venerdì 26 luglio 2024

Wembanyama, un fenomeno sulla grande scena dei Giochi

A Parigi tutte le attenzioni saranno su di lui, il gigante nato a due passi da Versailles che ha subito conquistato la Nba. All'unanimità rookie dell'anno, ha sorpreso tutti per l'armonia e la fluidità del gioco, insoliti per un ragazzo di 2,24.

Wembanyama, un fenomeno sulla grande scena dei Giochi

Il prodigio francese non ha deluso le aspettative e ora affronta il suo primo grande appuntamento, con la Francia che vuol sfidare gli Stati Uniti. Un bel banco di prova per capire sin dove si può spingere Victor che, per coach Popovich, «è molto più dotato di quanto lui stesso si immagina».


di Giovanni Bocciero*


Un giocatore dalle particolari caratteristiche si fa presto ad etichettarlo quale ‘unicorno’. Ma se in giro iniziano ad essercene troppe di queste creature leggendarie, è logico pensare che dopotutto così uniche non debbano essere. Forse è semplicemente il dato momento storico che permette la proliferazione di cestisti che, cresciuti secondo un’impostazione ben precisa, vengono fuori con delle peculiari capacità tecniche.

Poi però ammiri Victor Wembanyama, e a questo punto bisogna ristabilire qualsiasi tipo di categoria. Definirlo ‘unicorno’ è riduttivo, perché non c’è altro cestista che gli possa essere equiparato. In nessun caso. L’unicorno è oramai un termine diventato inflazionato nella pallacanestro, perché quel tipo di giocatore non rappresenta più un’eccezione ma un animale esotico in una fauna di normalità.

Nato a dieci minuti dalla Reggia di Versailles, in una città che conta poco meno di 30mila abitanti chiamata Le Chesnay, il fenomenale francese i geni dell’atleta li ha ereditati dai genitori. Papà Felix ex triplista di origini congolesi, nato in Belgio ma naturalizzato francese; mamma Elodie de Fautereau ex giocatrice di pallacanestro e oggi allenatrice. Entrambi alti circa 1,90 metro, hanno avuto tre figli, tutti cestisti, ma è il secondogenito che si appresta ad avere una carriera luminosissima. «Ho potuto scegliere se giocare a basket - ha detto Victor -, ma è sempre stato intorno a me e non l’ho potuto evitare».

Victor Wembanyama, 20 anni, punta di diamante
dell'emergente generazione dorata francese

Semplicemente madre natura. Con l’eccezionale altezza e la disarmante mobilità, Wembanyama ha attirato l’attenzione di allenatori e osservatori quando non era ancora un adolescente. Da bambino ha sperimentato diverse discipline. Prima ha giocato a calcio, da portiere, poi ha praticato lo judo. Fatto sta che quando arriva alla pallacanestro è semplicemente portato per questo gioco. A 10 anni è alto 1,80, e arrivano i primi osservatori per vederlo nelle giovanili del Nanterre.

A 14 anni il Barcellona tenta di accaparrarselo, facendo indossare a quel grattacielo, diventato nel frattempo 2,10, la maglia blaugrana per un torneo. Oltre all’altezza ed alla mobilità «sono rimasto colpito dalle sue mani. Pensavo che avrebbe avuto difficoltà - ha ricordato Carlos Flores, l’allenatore di quella squadra -, ma quando ha avuto il pallone in mano ci ha lasciato senza parole: era grazia e talento». Nonostante l’insistenza dei catalani, la famiglia ha preferito veder crescere Victor vicino casa.

Fenomeno mediatico. Wembanyama si è mostrato al mondo nel 2020, grazie al video in cui sfida Rudy Gobert diventato poi virale. Appena 16enne possedeva una disarmante naturalezza nel mettere palla a terra e un tiro più che fluido. L’anno successivo è al Mondiale under 19, e la sfida con Chet Holmgren ha già una cassa di risonanza globale. La Francia è d’argento, ma Victor ha lasciato il segno.

Il grande interesse intorno al prodigio francese ha indotto la Nba a trasmettere tutte le partite del campionato 2022/23 del Metropolitans. Una decisione per preparare il pubblico statunitense al draft che lo avrebbe visto essere la prima scelta assoluta, il secondo europeo dopo Andrea Bargnani. Terzo lo è diventato poche settimane fa l’altro francese Zaccharie Risacher, seguito dal connazionale di 2,13 metri Alex Sarr dalle spiccate doti da all-around. Giusto per comprendere la fucina di talenti d’oltralpe.

Prim’ancora del draft c’è stata la tournée a Las Vegas del club alla periferia di Parigi, fallito a un solo anno dall’addio di Victor. Lo scopo era far affrontare, con le rispettive squadre, il francese e Scott Henderson, il giovane talento americano sfidante alla scelta numero uno. E in termini pugilistici, quasi ad imitare Muhammad Ali, Wemby aveva detto che l’avversario «avrebbe meritato di essere la prima scelta, se io non fossi nato».

Alla corte dei santoni. Il suo trasferimento al Metropolitans è stato dettato dalla volontà, forte, di essere allenato da Vincent Collet, ct part time della Francia. Con lui ha esordito in nazionale maggiore nella finestra Fiba dell’autunno 2022, segnando 20 punti contro la Repubblica Ceca. Per non pregiudicarsi alcunché nella prima ed attesissima stagione Nba, ha saltato i Mondiali della scorsa estate. Ad aspettarlo a San Antonio ha trovato un altro santone come Gregg Popovich, che con molta probabilità ha posticipato il suo ritiro solo e soltanto per poter allenare il prospetto generazionale.

Dopo 71 gare giocate da ‘pro’, secondo l’allenatore degli Spurs il ventenne ha tutto per diventare il migliore giocatore di sempre. Questo perché «è competitivo, vuole vincere, è molto talentuoso». Ma soprattutto ha aggiunto, alzando se possibile ancor di più l’asticella e aumentando la pressione, che «è molto più dotato di quanto lui stesso si immagina».

Un esordio immaginifico. Nonostante il campionato sia stato negativo per la squadra, arrivata penultima nella Western Conference con 22 vittorie e 60 sconfitte, Victor non ha deluso le attese. Negli Stati Uniti si è parlato di una delle migliori stagioni di sempre per un rookie. Le prestazioni esaltanti non sono mancate, dal career high da 40 punti nella vittoria al supplementare contro New York, al 5x5 nella sconfitta contro i Lakers da 27 punti, 10 rimbalzi, 8 assist, 5 stoppate e 5 rubate; alle due triple doppie da 16 punti, 12 rimbalzi e 10 assist a Detroit, e da 27 punti, 14 rimbalzi e 10 stoppate a Toronto.

Ha fatto registrare 43 doppie doppie, 11 partite da 30 o più punti, e soltanto 3 volte non è andato in doppia cifra. Fa impallidire che soltanto Kareem Abdul-Jabbar, nel lontanissimo campionato 1975/76, abbia prodotto un’annata con numeri migliori in ogni categoria statistica. In un anno Wembanyama ha collezionato oltre 1500 punti, 250 stoppate e 100 triple, riscrivendo la storia della Nba. Ma questo è anche un segno inconfondibile della sua autentica tridimensionalità sui 28x15.

Non stupisce che abbia vinto il premio di Rookie dell’anno all’unanimità, nominato primo da tutti i novantanove votanti tra giornalisti ed esperti. Per continuare a strabuzzarsi gli occhi, c’è da sapere che è diventato, sempre nella lega d’oltreoceano, il giocatore più giovane a registrare una partita da 20 punti e 20 rimbalzi (19 anni e 338 giorni); e il giocatore più giovane di sempre a realizzare una tripla doppia senza palle perse (20 anni e 6 giorni).

Definirlo secondo i canonici ruoli della pallacanestro è assolutamente impossibile. Sono le parole dei campioni, suoi avversari in campo, che ne danno una reale dimensione. LeBron James lo ha chiamato ‘alieno’; per Stephen Curry «è un giocatore da videogame», perché certe cose si possono fare solo nella realtà virtuale e per questo può cambiare il gioco come è stato inteso sino ad oggi. Antetokounmpo ne ha invece parlato come di un «giocatore irripetibile».

Talenti fuori dal campo. Ama i Lego e disegnare. «Si tratta di attività salutari - ha spiegato Victor -, che richiedono precisione, combinando il lavoro delle mani e del cervello. Mi rilassano e mi permettono di pensare». Passatempi che ha coltivato con i genitori. «Fin da piccolissimo mi sono cimentato a disegnare perché mia madre studiava architettura. Un giorno mi ci dedicherò per davvero, ho in mente una storia che disegnerò. Il mio primo Lego è stato un’astronave, per questo sono un appassionato di Star Wars da quando avevo quattro anni. Ho guardato tutti i film con mio padre».

Obiettivo Parigi. Le sue capacità le potremo ammirare anche alle Olimpiadi, che praticamente si giocano a pochi passi da casa sua. «Fare bene sarebbe una grande storia - ha dichiarato il ventenne -, e non c’è altro obiettivo che l’oro». Inutile dire che anche sul palcoscenico dei Giochi attirerà la massima attenzione. Soprattutto, bisognerà capire come si presenterà. Sembra infatti che abbia utilizzato questo periodo di off season per mettere su massa muscolare. Ovviamente è un processo delicato, perché con il fisico che si ritrova non può comunque esagerare.

