lunedì 25 novembre 2024

Italbasket convincente in Islanda ma festa rovinata a Reggio Emilia

Gli azzurri vincono e convincono in Islanda, ottimo l’esordio di Basile

Per la terza partita del girone di qualificazione ad Eurobasket 2025, l’Italbasket si è recata a Reykjavik per affrontare l’Islanda. Quarto confronto tra le due nazionali. Tra infortuni vari e indisponibili per l’Eurolega, gli azzurri si presentano in undici elementi, con tre esordienti in Basile, Rossato e Poser. In avvio il ct Pozzecco si affida all’esperienza di Spissu, Tessitori e Vitali, presenti anche due anni orsono nella sconfitta in terra scandinava con Hlinason protagonista con una prestazione da 34 punti, 21 rimbalzi e 5 stoppate.

Memori di quella gara, il piano partita sembra piuttosto chiaro: occupare l’area per non concedere spazio al centro islandese, con Tessitori che prova ad essere pericoloso dalla media e lunga distanza per portarlo fuori dal pitturato in difesa. La svolta del match arriva piuttosto presto, perché l’Italia alza l’intensità difensiva nella seconda metà del primo quarto costruendo il parziale da 19-0 anche per via delle scarse percentuali dalla distanza degli avversari. Le qualità di Basile e la grinta di Rossato emergono sin da subito, con Pozzecco che al 9’ ha mandato in campo già dieci giocatori differenti. Questo permette di tenere alta la concentrazione, ed è per questo che l’Italia raggiunge un vantaggio ben oltre i 20 punti (il massimo sul 23-49). All’intervallo sono nove gli azzurri ad aver segnato almeno 3 punti, con Bortolani migliore a quota 9 chirurgico da 2 (3/3) e meno da 3 (1/4). Ma è tutta la squadra che tira meglio da dentro l’arco (60%) che da fuori (31%), piuttosto in controtendenza oggigiorno.

Dopo l’intervallo è l’Islanda ad entrare in campo con maggiore energia e cattiveria agonistica. Gli azzurri in grande difficoltà sono comunque bravi a non concedere rimbalzi offensivi agli avversari (1 in tutto il match), che col parziale di 15-0 si fa pericolosamente sotto. L’Italbasket, con Pozzecco rimasto negli spogliatoi causa emicrania, perde completamente fluidità in attacco, sbattendo più e più volte contro il totem Hlinason. Dopo oltre 5’ di siccità, ci pensa Basile con la tripla a sbloccare la nazionale. Poi il lungo di Cantù è bravo ad aprire la scatola islandese attirando il centrone avversario fuori dall’area e arrivando velocemente a quota 15 punti. L’assistente Casalone si affida a Rossato ed Akele (che timbra una doppia doppia), e questi rispondono con un ottimo impatto tanto in attacco quanto in difesa. L’Islanda pur essendo un fiume in piena riesce a tornare fino al meno 9. Poi gli azzurri grazie ad una serie di recuperi corrono veloci in contropiede, e di fatto riaprono la forbice. Festeggia anche per Poser, che appena mette piede in campo trova i suoi primi punti in azzurro.

Vittoria convincente per l’Italia, considerando le tante assenze di oggi e i risultati di altre importanti nazionali. Finale 71-95 (qui il boxscore). Appuntamento adesso lunedì 25 novembre al PalaBagi di Reggio Emilia per il return match.

Giovanni Bocciero



Un’Islanda più affamata rovina la festa di Reggio Emilia

Non è stata una bella Italia quella che al PalaBigi di Reggio Emilia ha affrontato per il return match della finestra Fiba l’Islanda. Gli azzurri del ct Pozzecco sono stati battuti da degli avversari che hanno dimostrato di avere più fame e più voglia, con una qualificazione ad Eurobasket 2025 ancora tutta da conquistare. Spissu e compagni hanno iniziato contratti e non hanno mai trovato continuità. Rispetto al match giocato pochi giorni prima, gli scandinavi hanno tirato meglio, in particolare da 3. L’Italia ha cavalcato i reggiani, di nascita o acquisiti. Se Melli nei primi 20’ si è visto poco, molto poco, Vitali è stato il primo a far esplodere il palazzetto con il canestro che ha inaugurato la sfida. Ed ha continuato ad essere una delle poche note liete della prima frazione. Insieme ad Akele, che sull’onda lunga della gara di Reykjavik è stato tra i più propositivi e si è reso protagonista anche di una bella schiacciata. Giocata nata da una delle poche azioni corali delle quali si è fregiata la nazionale italiana prima dell’intervallo.

