordio in Serie A con la canotta della Pall. Cantù a soli 17 anni. Senza dimenticare le origini della famiglia, di Agropoli, dove spesso è tornato in cerca di una palestra per allenarsi senza sosta anche d’estate. Il cammino di Gabriele Procida è stato precoce, per qualcuno è potuto sembrare una strada lastricata d’oro, ma di certo non semplice. Con l’arrivo a Basket City, sponda Effe, sarebbe dovuto decollare. Non è stato così. Ed ha fatto bene ad emigrare per trovare l’ambiente adatto dove poter continuare a crescere e migliorare, accettando forse una sfida prima con sé stesso in quel di Berlino.

Per il giovane brindisino è la prima esperienza in Eurolega

Dai 78 punti segnati in una partita ad appena 13 anni, con i quali ha permesso alla Mens Sana Mesagne di battere Ceglie e vincere il titolo regionale; all’esordio in Liga Acb con la canotta del Real Madrid a 17 anni compiuti. La carriera di Matteo Spagnolo è stata già costellata di record che in tanti non riusciranno nemmeno lontanamente ad immaginare. Forse un predestinato, andato via di casa ancora bambino, ma sicuramente con la testa sulle spalle. L’Alba Berlino è la quinta tappa di un percorso che lo può proiettare davvero molto in alto. L’asticella delle aspettative non è fissata a misura d’uomo, dunque necessita di grande impegno e lavoro sodo per scavalcarla.

Lanciati in azzurro da Sacchetti, punti fermi nella nazionale del futuro

Dalla Stella Azzurra all’azzurro sino a Berlino, storica città che rievoca momenti sportivi indelebili per tutti gli italiani. Matteo Spagnolo e Gabriele Procida hanno visto spesso e volentieri incrociarsi i rispettivi percorsi cestistici. La partecipazione al Mondiale di Manila è soltanto un nuovo, importante, punto di partenza per entrambi, che possono diventare le colonne portanti dell’Italbasket che verrà. Lanciati entrambi da Meo Sacchetti, Matteo è stato il primo ad esordire nella nazionale dei grandi. Era il 20 febbraio del 2020, e da ragazzo del sud gli sono bastati pochi minuti per far esplodere il PalaBarbuto di Napoli con i suoi primi due punti contro la Russia. Il terzo più giovane esordiente di sempre, ha già totalizzato 26 presenze per un totale di 121 punti. Un anno dopo è toccato a Gabriele la ‘prima volta’. Era il 19 febbraio 2021, l’Italia affrontava l’Estonia nella bolla di Perm’, la prima delle sue 18 partite in azzurro per 69 punti complessivi. Tra i candidati dello scorso anno per il premio Rising Star di Eurolega, Procida quest’anno sta viaggiando a oltre 5 punti, 2 rimbalzi e 2 recuperi di media. All’esordio assoluto Spagnolo, invece, è andato già due volte in doppia cifra per punti e registra più di 8 punti e 2 assist a partita.


* per la rivista Basket Magazine

sabato 4 novembre 2023

Gandini: il basket torna nella vita degli italiani

Gli obiettivi della Lega: competitività, innovazione e un feeling maggiore con tutti gli sportivi

Gandini: il basket torna nella vita degli italiani

Una Serie A più spettacolare con atleti e tecnici importanti e il traino della Nazionale


di Giovanni Bocciero*

 

UNA NUOVA STAGIONE è iniziata, con la LBA vogliosa di continuare a crescere e diventare sempre più ambiziosa. «Una Lega altamente competitiva, ed un campionato che - esordisce il presidente Umberto Gandini - attiri più interesse sia per gli appassionati che per gli sponsor. Ma soprattutto, un campionato che diventi sempre più parte integrante della vita degli sportivi italiani, che non siano necessariamente soltanto gli appassionati o praticanti della pallacanestro, ma in generale tutta quella fetta più ampia di coloro che hanno interesse per il nostro sport e che devono appassionarsi pian piano alle nostre squadre».