Nella seppur ancora breve carriera si è dimostrato tutto il contrario di fragile. Al di là delle gare di assenza concordate spesso e volentieri con la stessa franchigia, ha sopportato molto bene lo stress della prima stagione Nba. A Parigi se la dovrà vedere con avversari del suo calibro, e almeno un paio li ha nella sua stessa nazionale. Con Gobert, votato miglior difensore della lega statunitense, oscura la vallata formando praticamente una diga invalicabile. Al netto delle possibili scelte dell’ultimo minuto, non sono da meno neppure il solido Vincent Poirier oppure il grintoso Mathias Lessort.

Con gli Stati Uniti si riproporrebbero i duelli già visti nel corso della stagione con Joel Embiid, Anthony Davis e Bam Adebayo, così come con Nikola Jokic se affronterà la Serbia. Da quest’ultimo ha ancora tutto da imparare, per mentalità e approccio. Con Embiid, che avrebbe potuto giocare proprio con la Francia, non sono mancate delle scintille in occasione degli ultimi confronti. Mancherà invece il duello con Paolo Banchero, altra stella emergente che conosciamo piuttosto bene e che non è stato convocato dal ‘dream team’.

Profilo

Nato il 4 gennaio del 2004, Wembanyama (2,24 metri per 95 kg) è stato precoce per via della sua incredibile altezza. Con Nanterre ha esordito a 15 anni in Eurocup contro Brescia, e l’anno dopo è stato nominato per il miglior quintetto dell’Eurolega Nexg Gen di Kaunas. Nell’estate del 2021 è passato all’Asvel Villeurbanne, si è misurato con il livello Eurolega ed è diventato campione di Francia, ma l’anno successivo ha preferito trasferirsi al Metropolitans. Non ha vinto il titolo ma è stato nominato comunque Mvp del campionato, oltre ad aggiudicarsi per il terzo anno di fila il premio di miglior giovane della Lnb. Ha vinto anche un premio di Mvp dell’All Star Game francese nel 2022.

Statistiche

Wembanyama detiene la media più alta di 5.7 stoppate a gara in una competizione Fiba, realizzata al Mondiale under 19 del 2021. Nella tournée a Las Vegas nell’ottobre del 2022 ha disputato una serie di amichevoli con la casacca del Metropolitans, facendo registrare le medie di 36.5 punti, 7.5 rimbalzi e 4 stoppate. Ha concluso la sua prima stagione Nba con i San Antonio Spurs viaggiando a 21.4 punti, 10.6 rimbalzi, 3.9 assist, 3.6 stoppate e 1.2 recuperi in 29.7 minuti, venendo votato all’unanimità Rookie dell’anno. Con 254 stoppate è risultato il miglior stoppatore della lega, e si è classificato secondo per il premio di Difensore dell’anno.


per la rivista Basket Magazine

lunedì 8 luglio 2024

Italbasket - "Parigi val bene una messa", non per il nostro sistema

L'Italbasket era aggrappata al Preolimpico di San Juan per dare un senso all'estate 2024, così da partecipare alle Olimpiadi che tra poche settimane scatteranno a Parigi. Bissare l'impresa di tre anni fa a Belgrado si presentava comunque già difficile, a maggior ragione con le assenze dei vari Fontecchio, Procida, Spagnolo. Non nascondiamoci dietro un dito, perché chi oggi urla "vergogna" per l'eliminazione, volendo fare paragoni con l'italico calcio, è anche chi mestamente ipotizzava "ma che andiamo a fare" a causa degli infortuni appena menzionati. Quindi, in un qualche modo gli azzurri non hanno fatto e neppure perso nulla.

Certo, la speranza è sempre l'ultima a morire. E certo, nonostante il successo di Madrid e quello all'esordio con il Bahrain, contro Portorico prima e Lituania poi non abbiamo avuto lo stesso atteggiamento subendo gli avversari. Ne avevano di più, senza alcun dubbio, sia tecnicamente che fisicamente che mentalmente. Ma siamo questi, oggi più di ieri. Quindi val la pena puntare il dito contro il ct Pozzecco, o contro il presidente federale Petrucci? Secondo me no, se non per una bieca rivalsa personale. Non confondiamo, gli errori sono stati commessi. Il Poz ha dimostrato nell'arco di questi anni di essere coerente con la sua filosofia, portando avanti il processo di svecchiamento già attuato dal predecessore Sacchetti, e di badare alla creazione di un gruppo vero. Rinunciando anche al passaportato, da Thompson a DiVincenzo, per i quali oltre a difficoltà burocratiche sembra non ci sia mai stato l'affondo concreto.

Ma pur di prendersi il trono della Francia, visto che siamo in tema, Enrico IV rinunciò alla religione protestante convertendosi al cattolicesimo con la storica espressione "Parigi val bene una messa". Divenuta un modo di dire popolare per i francesi, simboleggia il sacrificio per ottenere qualcosa di più importante. In poche parole, una versione d'oltralpe de "il fine giustifica i mezzi" di machiavellismo memoria.

E allora se lo scopo era la qualificazione alle Olimpiadi 2024, come abbiamo già scritto al momento della long list delle convocazioni, un appunto che si può fare al ct è ad esempio la rinuncia scientifica a Della Valle. Tra i migliori italiani della nostra serie A, ormai da anni, avrebbe fatto comodo in quei frangenti o periodi più lunghi di rottura prolungata in attacco. Di evidente siccità offensiva che con l'assenza di Fontecchio era più che prevedibile. Prevedibile perché siamo questi, appunto.

Ed ha ragione Messina quando dice che "è quello che fanno i club per 11 mesi che fa il bene della nazionale", in riferimento alla crescita di Tonut che di certo non dipende dal mese all'anno trascorso in maglia azzurra. Ma al coach di Milano bisognerebbe anche ricordare che nella sfida da dentro o fuori con la Lituania, ad un certo punto l'Italia pendeva dalle labbra di Ricci, autore di due triple che hanno cercato di tenerla a contatto. Eppure l'ala nella decisiva gara 4 per lo scudetto ha collezionato un n.e., così come Bortolani al pari di Caruso. E potremmo ricordare Alviti fino allo scorso anno.

Quindi la soluzione è puntare il dito contro Pozzecco, che con tutti i suoi difetti lavora comunque con il materiale umano a disposizione? Basta puntare il dito contro Petrucci, invocando che la federazione metta regole per far giocare gli italiani? Oppure bisognerebbe che tutti, compreso i citati, prendessimo davvero a cuore la causa della nazionale, a partire dai club? Ci troviamo a dover ancora celebrare Belinelli e Aradori quali Mvp dei campionati di serie A e A2, che oggettivamente appartengono al passato dell'Italbasket.

Il sistema che non permette ai giovani italiani di giocare, di sbagliare, di esprimersi se non con i paletti imposti dall'alto, è poi pronto a salire sul carro dell'Under 17 che ha appena vinto una straordinaria medaglia d'argento al Mondiale di categoria. Ci si riempie la bocca arrogandosi i meriti, che di sicuro ci sono, ma dimenticando un'altra generazione. Quell'Under 19 che nel 2017 conquistò un altro argento mondiale. Di quel roster facevano parte Pajola, Caruso e Visconti, Denegri del quale ci si è accorti soltanto quest'anno, Bucarelli relegato in A2 nonostante di lui si parlasse come prospetto internazionale, e poi Mezzanotte, Penna, Simioni, Oxilia, Antelli, Massone che vivacchiano nelle loro squadre senza avere la fiducia necessaria per essere protagonisti. Oltre allo sfortunato David Okeke.

Certamente non tutti possono essere campioni e arrivare in nazionale maggiore, anche perché l'imbuto si restringe sempre di più a quel livello. Però quello che evidentemente manca è la predisposizione a crederci. A puntarci. A volerci investire. E allora ci si focalizza sulla semplice partita invece di guardare il quadro nel suo insieme. Nella sua complessità. La nazionale rappresenta soltanto la punta dell'iceberg di tutto il movimento, ma comprendo che spesso è più semplice dire che ha sbagliato l'allenatore oppure quel giocatore.

Non fraintendiamoci però, perché magari leggendo di fretta si potrebbe dire che preferiamo fare di necessità virtù. Assolutamente no, perché la convocazione di Della Valle dovrebbe essere ponderata, voluta, e non solo il classico tappabuchi perché manca all'appello Fontecchio. Questo però potrà essere soltanto il riflesso di una larga base di giocatori dalla quale poter pescare. E invece siamo questi. Sempre e comunque. Oggi più di ieri. Sperando nel domani. Anche se ci troviamo a dire più o meno le stesse cose, che presto andranno nel dimenticatoio. Fino alla prossima sconfitta decisiva, contro la Lituania o chi per essa.

Giovanni Bocciero

domenica 26 maggio 2024

Nazionale con i cerotti in vista del Preolimpico

L'incredibile bollettino medico degli azzurri impegnati lontano dall'Italia: infermeria piena e indisponibilità certe


Nazionale con i cerotti in vista del Preolimpico


Una serie di infortuni costringono a cambiare le carte in tavola al ct Pozzecco, abituato a lavorare con un gruppo consolidato. Prende forza il ritorno in azzurro di Awudu Abass mentre è svanita l'ipotesi Marco Belinelli. Consola il recupero ad alti livelli di Nico Mannion.


di Giovanni Bocciero*


Sarà un’altra estate a forti tinte azzurre, sperando che possa fregiarsi dei cinque cerchi olimpici. Proprio come nel 2021, il cammino dell’Italbasket verso l’Olimpiade di Parigi deve passare attraverso il torneo Preolimpico, e tutti ci auguriamo che l’epilogo sia proprio come quello di Belgrado. Questa volta però, gli azzurri del ct Gianmarco Pozzecco dovranno volare dall’altra parte del mondo per conquistare il pass. La nazionale, infatti, sarà di scena in Portorico dal 2 al 7 luglio, dove prima sfiderà il Bahrain e i padroni di casa, poi eventualmente due tra Lituania, Messico e Costa d’Avorio per semifinali e finale.