Appunto, c’è da scindere l’Italbasket del primo tempo da quella del secondo, che invece ha innescato molto bene Melli con i giochi a due di Spissu. In difesa invece, si è concesso molti meno rimbalzi offensivi, sui quali l’Islanda aveva costruito il +14. Ma gli islandesi sanno essere rognosi per davvero, e quando sono entrati in fiducia hanno trovato anche dei canestri dal difficile quoziente. Il Poz ha fatto ruotare dieci elementi nei primi 10’, facendo esordire anche Sarr, che ha sbagliato i liberi che gli sarebbero valsi i primi punti con la nazionale maggiore. Le triple di Ricci e Bortolani hanno permesso il sorpasso, poi ha saggiato il campo anche Tessitori, con Caruso che ha rimediato un n.e.

Ma le idee del ct sono state chiare: Ricci e Melli i titolari, Akele e Basile i principali rincalzi. E proprio la prestazione dell’italo-americano è la fotografia migliore per descrivere l’intera prestazione di squadra rispetto alla gara di pochi giorni fa. Sul finale gli azzurri si sono impigriti di nuovo, hanno rinunciato anche a qualche tiro aperto, e così l’Islanda è ritornata sul +14. Il finale ha visto commettere tutti gli errori da evitare, in particolare la concessione dei rimbalzi agli islandesi. Che di fatto, hanno dimostrato di avere più fame e dunque meritato la vittoria: 74-81.

QUI le statistiche del match

Giovanni Bocciero




giovedì 14 novembre 2024

Italbasket - Back to back con l'Islanda: solite difficoltà per l'Eurolega ma stride l'esclusione di Librizzi

 Sta per ritornare l’Italbasket del ct Gianmarco Pozzecco, chiamata al back to back contro l’Islanda in occasione della seconda finestra Fiba per le qualificazioni ad Eurobasket 2025. Che ricordiamo si disputerà in Lettonia, Polonia, Finlandia e Cipro dal 27 agosto al 14 settembre prossimi. L’obiettivo degli azzurri, centrando due vittorie, è quello di chiudere definitivamente il discorso qualificazione, considerando i successi già incamerati contro Turchia ed Ungheria che valgono il primo posto attuale. Per la doppia sfida all’Islanda, con il match d’andata in programma venerdì 22 novembre alle ore 20.30 italiane a Reykjavik, e il ritorno fissato per lunedì 25 ore 20.30 a Reggio Emilia, il Poz ha selezionato 23 giocatori. Di questi, 15 atleti saranno già a disposizione per il raduno al Centro di preparazione olimpica dell’Acqua Acetosa a Roma dal 18 al 25 novembre, mentre altri 8 azzurri provenienti dai club di Eurolega si aggiungeranno per la gara di Reggio Emilia.

Rispetto all’ultima partita in terra magiara, conclusasi con la vittoria dell’Italia per 62-83, sono 6 i giocatori che tornano ad indossare l’azzurro: Marco Spissu che sta facendo bene a Saragozza, Davide Casarin, Luca Severini, John Petrucelli, Amedeo Tessitori e Giordano Bortolani, questi ultimi due migliori marcatori per l’occasione con 12 punti a testa. Completano il roster Diego Flaccadori, Michele Vitali, le giovani promesse Saliou Niang e Grant Basile, gli esordienti a livello di nazionale senior Riccardo Rossato e Federico Poser, e le vecchie conoscenze Davide Moretti, Davide Alviti e Nicola Akele. Oltre a questi 15 atleti, saranno a disposizione del ct Pozzecco successivamente al match di Reykjavik, il capitano Nicolò Melli, i milanesi Stefano Tonut, Giampaolo Ricci e Guglielmo Caruso, i virtussini Achille Polonara, Momo Diouf e Alessandro Pajola, e l’astro nascente in forza al Barcellona Dame Sarr.

Era il febbraio del 2022 quando l’Italbasket dell’allora ct Meo Sacchetti affrontò l’Islanda. Ci si giocava la qualificazione al Mondiale del 2023, e dopo la sconfitta per 107-105 dopo due tempi supplementari in terra scandinava (Nico Mannion 23 punti e Michele Vitali 22), gli azzurri si rifecero al PalaDozza di Bologna per 95-87 (Amedeo Della Valle top scorer con 26 punti, seguito da Vitali e Mannion con 17 e 16). «Ci attendono due partite decisive e stimolanti - le parole di Pozzecco -. La storia recente ci insegna che l’Islanda è una formazione da non sottovalutare. Sono felice di poter vedere, soprattutto nella prima parte del raduno, giocatori che non ho mai conosciuto o che ho visto poco la scorsa estate. La contemporaneità dei calendari internazionali non ci permette di avere tutti i giocatori che avremmo voluto. Ringrazio le squadre che con entusiasmo hanno accolto le nostre richieste».