Il presidente LBA durante la premiazione della Supercoppa 2023
che è stata un grande successo di pubblico

Ovviamente gli obiettivi da raggiungere passano anche per la competitività del campionato. «Non sono un tecnico a tal punto da poter giudicare sulla carta le formazioni - continua il numero uno della LBA - che prendono il via in campionato. Posso però far notare che tutte e sedici le squadre hanno ben interpretato la fase di costruzione del roster durante il mercato. Milano e Bologna che sono impegnate in Eurolega hanno una squadra molto profonda ed hanno intrapreso la loro strada portando giocatori di grande livello. Milano ha preso Mirotic ed ha due campioni del mondo nel proprio roster. Bologna adesso ha Banchi come guida tecnica che è stato il miglior coach dei Mondiali, e non concordo su un ridimensionamento del progetto perché hanno operato in maniera oculata secondo i limiti che si sono posti. Poi ci sono tutte le squadre ben attrezzate e che saranno impegnate in Europa come Venezia, Tortona che ha alzato ulteriormente l’asticella, Varese e Brindisi che devono conquistarsi sul campo l’accesso ai gironi di BCL, Sassari e Trento che sono una costante a livello internazionale. Quello che però interessa di più alla LBA è, che pur sapendo che i budget spesso e volentieri scendono in campo, da qui alla fine del girone d’andata che qualifica per la Final Eight di Coppa Italia, e poi al termine della regular season che qualifica per i playoff, tutti giocheranno al massimo delle loro possibilità».

L’inizio del campionato è stato scosso dal rifiuto del brasiliano Caboclo di unirsi a Venezia nonostante il contratto firmato in estate. «In questa vicenda è chiaro che la Lega farà tutto ciò che è in suo potere per sostenere il club - afferma Gandini - in quella che diventa una battaglia legale sia sportiva che civile tra due parti. Una di queste è il giocatore che evidentemente pare indifendibile. La giustizia farà il suo corso, come per altro è già successo in altri casi come lo scorso anno tra Verona e Selden. Sono certo che le ragioni della Reyer verranno premiate. Adesso hanno il problema di sostituire l’atleta, magari con un giocatore per l’immediato aspettando i tagli dei training camp della Nba per vedere chi possa essere utile».

Restando in tema di giustizia sportiva, come evitare a monte un caso Varese come lo scorso anno? «La giustizia sportiva ha il suo corso indipendente, così come la Procura Federale. È stata segnalata una violazione delle norme che non era possibile accertare in altro modo, e la giustizia ha seguito quelli che sono i suoi tempi. Credo che innanzitutto questo caso abbia insegnato che, qualora ce ne fosse bisogno, le regole vanno sempre rispettate e i regolamenti vanno applicati alla lettera. Confido - auspica il presidente - sul fatto che non sia questa una fattispecie che possa ripetersi. D’altro canto, ogni discorso sull’eventuale riforma della giustizia sportiva non è un tema che riguarda solo la pallacanestro, come abbiamo avuto modo di vedere per tutta l’estate col calcio».

La LBA sta immaginando di espandersi, e questo significa anche portare all’estero i propri eventi. «Questo può riguardare solo ed esclusivamente la Supercoppa - chiarisce Gandini -, che è una manifestazione della lega in accordo con la federazione. Si tratta dell’unica competizione esportabile in quanto cambia sede a seconda di vari fattori, e quindi in un’ipotetica idea potrebbe essere disputata anche all’estero. Lo stiamo valutando, ci sono discorsi in essere per nuovi mercati nei quali la pallacanestro italiana, o quella in generale, necessita di nuovi sviluppi, e quindi stiamo attenti e monitoriamo. Per quanto riguarda le altre competizioni il campionato è escluso così come la Coppa Italia. Per la Final Eight 2024 torniamo a Torino, una sede che ci ha dato grandi soddisfazioni. Cercheremo di replicare, e dove è possibili migliorare, ciò che abbiamo offerto nello scorso febbraio. La prima novità è che apriamo, in accordo con la LBF, alla Final Four di Coppa Italia femminile che sarà giocata in contemporanea alla Final Eight maschile».

L'imponente immagine dei 12.500 del Pala Alpitour alle Final Eight
dell'anno scorso: LBA punta a fare il bis anche in questa stagione