Soltanto vincere il torneo garantisce la qualificazione all’Olimpiade, dove il sorteggio ha già definito l’inserimento della vincitrice nel complicato girone con Stati Uniti, Serbia e Sud Sudan. Prima però di volare in Portorico con l’obiettivo di conquistare un posto ai Giochi francesi, la nazionale farà il ritiro di preparazione a Folgaria, dal 14 al 21 giugno, che si concluderà con l’amichevole del 23 contro la Georgia a Trento. L’Italia poi giocherà a Madrid contro la Spagna il 25 giugno la seconda e ultima amichevole prima del torneo Preolimpico.

IL TRASCINATORE. Chi saranno i dodici azzurri che si batteranno per riportare l’Italbasket alle Olimpiadi è difficile ipotizzarli adesso. A maggior ragione visto gli ultimi infortuni che hanno coinvolto diversi protagonisti. Uno su tutti Simone Fontecchio, il trascinatore della nazionale nelle ultime estati. Quest’anno ha disputato la sua seconda stagione in Nba, iniziando con Utah e finendo il campionato con Detroit, a cui è stato ceduto tramite scambio che ha fatto fare il percorso inverso a Gabriele Procida.

Fontecchio aveva già aumentato le sue cifre ed il suo impatto rispetto all’annata precedente a Salt Lake City, ma è letteralmente esploso al suo arrivo a Detroit, dove in una squadra oggettivamente in difficoltà e alla ricerca di risultati si è ritagliato il suo prezioso spazio. Con la casacca dei Pistons ha ritoccato il suo personale in Nba contro Dallas: in 32’ ha segnato 27 punti.

L’ala nativa di Pescara ha dimostrato ancora una volta tutto il proprio talento, ma ancora di più la fiducia nei propri mezzi. Proprio come riferito da uno scout dei Jazz, che all’epoca del provino era rimasto colpito dalla sicurezza con la quale Fontecchio scende in campo. L’estate che arriva è delicata per lui, sia per l’infortunio che gli ha fatto terminare anzitempo la stagione, sia per la questione contrattuale. Anche se si vocifera di un rinnovo quadriennale ai Pistons da 60 milioni.

Il suo infortunio preoccupa lo stesso Pozzecco, perché quella che sembrava una semplice botta all’alluce potrebbe fargli saltare l’estate azzurra. Appena ritornerà in Italia si potrà capire meglio il suo stato e l’eventuale disponibilità. Ovvio che sostituirlo adeguatamente non è missione semplice. Per la stagione che sta disputando, il solido Awudu Abass può essere un sostituto degno, e il ct ha praticamente già annunciato che vestirà l’azzurro anche in considerazione dell’assenza di Procida proprio in quel ruolo.

Naturalmente l’unico che possa sostituire Fontecchio per qualità e carisma, è Marco Belinelli. Ogni qualvolta si torna a parlare di nazionale il nome del virtussino in una maniera o in un’altra spunta sempre fuori. Per uno scherzo del destino, la sua ultima apparizione in azzurro è avvenuta al Mondiale del 2019 proprio contro Portorico. E quella rimarrà, perché con la nazionale discorso chiuso: «Non è disamore, in azzurro ho sempre dato tutto, ma non so se porterei qualcosa di più o solo negatività».

IL VETERANO. L’8 agosto saranno 36 gli anni di Danilo Gallinari che potrebbe forse vivere la sua ultima avventura in azzurro. Un po’ come accaduto al Mondiale filippino per Gigi Datome, il torneo Preolimpico di San Juan - sperando che sia solo una tappa transitoria verso i Giochi di Parigi - potrebbe essere davvero l’ultimo ballo per il Gallo, che per la nazionale si è sempre reso disponibile e spesso pagando un prezzo salato.

Nell’ultima apparizione si è infortunato al ginocchio, cosa che gli è costato non solo l’Europeo 2022 ma anche tutta la stagione Nba con la casacca dei Boston Celtics. Quest’anno per il nativo di Sant’Angelo Lodigiano è stata un’annata da nomade, tra Washington, Detroit e infine Milwaukee, tornando a giocare dopo lo stop ma trovando comunque poco spazio.

Ceduto a campionato in corso ai Detroit Pistons, ha comunque fatto vedere sprazzi del suo talento cristallino. Ma l’esperienza nel Michigan è durata appena 6 partite, visto che nelle ore in cui Fontecchio sbarcava a Detroit il Gallo risolveva il suo contratto. Free agent e a caccia del titolo Nba, ha trovato sistemazione a Milwaukee fortemente voluto da coach Doc Rivers, che lo ha già allenato ai Clippers.

Con i Bucks eliminati anzitempo dai playoff Nba, l'ex Olimpia sarebbe disponibile sin dall’inizio della preparazione in Trentino. Questo non esclude comunque che si possa unire in seguito, anche perché il suo ruolo in nazionale non è in discussione. Se non al meglio fisicamente può comunque dare minuti importanti di qualità. Proprio come all’Olimpiade di Tokyo, la cui tripla sputata dal ferro nel combattuto finale dei quarti contro la Francia grida ancora vendetta.

I GOLDEN BOYS. L’Italbasket inizierà il torneo Preolimpico di San Juan il 2 luglio, e in caso di qualificazione alla manifestazione a cinque cerchi la prima palla a due è fissata per il 27 luglio. Date che escludono i due golden boys Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, entrambi fermati da infortunio. Procida è stato operato ad inizio aprile al tendine rotuleo del ginocchio sinistro, intervento resosi necessario dopo essersi fermato circa un mese prima.

Il nativo di Como in ottica nazionale ha disputato due ottime gare nella finestra dello scorso febbraio per le qualificazioni all’Europeo 2025. Prestazioni solide sia nel successo di Pesaro contro la Turchia (7 punti e 10 rimbalzi per 18 di valutazione, secondo miglior azzurro) che con l’Ungheria (9 punti, 3 rimbalzi, 3 recuperi e 2 assist per 15 di valutazione). In entrambe le occasioni è partito in quintetto, sopperendo all’assenza di Fontecchio, dietro il quale sembra in rampa di lancio.

Già iniziata la riabilitazione, un’ipotetica convocazione del classe 2002 è comunque molto complicata e potrebbe avvenire soltanto bruciando le tappe. Ancor peggio la situazione di Spagnolo, che proprio recentemente ha subito un intervento al metatarso del piede sinistro. Il classe 2003 di Brindisi è stato convocato ma inutilizzato per la finestra di febbraio, mentre si è fatto ammirare nel match di Eurolega con la Virtus Bologna: in meno di 15’ 15 punti, 13 nel solo quarto periodo lanciando la rimonta tedesca.

Procida e Spagnolo saranno due assenze preziose per Pozzecco, considerando che entrambi hanno partecipato alla spedizione mondiale nelle Filippine, così come Mouhamet Diouf. A questo punto sugli esterni è sicuro il ritorno di Nico Mannion, che dopo la parentesi al Baskonia si è ritrovato a Varese. Abbiamo tutti impresso negli occhi il giocatore delle Olimpiadi 2021, e quello che può dare all’Italbasket.

Già detto anche di Abass, diventa un candidato forte in questa posizione per l’azzurro John Petrucelli, giocatore dagli avi originari di Orta di Atella e comunque apprezzato dal Poz soprattutto per la sua intensità difensiva. Peccato non poter contare sul passaportato Donte DiVincenzo, soprattutto dopo la super stagione in maglia New York Knicks. I tempi burocratici non sembrano poter sbloccare la situazione dell’atleta che ha dichiarato amore incondizionato all’Italia.

Alternative potrebbero essere Giordano Bortolani, convocato nell’ultima finestra delle nazionali e stimato dall’allenatore che potrebbe cucirgli addosso un ruolo da specialista offensivo; oppure quel Amedeo Della Valle che seppur fuori dal progetto azzurro potrebbe comunque tornare comodo. Ma è logico che tutto dipenderà dalla conta di chi sarà diisponibile.

IL LUNGO. Diouf questa estate ha lasciato Reggio Emilia per provare l’esperienza all’estero con l’obiettivo di uscire dalla comfort zone. Non c’ha pensato due volte ad accettare l’offerta del Breogan, formazione della Liga Acb. In terra galiziana il 2.08 di origini senegalesi aveva iniziato piuttosto bene la stagione dal doppio impegno in campionato e in Champions League.

Nella stessa settimana aveva contribuito fattivamente alla vittoria europea con l’Hapoel Holon, con una prestazione da 17 punti, 9 rimbalzi, 2 recuperi e 2 stoppate, tirando 5/6 dal campo e 7/10 ai liberi in 22’; e poi al successo domenicale contro Saragozza, realizzando 11 punti e 8 rimbalzi, tirando 4/7 da due e 3/4 dalla lunetta in 18’.

Col Saragozza l’ultima apparizione stagionale di Momo, che ha infatti saltato il resto dell’anno per un infortunio al ginocchio sinistro. Dopo essere venuto anche in italia per un consulto medico, alla fine si è sottoposto all’intervento chirurgico prima di Natale, e il suo rientro è previsto per i principi di maggio. In caso di sua sostituzione, le alternative sono chiare: Guglielmo Caruso o Amedeo Tessitori, remota la possibilità per Paul Biligha.