Impossibilitati a partecipare a questa finestra per le qualificazioni ad Eurobasket 2025, i golden boys Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, grandi protagonisti nell’ultimo successo dell’Alba Berlino contro l’Olimpia Milano in Eurolega. La formazione berlinese, in grande difficoltà a causa di una lunga serie di infortuni, dovrà giocare giovedì 21 novembre a Madrid contro il Real. Così come Mannion, del quale Milano non si sarà voluta privare in vista dell’incontro sempre in programma il 21 al Forum contro il Maccabi. Assodato che ormai Della Valle non rientra nei piani del ct, e che se Simone Fontecchio è impegnato con i Detroit Pistons Danilo Gallinari sta cercando un ingaggio in Nba, tra gli esclusi non si può non evidenziare Matteo Librizzi, giovanissimo neo capitano di Varese in rampa di lancio che proprio nell’ultimo turno di campionato si è preso la scena con una prestazione monstre contro la Virtus Bologna.

 

Giovanni Bocciero

giovedì 24 ottobre 2024

Mezzo secolo per Reggio Emilia, dove Kobe imparò a giocare a basket

Tra tanti alti e pochi bassi, la Pallacanestro Reggiana festeggia i suoi primi cinquant'anni di vita 

Mezzo secolo per Reggio Emilia

Dove Kobe imparò a giocare a basket

Da Montecchi a Basile, da Frosini a Faye, il ritratto di una città accogliente, speciale, innamorata della pallacanestro. Enrico Prandi: «Nati come fucina di giovani talenti. A capo della società da sempre imprenditori reggiani. La svolta nel 1978». Le perle le due finali scudetto del 2015 e 2016


di Giovanni Bocciero*


50 anni portati bene, è proprio il caso di dirlo. La Pallacanestro Reggiana è un esempio fulgido di quella provincia italiana che ha regalato storie meravigliose al basket nostrano. Un club sano, mai fallito nell’arco del suo percorso, da imitare sotto tutti i punti di vista, e specialmente per come lavora coi giovani.

«Il primo pensiero corre alla fondazione ed alla nascita di mia figlia - ha ricordato Enrico Prandi, fondatore ed ex presidente della società e poi commissioner della Lega Basket dal 2002-2007 -, motivo per cui fu posticipata da giugno al 3 settembre del 1974. Il progetto alla base della Reggiana non era certo quello di fondare un club che arrivasse a disputare la serie A. Volevamo altresì che la città avesse una sua squadra, e che potesse attirare qualche sponsor per permettere una florida attività giovanile così da diventare vivaio per i club maggiori presenti nei dintorni. Strada facendo trovare delle intese era difficile, così ci siamo tenuti i giovani e vincendo sul campo un campionato dopo l’altro siamo arrivati sino allo spareggio per l’A2». Era il 1982, si giocava a Udine contro Pavia.

Con l’ex presidente della Reggiana abbiamo fatto qualche passo indietro, alle origini del basket in città. «A Reggio Emilia c’era una latente passione per la pallacanestro sin dal dopoguerra, che poi è diventata tradizione coinvolgendo la provincia intera. Mancava però una squadra che potesse convogliare questo patrimonio. Infatti, già all’inizio degli anni ’80 contavamo 1500 abbonati».

Prandi ricorda anche un momento spartiacque. «Una tappa fondamentale è stato il primo campionato di serie B nel 1978/79, che ci mise difronte ad una categoria in cui capimmo che con le sole forze locali non potevamo fare di più. Così, in un’ottica di crescita costante, ci guardammo intorno e con l’intento di potenziare la squadra cominciammo a prendere giocatori provenienti da altre città. In virtù della rinuncia all’A1 della Fernet Tonic, terza squadra di Bologna, cogliemmo l’opportunità di prendere Mario Ghiacci».