Lo scorso anno a Torino si è organizzato un evento quasi perfetto. Ma dove si può migliorare? «Nel nostro piccolo stiamo copiando quelli che sono i migliori esempi che ci possono essere. Non pensiamo di inventare nulla. Siamo però anche capaci di creare dei trend, perché ad esempio dopo la Final Eight di Torino una lega importante come l’ACB, la competizione per club più importante a livello domestico in Europa, ci ha chiamato per chiederci informazioni guardando al nostro evento come un esempio da seguire. Questo ci fa molto piacere. Continuiamo ad investire nello sviluppo, nell’allargamento della fan base per arrivare soprattutto alle nuove generazioni - sottolinea ancora Gandini - che hanno una fruizione del prodotto sportivo diversa dai loro padri o dai fratelli maggiori. Fermo restando che il prodotto è fruibile per chiunque a tantissimi livelli. Attraverso l’attività dei club è fruibile ovviamente dal vivo nei palazzetti, con le campagne abbonamenti e la politica dei prezzi. È disponibile online su tablet e smartphone così come sul satellite ed in chiaro. Per i più giovani e smaliziati abbiamo i social e tutta la produzione digital. La cosa più importante però, è che quando c’è la passione questa rimane e non sono preoccupato di perdere il pubblico più affezionato cresciuto con la pallacanestro negli ultimi venti, trenta o quarant’anni. Preferisco lavorare sull’aggiungerne altro di pubblico, pensando anche ad un ricambio che purtroppo è inevitabile in ogni ciclo della vita».

La Serie A vede sempre più club e coach ostaggi del risultato, e per questo giovani come Mannion, Spagnolo, Procida, Diouf, emigrano all’estero per trovare una loro dimensione. «Purtroppo non credo che sia una sorpresa. Parte del percorso di crescita di questi ragazzi comprende per vari motivi una, o più tappe, all’estero. Vuoi per uscire dalla comfort zone, per misurarsi con campionati diversi, e anche per guide tecniche che valutano diversamente lo status delle prestazioni. Così non mi sorprende neppure che tanti altri giovani, dei quali non parliamo, vadano a studiare negli Stati Uniti, così da abbinare una crescita tecnica anche un’educazione superiore rispetto a quella che potrebbero avere nel nostro paese, dove purtroppo l’accoppiata studio-sport dà tantissimi grattacapi. Non mi sorprende neanche che gli allenatori dei club abbiano una grandissima attenzione a vincere le partite, a centrare posizioni che gli permettano di vincere trofei, di qualificarsi in Europa o alle Final Eight, o di conquistare la salvezza. Questo non deve sorprendere. Poi però c’è l’attitudine personale, sia dei tecnici che degli atleti. Credo che in linea generale i giocatori che meritano, indipendentemente dall’età o dal passaporto, giocano. Poi ci sono altre cose che maturano in maniera diversa - evidenzia il presidente LBA -, come la personalità, la capacità di assumersi responsabilità, e questo spesso è meglio affrontarlo in un’altra realtà. E valuto positivamente tutto ciò perché poi si tratta di atleti che arrivano alla nostra nazionale».

Parlando di Italbasket, come valuta i quarti di finale raggiunti al Mondiale? «La Nazionale ha fatto benissimo, facendo un percorso straordinario. Concordo con il ct Pozzecco, secondo il quale ciò che ha fatto l’Italia nelle Filippine ha convinto il paese intero che potevamo battere gli Stati Uniti. Ritengo che questa sia una fotografia fedelissima, perché così come abbiamo poi sofferto per i 37 punti di scarto, nei giorni precedenti alla gara l’opinione pubblica riteneva che si potesse fare il miracolo. Questo credo che sia un tiolo di merito per la Nazionale che ha risvegliato attenzione sul movimento, che con le prestazioni ha portato vantaggi anche ai club con risvolti positivi sulle attività commerciali e sull’attenzione a loro riservata. Adesso la Nazionale avrà da affrontare dei cambiamenti - analizza Gandini -, dal ritiro di Datome ai giocatori di punta che avranno un ulteriore anno. Avremo un Preolimpico estremamente difficile sulla carta, per questo da preparare al meglio. E sono convinto che le squadre di Serie A daranno alla Nazionale il supporto necessario affinché si possa avere una rosa di giocatori potenzialmente più ampia, di interesse e pronta così da permettere al ct di avere possibilità di scelta su chi convocare».

L'Italia alla World Cup ha appassionato:
i club continueranno a sostenerla

Ultima chiosa sulle elezioni Fip. «Per quanto riguarda il discorso sulla politica federale e la sua guida non dobbiamo preoccuparci. Dobbiamo affrontare tutta la stagione 2023/24, il pre e post Olimpiadi, parte della 2024/25 prima di affrontare nuove elezioni e quindi abbiamo tempo per questo discorso. Quello che posso dire è che sicuramente la guida solida e duratura del presidente Petrucci ci porta a pensare che l’eventuale successione, qualora fosse necessaria - conclude Gandini -, sarà affrontata nei tempi e nei modi dovuti».


* per la rivista Basket Magazine