 

AZZURRI ALL'ESTERO, QUESTE LE CIFRE

Dal suo arrivo a Detroit Fontecchio ha giocato più di 30’, segnando 15.4 punti di media e tirando con il 47.9% dal campo ed il 42.6% da tre, aggiungendo 4.4 rimbalzi e 1.8 assist. Ai Pistons si è solo incrociato col connazionale Gallinari, che in un’annata nella quale ha cambiato tre squadre ha fatto registrare la migliore prestazione stagionale proprio nel Michigan: 20 punti con 4/4 da tre, 3 rimbalzi, 2 assist e 1 rubata in 22’ contro Cleveland. Procida ha disputando una buonissima stagione all’Alba Berlino tra Eurolega e Bundesliga. 8.3 i punti di media nella campagna europea in 17’, 9.6 punti a partita con 1.5 rimbalzi e 1.4 assist in campionato. Spagnolo, alla prima esperienza in Eurolega, 7.3 punti di media con 3.4 assist e 2.3 rimbalzi in 20’. 11 le partite in Liga Acb giocate da Diouf prima dell’infortunio: 7.6 punti, 3.4 rimbalzi, col 47.2% da due e il 73.9% ai liberi.


* per la rivista Basket Magazine

domenica 28 aprile 2024

Speciale: Tra Pielle e Libertas vince... Livorno

Una stagione sempre ai vertici, tra scenari di pubblico spettacolari che meriterebbero il palcoscenico d'eccellenza

Tra Pielle e Libertas vince... Livorno

I biancoblù hanno conquistato la Supercoppa, gli amaranto hanno sfiorato la Coppa Italia: le due società labroniche si danno battaglia ma sono molto attive anche al di fuori del campo, pensando alla componente femminile, a quella giovanile, e a tante iniziative di solidarietà


di Giovanni Bocciero*


Il campionato di Serie B parla indubbiamente toscano in questa stagione, con Pielle e Libertas Livorno ed Herons e Gema Montecatini che stanno tracciando sin dall’inizio il percorso da seguire. Appropriatesi delle prime quattro posizioni del girone A, che sembra oggettivamente più qualitativo nel livello medio delle compagini rispetto a quello B, non è un caso che i primi due trofei siano stati vinti proprio da queste squadre. Soffermandoci sulle livornesi Libertas e Pielle, è interessante capire il loro diverso assetto societario, l’importanza data alla sezione femminile ed al settore giovanile con valenza sociale, e soprattutto il derby quale cassa di risonanza per tutto il movimento.

La Pielle Livorno di coach Marco Cardani ha inaugurato la stagione alzando al cielo la Supercoppa, e sta continuando col passo della schiacciasassi. «Non so se siamo la miglior squadra del campionato - ha esordito il presidente della Pielle, Francesco Farneti -, di sicuro siamo quella che sta andando meglio. Il gruppo è molto affiatato e vedo lo spirito giusto, con leadership riconosciute e un equilibrio interno. Tutto questo ci permette di rendere al massimo. In una visione più completa, i giocatori sono tra i più forti della serie, e giocano in un contesto dove sta andando tutto per il meglio. Quindi siamo anche fortunati in questo senso».

GLI IMPRENDITORI. Farneti, titolare della storica ed omonima farmacia di Livorno, è alla guida del Consiglio d’amministrazione composto da Riccardo Grillo, vice presidente e titolare dell’azienda Caffè Toscano che è title sponsor della squadra, e i consiglieri Marco Romei, Manolo Burgalassi e Mario Galdieri che è anche consulente legale. «La svolta societaria c’è stata in estate, quando abbiamo delineato le persone e la gestione della società - ha continuato il presidente biancoblù - ma in particolare con la nomina di un direttore generale come Gianluca Petronio. Figura di alto spessore e grande professionista, lo definiamo il nostro miglior acquisto. Con la riorganizzazione dell’organigramma abbiamo dato un significato importante a quella che è la gestione del club. Questo lavoro ci sta permettendo di avere i risultati attuali dopo gli anni passati con la cavalcata dalle serie minori. Per arrivare ad un livello superiore ci siamo concentrati sulla professionalizzazione delle figure che lavorano in società. Un salto di qualità che sta pagando».

La compagine biancoblù, nonostante il successo in Supercoppa, ha pagato un inizio difficile di campionato, con quattro sconfitte nelle prime undici giornate. Prima delle festività pasquali però, la Pielle è rimasta imbattuta nel girone di ritorno infilando 14 successi e prendendosi la vetta della classifica. «Ad inizio anno abbiamo dichiarato che entro tre anni avremmo fatto di tutto per essere promossi. Per come sta andando questa stagione siamo ben oltre le aspettative, dimostrando grande forza in campo, quindi è giusto approfittarne - ha sottolineato Farneti - e dare tutto per raggiungere subito l’obiettivo. Non possiamo non provarci».

LA TIFOSERIA. La squadra è entrata ormai in simbiosi con i propri tifosi, in particolare il gruppo organizzato dei Rebels. Dal coro “sono piellino e me ne vanto” nato circa due anni fa, ed entrato nell’animo dei sostenitori, si è passati al coinvolgimento degli stessi giocatori che al termine delle partite si accovacciano davanti alla curva prima di saltare per festeggiare tutti insieme. «Nessun accordo, nulla di organizzato - hanno rivelato i tifosi -, la squadra ha semplicemente abbracciato questa esultanza in maniera spontanea».

«La nostra tifoseria ha numeri importanti, ereditata dal passato perché la Pielle non è mai davvero sparita, neppure al tempo della fusione degli anni ’90 - ha sottolineato ancora Farneti - che portò allo sfascio del basket livornese. Un gruppo c’è sempre stato, ma con i risultati delle ultime due stagioni è esplosa di nuovo la passione, si sono risvegliati gli animi con un crescendo di emozioni ed entusiasmo. Questo ci ha permesso di arrivare a 2500 spettatori ad ogni partita, raggiungendo il limite massimo di capienza del PalaMacchia. Anche per questo le partite di cartello le giochiamo al Modigliani Forum. Il sostegno del pubblico ci ha dato e ci dà un grande aiuto, tanto colore, ma la squadra ha raggiunto un livello caratteriale e mentale tale da vincere a prescindere perché è davvero molto quadrata». E tutto ciò si vede in campo, dove è quasi sempre il collettivo ad emergere rispetto alle individualità.

Con un tifo che si avvicina a realtà come quella di Bologna, la Pielle ha avuto sin dalla sua rifondazione il sostegno di un cospicuo gruppo di sostenitori, che ha fatto parlare sempre di sé perché anche in Serie D c’erano almeno 50 tifosi al seguito. Tutto questo clamore ha fatto sì che nel tempo tante persone con ruoli differenti si avvicinassero alla società. Senza escludere gli stessi giocatori, che a parità di offerte hanno magari preferito Livorno come destinazione proprio per la bellezza del tifo.

Un aspetto importante che corre di pari passo a quello del tifo sono le iniziative sociali che mettono in campo i Rebels, che si impegnano con diverse associazioni del territorio ad aiutare con donazioni le persone in difficoltà o i bambini più bisognosi della città. Attività degne di nota, portate avanti anche dalle Rebels Girls, a dimostrazione che quella piellina è una tifoseria calda e passionale ma anche dal cuore d’oro. E parlando di femminile, bisogna ricordare la doppia mission della Pielle che ha anche una sezione rosa con la formazione che milita nel campionato di Serie B. Un ulteriore attività per attecchire nel tessuto sociale e territoriale della città.

IL DERBY. Il sogno è quello di ritornare in A2 anche per frequentare degli scenari più consoni al blasone della piazza, seppur il derby suscita un’attenzione già di quel livello. Riempire il Modigliani Forum con 8mila spettatori crea un ambiente che non sembra assolutamente da cadetteria ma di ben altra categoria, davvero fuori dal comune. E proprio il derby dello scorso gennaio è stato decisivo. Con la vittoria della Libertas di coach Marco Andreazza per 77-80, gli amaranto si sono qualificati alla Final four di Coppa Italia proprio a discapito della Pielle, che ha così dovuto guardare alla televisione la manifestazione tenutasi lo scorso marzo al PalaTiziano di Roma.

Foto Filippo Del Monte - Libertas Livorno

LA BANDIERA. «La posizione delle due livornesi è molto importante - ha esordito Alessandro Fantozzi, ex bandiera della Libertas - e lascia aperta la possibilità che una squadra possa centrare effettivamente l’obiettivo promozione. Il derby è senz’altro uno spot per la pallacanestro nazionale, segno dell’amore viscerale della città per questo sport, in un crescendo sfociato negli anni ’80 e ’90 quando entrambe le compagini erano in Serie A. Dopo un periodo non brillante, adesso sono ai vertici del campionato di Serie B ed hanno fatto venir fuori tutta la passione che è tradizionale della città di Livorno. La rivalità tra Libertas e Pielle non è mai sopita e mai lo potrà essere, un po’ come in realtà più grandi e prestigiose quale Bologna».

La Libertas al momento funge da inseguitrice in classifica, ma questo non toglie che «ci proviamo - ha esordito il presidente amaranto, Roberto Consigli -, perché quando si veste questa maglia te la devi giocare fino all’ultima partita. Questo per il solo valore storico e la responsabilità che si ha nei confronti dei tifosi, privati della loro squadra per vent’anni. Credo che il roster che abbiamo quest’anno, molto simile a quello della scorsa stagione con innesti oculati, è il segno del progetto che vogliamo portare avanti cercando di mettere un tassello alla volta. Se anche non dovesse arrivare la vittoria del campionato, è importante che si cresca sia come struttura societaria che come seguito di appassionati».

LE GIOVANILI. «Il futuro può essere roseo solo se puntiamo sul settore giovanile. Da qui la collaborazione tecnica con la Don Bosco che è più di un semplice accordo, ma una vera e propria sinergia con una programmazione comune - ha sottolineato il numero uno della Libertas -. Niente fusione però, perché siamo rimasti scottati da quella degli anni ’90. Invece sì ad una collaborazione che può intensificarsi e sulla quale ci teniamo molto, soprattutto dopo l’acquisizione della Invictus lo scorso settembre che ha preso il nome di Libertas Academy. Questo ci ha permesso di assicurarci un settore giovanile da 350 famiglie livornesi, prendendo in gestione le due palestre cittadine più belle, ovvero la Posar e la Gemini».

«Con la Pall. Don Bosco stiamo definendo modalità e forma, ma arriveremo a raddoppiare i numeri che saranno sicuramenti i più importanti a livello regionale per non dire nazionale. E sarebbe una grande soddisfazione non solo sportivamente parlando ma anche sociale, perché abbiamo una palestra nel nord della città che è la zona meno abbiente. Da questo abbiamo un ritorno di certo non economico ma umano, rappresentato da quelle mille persone tra ragazzini e genitori che sono venute festanti a Roma per tifare la squadra nella finale di Coppa Italia».

Nonostante la mancata vittoria del trofeo - a favore degli Herons Montecatini - che poteva vedere l’altra formazione cittadina bissare il successo in Supercoppa della Pielle, «la futuribilità del progetto Libertas è negli impianti e nei giovani - ha continuato Consigli -, non a caso quest’anno abbiamo investito più in questi due asset che nella prima squadra, dato che abbiamo preso giocatori interessanti come Tozzi ed Allinei, oltre allo sfruttamento del tesseramento comunitario puntando su Leon Williams».

LA FONDAZIONE. «Volendo restare aperti a qualsiasi nuovo ingresso in società, ci siamo guardati attorno e ci siamo ispirati ad altre realtà per vedere cosa potevamo mutuare. Alla fine abbiamo trovato lo statuto della Fortitudo Bologna, e con la stessa collaborazione dei dirigenti bolognesi abbiamo istituito una Fondazione partendo da quel tipo di modello. Ad oggi contiamo ben 66 soci della Fondazione che è proprietaria al cento per cento sia della prima squadra Libertas che del settore giovanile facente capo all’Academy. E siccome guardiamo sempre avanti, non escludo che in futuro si potrebbe inglobare anche il basket in carrozzina. Quindi la Fondazione è un contenitore che si occupa di proselitismo, dalla struttura estremamente complessa e di difficile gestione dato che ci sono tre diversi presidenti per essa, la Libertas e l’Academy. Ma tutti noi siamo spinti dall’entusiasmo che ci aiuta e non poco nelle difficoltà di tutti i giorni».

* per la rivista Basket Magazine

Luciano Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Ha firmato il periodo d'oro della pallacanestro italiana. «Deplorevole che da allora non si sono ancora fatti passi avanti per portare lo sport nelle scuole e migliorare l'impiantistica»

Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Insieme all’avvocato Coccia ha rivoluzionato il movimento come lo conosciamo. «Grazie anche ai presidenti di allora, sempre presenti e con i quali si parlava, ci si confrontava e pure scontrava arricchendo il dibattito così da crescere insieme»


di Giovanni Bocciero*


Un dirigente che si è speso tanto per la pallacanestro, vivendo gli anni del boom e scommettendo su alcune scelte che hanno rivoluzionato il movimento come oggi lo conosciamo. Questo è Luciano Acciari, avvocato romano e giocatore amatoriale che spinto dalla passione per il gioco è stato prima presidente della Stella Azzurra (1971-79) e poi della Lega Basket (1979-84), oltre a un dirigente di primo livello di Finmeccanica. «Mi sono avvicinato alla pallacanestro a scuola, perché frequentavo il Collegio San Giuseppe - Istituto De Merode dove era stata costituita la Stella Azzurra - ha esordito Acciari -, che agli inizi degli anni ’60 aveva già una squadra in serie A oltre alle giovanili. Questo è stato il mio primissimo contatto».

CLASSICA GAVETTA. «Al termine delle giovanili chi non arrivava in prima squadra restava coinvolto in società, militando magari nei campionati amatoriali o con qualche incarico societario. Io fui aggregato al gruppo di frate Mario Grottanelli, che aveva promosso l’istituzione della Stella Azzurra nel 1938, e mi occupavo della parte amministrativa e accompagnavo le squadre giovanili sui vari campi di gioco. Quando introdussero la figura dell’accompagnatore - ha continuato Acciari - affiancai il tecnico Altero Felici nella parte logistica. Pian piano mi mandarono al Comitato regionale e poi entrai nel Consiglio direttivo della società».

«Alla prima crisi della Stella nel ’71, insieme ad altri consiglieri e amici rilanciammo il club. Fu un rischio, perché già all’epoca c’era bisogno di sponsorizzazioni per fare attività, e coinvolgemmo il gruppo Buitoni che fece una serie di analisi in termini promozionali e pubblicitari nel settore basket. Tra le importanti scelte dell’epoca c’è quella di prendere un giovanissimo Valerio Bianchini come allenatore. Era assistente di Taurisano a Cantù, lo convincemmo a trasferirsi a Roma forti della bontà del nostro progetto, e fu un matrimonio positivo visto che poi la sua carriera decollò».

IL BUCO SCOLASTICO... «Sino agli anni ’70 lo sport era impostato sulla scuola o gli oratori. Grazie al successo ed alla crescita che ha avuto la pallacanestro iniziarono ad arrivare risorse e fu richiesto ai ragazzi un impegno maggiore e più costante pur mantenendo un’attività primaria perché lo sport era un pezzetto della loro vita e non ci si poteva mantenere. Si stava comunque prendendo un’impronta più manageriale, tant’è che all’epoca si diceva che stavamo passando dalla pallacanestro al basket». Eppure a distanza di 50 anni ancora non è stata recepita la grande importanza della scuola nell’avvicinarsi allo sport.

«All’epoca con un gruppo di lavoro del Coni ci relazionammo con il Ministero dell’Istruzione per aprire la scuola allo sport, ma c’erano una serie di problematiche amministrative e giuslavoristiche che presentavano difficoltà enormi. Alcune scuole si aprirono, ma è rimasto un buco della nostra qualificazione sportiva che ancora oggi lo constato portando in giro i miei nipotini. Anche se è molto migliorata la realtà scolastica per approccio e impianti, visto che ormai c’è una palestra scolastica ovunque - ha analizzato l’avvocato romano -, oggi ci sarebbe il substrato per rendere questa attività più organizzata e istituzionale, ma viene fatta solo come promozionale e collaterale».

…E QUELLO DEGLI IMPIANTI. «L’impiantistica sportiva è un problema della società civile. Pensiamo agli stadi di calcio, quante società vorrebbero costruirselo ma incontrano impedimenti urbanistici e finanziari, quindi aspetti amministrativi e non solo organizzativi. Quando dalla metà degli anni ’70 fu deciso di mettere i 3500 spettatori minimi in serie A, un salto di qualità dalla palestra al palazzetto, fu una scommessa che diede lo stimolo di costruire decine e decine di impianti per permettere alle società di accedere ai vertici nazionali. Il problema vero è che non bisogna solo trovare le risorse per costruire gli impianti, ma anche per mantenerli. È necessario trovare una modalità architettonica che ne permetta lo sfruttamento non limitato solo alla partita, ma multifunzionale, pensando ad una produttività dell’impianto tra più sport - pallacanestro e pallavolo - o più eventi - sport e concerti -».

Luciano Acciari, 78 anni, con l'allora presidente federale,
Enrico Vinci, e il suo vice, Eugenio Korwin

Acciari è stato membro del Consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, e nel lavoro il vissuto del basket «è stato fondamentale. È comunemente riconosciuto come gli allenatori vengano invitati a fare dei corsi sul management per la gestione del gruppo, il coordinamento delle risorse, e tutta una serie di tecniche che i manager d’azienda hanno a disposizione. Gestire una squadra, ad un certo livello, ti metteva difronte a tante sfide: reperire risorse finanziarie, scegliere la base tecnica di allenatori e giocatori, convincerli a sceglierti e a renderli partecipi del tuo progetto, e poi sistemali e pagali, così come gestire l’impianto e la comunicazione. Era un contesto fortemente educativo».

«La creazione della serie A2, che fu una genialità dell’avvocato Coccia, fu una scommessa. Perché un conto è portare Genova, Trieste, Torino o Firenze ai vertici, un altro è ritrovarle dopo 4 o 5 anni ancora lì. Il rischio era nel sostenerle, tant’è che per alcune squadre è mancata la continuità. Questo - ha continuato Acciari - ha permesso al basket di andare da Reggio Calabria ad Udine, però mentre al nord la disciplina era consolidata e quindi a Trieste magari era solo questione di tempo, per Caserta o Reggio Calabria poteva essere un insuccesso. Siamo stati fortunati, e così il basket ha vissuto l’estensione della sua presenza nazionale, allargando il bacino di utenza».

RAPPORTI. «Quella era un’epoca nella quale c’erano presidenti appassionati e con una sufficiente capacità economica che hanno consentito la crescita delle squadre. Uno a caso il cavaliere Giovanni Maggiò, che ha portato a Caserta giocatori del calibro di Oscar e sostenuto la squadra fino alle finali scudetto, portandola ad un livello di eccellenza per anni e non solo episodicamente. Ha fatto il bene di un’intera città, stravolgendo la percezione e la stessa immagine di essa. Questo vale per Maggiò ma anche per tanti altri - ha ricordato l’avvocato romano -. Quando ero presidente della Lega i presidenti partecipavano attivamente e avevano la capacità di decidere da soli, responsabili di ciò che facevano nel bene e nel male».

«L’aumento della professionalità nella pallacanestro ha portato alla sostituzione dei presidenti da parte dei general manager, che hanno un approccio professionalmente qualificato ma non sono portatori dell’originalità del pensiero. Sono strumenti, per questo parlare, confrontarsi, anche scontrarsi con il presidente Porelli non era la stessa cosa che farlo con Brunamonti, perché arricchiva il dibattito dell’assemblea. Questo è stato un arricchimento per il movimento intero, nazionale compresa, che ha raggiunto successi prestigiosi riconoscendo ai club e alla Lega una loro importanza».

«Negli ultimi anni ho frequentato Petrucci come amico, ed ho seguito la pallacanestro come tifoso, per questo senza contatti particolari con questo mondo non sono in grado di dire cosa preservi il futuro. So però che Gianni è stata la migliore opportunità che il basket abbia avuto in un momento così difficile e complicato di un movimento che fa fatica a trovare un equilibrio tra risorse, italianità, e quelle esigenze tanto commerciali quanto sportive».

«Mi riconosce sempre il fatto che è arrivato in Fip per merito mio, perché quando mancava un segretario lo indicai al presidente Vinci visto che all’epoca era segretario della presidenza del Coni. Purtroppo il tempo passa per tutti. Poi con la morte recente di La Guardia ha perso il suo braccio destro, e se non dovesse essere riconfermato perché magari non c’ha più voglia neppure lui, sostituirlo non sarà di certo semplice. Non conosco i suoi competitor, ma se non dovesse essere confermato faccio solo gli auguri al basket che possa trovare una persona capace di tenere la barra dritta in un momento così importante».

VISIBILITÀ E POPOLARITÀ. «Tanto dipende dai risultati. All’epoca della mia presidenza in Lega, uno sport come il tennis giocava solo in un determinato periodo, mentre oggi è spalmato su tutto l’anno. Poi ci sono i mondiali di qualsiasi disciplina, le competizioni automobilistiche e motociclistiche che quasi non si fermano, e il calcio che la fa sempre da padrone. Insomma, la concorrenza con gli altri sport è diventata impressionante, e spesso questi riescono ad esprimere più facilmente il campione. La crisi non riguarda solo la pallacanestro ma anche il ciclismo, perché se si chiede a qualcuno del Giro d’Italia non è scontato che conosca cos’è, quando si fa e come».

«Inoltre la stampa tradizionale non ha aumentato i propri spazi e le tirature, mentre la televisione fa quel che può. Massimo De Luca, ottimo giornalista e tifoso del basket, spinse per far approvare Tuttobasket in radio, la versione cestistica del calcio minuto per minuto che diede una grande mano alla crescita in termini di popolarità. Dispiace vedere sui quotidiani nazionali solo una manchette limitata al risultato di Eurolega, ma la realtà è ben diversa oggi. Non lo so cosa si possa fare, ma credo che debba esserci maggiore condivisione della sua diffusione - ha concluso Acciari -, perché il basket è più popolare rispetto a quanto se ne scriva e se ne parli».

* per la rivista Basket Magazine

giovedì 4 aprile 2024

Immagini e colori della Final 4 di Coppa Italia al PalaTiziano


Immagini e colori della Final four di Coppa Italia della Lega Nazionale Pallacanestro tenutasi al PalaTiziano di Roma il 16 e 17 marzo 2024. Due giorni che hanno riacceso le luci sulla capitale, così come dichiarato in una bella intervista da coach Valerio Bianchini. In campo quattro delle migliori squadre dei campionati di serie A2 e serie B Nazionale, quelle che sono riuscite a staccare il biglietto per questa manifestazione tricolore.

Nella prima giornata gli Herons Montecatini hanno avuto ragione di Roseto in semifinale, così come Forlì l'ha spuntata nel finale punto a punto con Cantù, con una prova solida di Xavier Johnson. La Libertas Livorno ha poi schiantato Ruvo di Puglia, mentre Mark Ogden ha preso per mano la Fortitudo Bologna che ha superato in gran bellezza Trapani, suscitando la grande amarezza del presidente Antonini.

Amarezza che nel secondo giorno di gare si è tramutato di fatto nell'esonero di coach Daniele Parente. Mentre in campo cresceva l'attesa per la sfida di serie A2 tra Forlì e Fortitudo, con diversi protagonisti non al meglio fisicamente, il folletto Josè Alberto Benites spingeva gli Herons a vincere il trofeo di serie B. L'ultimo atto della manifestazione romana si è concentrata sulla finale di serie A2, che ha visto ancora un maturo e solido Johnson aiutare Forlì nella rimonta e vittoria ai danni di una Fortitudo arrivata troppo stanca nel finale di gara.



L'addio di David, il professor Logan in pensione

Decisione improvvisa ma irremovibile per l’esterno di Chicago che spiega i motivi di una "fuga" improvvisa

Il professor Logan va in pensione

Giunto in Italia 19 anni fa chiamato da Pavia, nel nostro Paese ne ha trascorsi oltre la metà trovandovi la sua isola felice: «Mi sono goduto ogni istante da voi. Non so quando, ma tornerò»


di Giovanni Bocciero*

 

DUE MESSAGGI, uno prima della corsa in aeroporto e un altro successivo, e via dritto negli Stati Uniti. Senza voltarsi indietro, per quello che non si sapeva se fosse solo un arrivederci o un addio definitivo. Era il 29 gennaio, due giorni dopo il successo interno di Scafati contro Treviso. David Logan s’imbarca su un aereo per fare ritorno a casa apparentemente senza spiegazioni, tutto riassunto in quei messaggini inviati al general manager Alessandro Giuliani e al direttore sportivo Nicola Egidio.

Nel cuore della notte il primo whatsapp: «Devo andare negli Stati Uniti per una situazione famigliare». Poi quando i dirigenti gialloblù cercano di mettersi in contatto con il giocatore, il secondo messaggio: «Sto bene, ti contatterò una volta arrivato a casa». Da lì in poi cala il silenzio, mentre ovviamente inizia il tram tram della notizia. C’è addirittura chi specula sulla causa di questa fuga nel mancato versamento degli stipendi. Nulla di più lontano dalla realtà dei fatti, su cui si esprime direttamente il patron del sodalizio campano, Nello Longobardi: «I più maliziosi hanno pensato a stipendi non corrisposti: il 20 gennaio ha ricevuto la mensilità prevista, come tutti gli altri».

Nelle ore successive si è cercato di fare luce su questo vero e proprio caso, che non ha portato però a nessuna spiegazione. «David ha lasciato le chiavi dell’auto al proprietario della casa dov’era in affitto - ha dichiarato il presidente gialloblù - ed è volato in America. A nessuno ha comunicato questa necessità, non conosciamo i motivi. Con David ho un rapporto splendido, ogni martedì è da me in azienda per prendere un tè. Lo aspettavo anche questa settimana. Sono sorpreso, amareggiato. Pur essendo introverso, David mi ha volentieri confidato questioni personali. Anche questa volta lo avrei ascoltato e sicuramente avrei parlato con lo staff per consentirgli di tornare negli Stati Uniti così da risolvere qualsiasi situazione».

L’ANNUNCIO SHOCK… Dopo giorni di supposizioni e domande senza risposte, c’ha pensato lo stesso giocatore a risolvere il mistero che stava tenendo in ansia tutta la pallacanestro italiana, preoccupata per quello che potesse essere successo all’atleta americano sparito così all’improvviso. Da un giorno all’altro. Senza molte spiegazioni e ulteriori dettagli di quello che in realtà era un addio.

Il primo febbraio, Logan ha fatto sapere attraverso il profilo social dell’agenzia del suo agente John Foster di volersi ritirare dal basket giocato. «A questo punto della mia carriera penso di aver fatto tutto ciò che potevo nel gioco della pallacanestro. Voglio ringraziare mia moglie e i miei figli per avermi sempre supportato negli anni. Voglio ringraziare il mio agente e tutte le squadre per cui ho giocato in questi anni. Spesso quando pensi che sei alla fine di qualcosa, sei all’inizio di qualcos’altro. Mi ritiro dallo sport che amo».

…CHE COVAVA DA TEMPO. Questa decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno, perché presa in corso di stagione e perché in campo il nativo di Chicago stava ancora dicendo la sua. Ma in realtà era un qualcosa che covava da tempo, sin dall’estate. Non è una novità, infatti, che prima di rinnovare l’ingaggio con Scafati il giocatore si sia preso del tempo. Il direttore tecnico Enrico Longobardi proprio ad inizio stagione raccontava alla nostra rivista di come abbiano aspettato Logan, che dopo la parentesi di Cantù voleva smettere. Interloquendo però con il procuratore, per capire se magari fosse solo dovuto alla stanchezza dell’annata, hanno atteso qualche settimana prima di concludere l’accordo.

La piazza campana, pur se sta disputando una stagione molto positiva, strizzando l’occhio alla zona playoff e mantenendo a debita distanza la zona calda della classifica, ha affrontato bene diverse situazioni che le sono capitate tra capo e collo. Perché non solo c’è stato l’addio improvviso di Logan al quale si è messo una pezza piuttosto velocemente con l’ingaggio di Gerry Blakes; ma poco prima Scafati era stata costretta a sostituire coach Pino Sacripanti con Matteo Boniciolli a causa di questioni di salute.

David Logan in maglia Pavia con Danilo Gallinari 
19 ANNI: DA PAVIA A SCAFATI. «Ho condiviso la mia decisione con i compagni di squadra, e parlo tutt’ora con molti di loro», le prime parole di David Logan dopo l’annuncio che lo ha visto appendere le scarpette al chiodo a 41 anni, compiuti lo scorso 26 dicembre. Ha iniziato la carriera da professionista a Pavia, nel 2005, e delle 19 stagioni trascorse sul parquet la metà le ha vissute nel nostro paese. «Da quando ho incominciato a Pavia all’ultima esperienza a Scafati, nel corso di questi 19 anni, sono diventato sicuramente un giocatore migliore».

La passata stagione l’esterno statunitense ha trascinato alla salvezza la formazione gialloblù, mettendo canestri decisivi in serie per le importanti vittorie contro Brindisi, Pesaro e Brescia. In occasione proprio del successo di Pesaro, coach Sacripanti si era lasciato andare a delle dichiarazioni entusiastiche e piuttosto forti nel post gara: «Quando hai un giocatore come David l’allenatore non conta. Ti siedi in panchina e preghi che continui a segnare».

A tal proposito il cecchino ha semplicemente detto che durante le gare «ho sempre cercato di giocare con la massima sicurezza, facendo tutto quello che mi riusciva meglio. Quando si sta in campo la cosa fondamentale è rimanere in partita e non farsi distrarre oppure perdere la concentrazione». Taciturno ma chirurgico, tanto in campo quanto fuori, si è conquistato a ragione il soprannome di “professore”. «Il nickname me l’hanno dato i tifosi quando giocavo a Sassari. E devo dire che mi piace tanto».

L’ISOLA DEL TESORO. E proprio a Sassari ha marchiato a fuoco la sua incredibile carriera, protagonista dello storico triplete in maglia Dinamo nell’annata 2014/15. Appena atterrato sull’isola conquista la Supercoppa con 11 punti e 5.5 assist di media. Poi alza la Coppa Italia venendo nominato Mvp della manifestazione. Infine trascina la squadra allo Scudetto con una serie di prestazioni superlative nell’arco dei playoff: dai 27 punti in gara 4 dei quarti contro Trento, ai 7 punti decisivi nell’81-86 dopo un supplementare in gara 7 di semifinale al Forum di Assago contro Milano, alle pazzesche triple nel 115-108 dopo tre overtime di gara 6 di finale contro Reggio Emilia.

Nel finale di stagione del 2017 ha giocato per undici partite ad Avellino, dove era arrivato dopo aver iniziato in Lituania al Lietuvos Rytas. Dopo aver girovagato per mezza Europa, prende e va a giocare in Corea del Sud. Quella scelta, a 36 anni, sembrava essere un po’ il suo viale del tramonto, ma nel febbraio del 2019 fa ritorno in Italia per non lasciarla più. Ed anche in questa circostanza, nonostante il pedigree, riparte addirittura da Treviso in serie A2, dove «sono andato con l’unico obiettivo - ha dichiarato Logan - di riportare la squadra in massima serie».

Dopo una seconda avventura a Sassari nel 2021/22, la stagione successiva resta free agent per tutta l’estate prima di venire ingaggiato a campionato iniziato da Scafati, con la cui maglia stabilisce qualche record. Con la salvezza conquistata sul campo, decide di terminare la stagione scendendo nuovamente di categoria per disputare i playoff promozione tra le fila di Cantù. «Ho deciso di accettare l’offerta per lo stesso discorso che ho fatto con Treviso, riportare Cantù in serie A - ha continuato l’americano -. Mi sono convinto dopo averne parlato a lungo con coach Sacchetti», tecnico col quale ha un rapporto fantastico dopo aver vinto insieme il triplete a Sassari.

L’ITALIA NEL CUORE. Ovunque lo hanno apprezzato nel nostro paese, che sia stato beniamino o avversario. Dopotutto un talento cristallino come lui può solo che essere applaudito. «Non c’è un campo in particolare più caloroso di un altro - ha riflettuto l’esterno di Chicago -. In quasi tutti i palasport italiani si può respirare la grande passione. Però se proprio devo dirne uno, allora scelgo Bologna sia quando ho giocato contro la Virtus che contro la Fortitudo».

I nove punti nella gara di Scafati contro la sua ex Treviso sono stati il suo ultimo palcoscenico. Per quello che è stato David Logan sul parquet, si sarebbe meritato una serata speciale con tanto di standing ovation da parte di una tifoseria che lo ha idolatrato sin dal primo giorno. Ma per carattere lui non è fatto per stare sotto i riflettori per ciò che non sia infilare il pallone nel cesto. E per il futuro «ancora non ho pensato a cosa farò, non ho davvero nulla in programma. Ora voglio solo rilassarmi e trascorrere le giornate con la mia famiglia. Ho qualche idea su cui riflettere ma nulla di definito e certo».

Adesso non ci rimane che far ammirare alle giovani generazioni qualche filmato delle sue inimitabili prestazioni, incisive ma pacate, mai sopra le righe. E sarà sempre un piacere poterlo vedere ritornare in Italia. «Mi sono goduto ogni istante di questi dieci anni che ho vissuto lì. Mi piace tutto del paese e soprattutto il cibo. Non so precisamente quando ritornerò, ma sicuramente in occasione di qualche partita dei playoff o anche per una competizione come la Coppa Italia».

 

PROFILO

David Logan, classe 1982, è partito dai Greyhounds di Indianapolis, piccolo college di Division II, e da senior ha avuto 28.6 punti di media e vinto il titolo di giocatore dell’anno. Dopo la prima esperienza da ‘pro’ a Pavia e una comparsata in G-League, ha girato l’Europa ed il mondo: Polonia, Spagna, Grecia, Israele, Germania, Lituania, Francia e Corea del Sud. In serie A ha diversi record: 37 punti segnati nel 2016 con Sassari contro Reggio Emilia; 9 triple segnate nel 2023 con Scafati contro Verona; in carriera ha segnato 3585 punti, 660 triple, ed è l’unico con Mario Boni ad aver segnato almeno 29 punti a più di 40 anni. Dodici i trofei messi in bacheca e cinque i diversi premi di Mvp conquistati.


* per la rivista Basket Magazine

Alle radici della Coppa Italia della GeVi Napoli

Difesa arcigna e rapidità in attacco le armi preferite del coach croato, già sperimentate con la nazionale polacca riportata ai vertici europei

La scuola di Novosel nelle scelte di Milicic

Dal vecchio e glorioso Napoli del grande tecnico scomparso l'anno scorso, passando per la Coppa Italia vinta nel 2006 con Mimmo Morena capitano


di Giovanni Bocciero*


C’È UN SOTTILE FILO ROSSO che unisce il passato ed il presente del Napoli Basket, e che con grande timidezza prova a guardare al futuro. Ovviamente l’attuale centro di gravità non può che essere coach Igor Milicic, che ha portato una ventata di aria fresca al club partenopeo. Dopo due stagioni con la salvezza in serie A raggiunta a denti stretti, il progetto societario questa estate ha svoltato. Sì, perché è parso chiaro sin da subito che il presidente Federico Grassi un’altra annata in apnea non l’avrebbe voluta vivere.

Per evitare un altro campionato per deboli di cuore, era necessario provare a fare un salto di qualità fuori dal campo. Ecco allora la scelta di Alessandro Dalla Salda in qualità di amministratore delegato, seguito poi da Pedro Llompart nel ruolo di responsabile dell’area sportiva, sino ad entrare nel dettaglio dell’area tecnica con la panchina affidata al croato Milicic, salito alla guida di un roster completamente rinnovato.

BAMBOLE RUSSE. Tre scelte che si sono incastrate quasi come fossero delle bambole russe. Stessa forma, stessa consistenza, solo grandezze diverse derivanti dal ruolo ricoperto ma differenti dal punto di vista di osservazione. Naturalmente se si fa un discorso di organizzazione, di strategia, ovvio che il lavoro di Dalla Salda non può passare inosservato. Ha ristrutturato l’organigramma della società e diviso le responsabilità in macro aree. Tra l’altro, sue le parole all’atto di insediamento sul potenziale di una realtà come Napoli, unica nel panorama italiano per bacino d’utenza a poter aspirare a competere con due “franchigie europee” come Olimpia Milano e Virtus Bologna.

Se invece l’attenzione si sposta dalla stanza dei bottini al campo - quello più visibile ed ovviamente più ricercato dal pubblico - gli occhi non possono che essere puntati su Igor Milicic. L’allenatore è il principale fautore del miracolo all’ultima Final Eight di Coppa Italia. Un successo arrivato 18 anni dopo quello del 2006 dell’allora SSB Napoli. Ma soprattutto sull’onda della vittoria dello scudetto nel calcio, che ha riaffermato la città di Napoli ai più alti livelli sportivi nazionali.

MILICIC STYLE. Milicic è arrivato a Napoli un po’ come un oggetto misterioso. Certo, di lui si parlava bene soprattutto dopo l’exploit che ha avuto con la Polonia ad Eurobasket 2022. Una competizione nella quale ha saputo guidare la nazionale ad uno storico quarto posto, con Michal Sokolowski - del quale parleremo più avanti - e Mateusz Ponitka che in campo ha giganteggiato. E proprio in virtù di quella esposizione mediatica, il giocatore ha poi rescisso prima dell’inizio del campionato con la Reggiana di Dalla Salda - che ci aveva visto lungo - per accasarsi al Panathinaikos. Quella Polonia ha superato la Slovenia, campione in carica, detronizzando Luka Doncic e compagni ai quarti di finale, con una prestazione nel pieno stile del basket offerto da Milicic.

Una pallacanestro decisamente a passo con i tempi, fatta di una arcigna difesa ed un attacco pungente che entrato in ritmo è poi difficile da contenere. Per chi non si ricordi, in quel quarto all’Europeo la nazionale polacca ha segnato 58 punti nel solo primo tempo, con un perentorio parziale da 22-2. Giocare con una difesa asfissiante ed un attacco veloce porta comunque a spendere tante energie. È per questo impossibile reggere 40’ con questa intensità, quindi bisogna mettere in conto anche il più classico dei passaggi a vuoto. Non a caso la Slovenia quella gara l’aveva ribaltata con un parziale di 24-6, prima di subire il ritorno polacco per il definitivo 90-87.

CORSI E RICORSI STORICI. Facciamo però un passo indietro, e ritorniamo a quel sottile filo rosso. E sì, perché prima di Milicic c’era già stato un altro allenatore di origine croata che aveva entusiasmato il popolo napoletano appassionato di pallacanestro. Stiamo parlando di Mirko Novosel, una leggenda del basket mondiale che è scomparso l’estate scorsa. Allenatore di Napoli dal 1988 al 1990, dopo aver vinto praticamente ogni cosa con la Jugoslavia ed il Cibona Zagabria, il suo modo di intendere e giocare la pallacanestro hanno influenzato generazioni di allenatori.

Senza ombra di dubbio è stato un precursore, perché Novosel ci teneva al fondamentale del tiro, prim’ancora che si arrivasse alla moderna esagerazione delle triple dei giorni nostri. Questa visione però, già all’epoca induceva le sue squadre a giocare allargando quanto più possibile il campo, e non solo per tirare ma in modo da poter sfruttare gli ampi spazi che si creavano per attaccare ed arrivare al ferro.

Tanti sono stati i giocatori napoletani formati dal modo di giocare a basket di Novosel. Uno su tutti Mimmo Morena, storico capitano del Basket Napoli che nel 2006 ha alzato la Coppa Italia a Forlì. Un successo che non viene ricordato adesso solo perché un’altra squadra partenopea è riuscita in questa impresa. Questo è bene ricordarlo. Quella Napoli era una formazione da album dei ricordi della serie A. E Morena era il classico lungo atipico, che toccato da Novosel a fronte dei suoi 210 cm d’altezza aveva delle mani fatate che lo rendevano forse addirittura più pericoloso nel tiro dalla distanza, piedi a terra, che non sotto canestro.


LA STORIA SI RIPETE. La Napoli del presidente Maione e di coach Bucchi contava in campo su Sesay, Morandais, Stefansson, Rocca, Spinelli, Cittadini, Larranaga e soprattutto Lynn Greer, il folletto di Philadelphia. A guardarla oggi, questa formazione ha tante similitudini con quella attuale, ed ovviamente tanto del proprio gioco assomiglia a quello predicato dall’inizio della stagione da Milicic. In particolare non si può non vedere in Jacob Pullen la freddezza che aveva appunto Greer. In un’amichevole dell’epoca, coach Marcelletti che allenava a Caserta rimase sbigottito nel vedere il giocatore di Philadelphia, a tal punto da esporsi a definirlo il miglior giocatore del campionato. Non ci andò per nulla lontano. Pullen per certi versi lo ricorda parecchio in campo, decisivo quando è necessario. Anche alla Final Eight di Torino, quando sembrava eclissato, ha mandato a bersaglio due triple vitali, prima nel supplementare in semifinale con Reggio Emilia, e poi nell’ultimo atto contro Milano compiendo il controsorpasso nel tiratissimo finale.

UNA FOTO DAL CAMPO. Ad inizio stagione era stata posta una domanda piuttosto chiara al coach croato, ovvero se esistesse uno stile Milicic che potesse spiegare il modo di giocare delle sue squadre ai tifosi che non lo conoscessero. La risposta fu semplice e chiara, senza veli: «Non so se esiste un vero stile perché faccio fare un po’ di tutto. Quello che cerco è di ottenere il massimo dai giocatori. In squadra abbiamo molti tiratori, per questo vogliamo giocare velocemente per creare opportunità di tiro. Oltre al fatto che abbiamo un centro che corre bene il campo, e che assieme ai buoni playmaker può giocare in velocità. La cosa principale per me, però, è che la mia squadra deve giocare una difesa solida». È l’esatta fotografia della partita della Polonia contro la Slovenia, e di quello che ha fatto vedere Napoli in questa prima parte di stagione. Parentesi Coppa Italia compresa.

È in questo contesto che il dirigente Llompart con il direttore sportivo Giuseppe Liguori sono andati alla ricerca dei giocatori giusti da inserire nello scacchiere azzurro a disposizione dell’allenatore. Costruita prima la base italiana con Alessandro Lever, Giovanni De Nicolao insignito del ruolo di capitano, e Michele Ebeling, poi si è pensato all’ossatura della squadra con gli ingaggi di Tomislav Zubcic, Tariq Owens, Jacob Pullen, Tyler Ennis, Markel Brown rinforzo di dicembre e Michal Sokolowski.

Ognuno con le giuste caratteristiche per interpretare la pallacanestro dell’allenatore e per questo utile alla causa. Basti pensare alla bidimensionalità di Zubcic, grande protagonista ad inizio stagione, o a Owens che si è calato alla perfezione nel ruolo di “signore degli anelli”, o ancora a Pullen decisivo in più d’una occasione così come Ennis che con le sue qualità di grande passatore (è primo nella classifica degli assist) è il vero fulcro del gioco di Napoli.

IL PRETORIANO. E poi c’è lui, Sokolowski, lasciato per ultimo ma in realtà il primo colpo di mercato del club azzurro di questa estate. Già in Italia in quel di Treviso, è il pretoriano di coach Milicic che gli ha affidato un ruolo importante nella nazionale polacca e che già la passata stagione lo ha voluto con sé nell’avventura al Besiktas. Non è un caso se il classe ’92 di Varsavia è tra i giocatori con il più alto minutaggio dell’intero campionato. Si sbatte sempre e comunque in campo, rendendosi prezioso in tanti modi diversi: si getta a terra per recuperare un pallone, si lancia in aria per spizzare un rimbalzo, segna una tripla preziosa oppure semplicemente difende forte. Ecco, se chiedessimo a Milicic quale sia il suo giocatore ideale, molto probabilmente risponderebbe facendo il nome di Sokolowski piuttosto che elencare una serie di caratteristiche.

Con la vittoria della Coppa Italia il coach ha fatto breccia nel cuore dei tifosi napoletani, che lo hanno osannato al rientro della squadra alla stazione di Napoli. È riuscito a compattare un gruppo di giocatori che sembra giocare innanzitutto per la città. Lo si apprezza nelle parole dei protagonisti, che spesso sottolineano di voler regalare delle gioie ai napoletani. Non è un aspetto ininfluente o secondario, ma descrive anche il lavoro che il tecnico sta svolgendo nello spogliatoio.

IL FUTURO È L’EUROLEGA. Cosa riserverà il futuro è ancora presto per dirlo. «Sono stati sei anni duri fino ad oggi - le parole recenti del presidente Grassi -, tutti dicevano che nel giro di mesi saremmo falliti come le precedenti società. Vincere in questa città è più importante che farlo in altri posti. Speriamo di qualificarci per i playoff, nei quali proveremo eventualmente a dire la nostra, consapevoli che abbiamo un roster ridotto rispetto alle corazzate».

La società è forte e stabile dal punto di vista economico, ed ha dimostrato di poter puntare ad avviare un progetto che possa regalare altre soddisfazioni e soprattutto duraturo nel tempo. Il vero quesito è se Igor Milicic sarà ancora sulla panchina di Napoli. Non ci sono voci di corridoio in tal senso, è ancora troppo prematuro. Ma per quello che sta facendo il tecnico croato, non potrà rimanere ancora a lungo indifferente ad una compagine di grande livello europeo, magari già in Eurolega.

PROFILO

Igor Milicic è nato a Slavonski Brod, in Croazia, nel 1976. Ex cestista, dopo gli inizi a Rijeka e Spalato si è trasferito in Polonia. Ha giocato anche in Grecia e Turchia, ma gli ultimi sei anni di carriera li ha trascorsi nuovamente in Polonia tra Prokom Sopot e Azs Koszalin. Proprio in quest’ultima, appese le scarpette al chiodo nel 2014, inizia ad allenare. Passa poi al Wloclawek con cui vince tutto: due campionati, una coppa nazionale e una supercoppa polacca. Presa la cittadinanza, dal 2021 è ct della rispettiva nazionale. Prima di arrivare la scorsa estate a Napoli, ha allenato anche lo Stal Ostrow, dove ha vinto un’altra Polska Liga ed una Coppa di Polonia, ed il Besiktas.


*per la rivista Basket Magazine