A chi ha vissuto da protagonista questi 50 anni, in tante vesti diverse e oggi più che mai tifoso, abbiamo chiesto il quintetto simbolo della Reggiana. «Scegliere cinque giocatori non è facile. Di sicuro non può mancare Pino Brumatti, così come Bob Morse e Mike Mitchell. Senza voler trascurare nessuno, e restando nell’arco temporale della mia presidenza - ha sottolineato Prandi -, dico due nazionali come Piero Montecchi e Gianluca Basile. Ma la squadra che ha fatto le due finali scudetto andrebbe presa in toto».

Proprio a Montecchi e Basile, il primo giocatore biancorosso dal 1982-87 e poi di nuovo dal 1995-98, il secondo suo compagno di squadra nei tre anni e mezzo dal 1995-99, abbiamo chiesto cosa significa Reggio Emilia. «In una sola parola, è casa mia - ha detto Montecchi -, dove sono nato, cresciuto, diventato grande. Anche se per anni ho vissuto lontano, le mie radici sono ben salde. E questo vale anche per la squadra, naturalmente, non solo personale».

«Per me è dove tutto è nato - ha esordito Basile -, dove mi è stata data l’opportunità di realizzare il mio sogno. Sono arrivato che avevo 18 anni, per giocare con la squadra Juniores. Mi hanno accolto in maniera superlativa, e li ringrazio ancora oggi. Ero un ragazzo che andava via da una realtà che non gli poteva offrire nulla. Grazie alle persone che mi hanno voluto bene, il trasferimento non è stato difficile. Potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è. Mi presentai con un polso fratturato ma mi è stata data l’occasione di esprimermi al meglio».

«Una storia che dura da mezzo secolo è di grandissima eccellenza - ha continuato Montecchi - sotto tutti i punti di vista: umano, sportivo, valoriale. I grandi risultati del club sono coincisi con la sua serietà in un percorso nel quale ha saputo trovare imprenditori che la accompagnassero nel modo giusto per rimanere sempre ad altissimo livello».

La storia della Reggiana è fatta di alti e bassi, di speranze e grandi delusioni. Ma facendo anche di necessità virtù, è stata scritta con pagine indelebili. «Quando la squadra retrocesse in A2 - ha ricordato Basile -, ci fu una nuova cordata che acquistò la società che era a rischio fallimento. Così il club decise di allestire un roster con un paio di veterani più i ragazzi del vivaio, con Giordano Consolini come allenatore, mio coach delle giovanili».

«Nell’arco di questi 50 anni ne sono passati di giocatori: grandi, meno bravi, fortunati o sfortunati - ha rievocato invece Montecchi -, di ogni paese. Basta vedere le foto dei singoli anni per farsi un’idea». Come allora dimenticare Joe Bryant, ma soprattutto il piccolissimo Kobe, che a Reggio Emilia ha trascorso gli anni dell’adolescenza e per questo vi era legatissimo. Fuori dal PalaBigi campeggia un murale a ricordare proprio il fenomeno dei Lakers.

Alessandro Frosini è stato nella città del Tricolore dal 2009-2020, prima da giocatore e poi da novello direttore sportivo. «Il club vive in simbiosi con la città. Non ce ne sono così tanti di luoghi in giro per l’Italia, nonostante c’è passione per la pallacanestro un po’ ovunque. Quello di Reggio Emilia è un modo di essere, tu puoi essere chiunque: un tifoso, un dirigente, un giocatore delle giovanili o uno sponsor, ma sei Reggio Emilia».

«Ho scelto la Reggiana - ha proseguito Frosini -, perché per esigenze personali dovevo riavvicinarmi alla mia famiglia. Cercavo un club con la giusta situazione, dove si potesse giocare una pallacanestro di un certo livello con un progetto serio. È stata la prima volta che non sono passato per il mio procuratore, ma ho telefonato direttamente il capo allenatore che era Alessandro Ramagli. Gli ho detto che sapevo stessero cercando il quarto lungo, e mi sono così proposto. Lui mi rispose che non sarei stato un rincalzo, ma il titolare. A me poco interessava in quel momento, volevo solo continuare a giocare arrivato alla soglia dei 37 anni. La trattativa si concluse con quella stessa chiacchierata».

È così che nasce la sua avventura a Reggio Emilia, in un club serio ed ambizioso con la voglia di ritornare in serie A e che poi è arrivato a giocarsi due finali scudetto consecutive, nel 2015 e 2016. «Dopo due anni da giocatori ho proseguito per altri nove da direttore sportivo. Anche nella nuova veste la cosa è nata strada facendo, con alcuni incastri che mi hanno favorito. E posso dire che negli ultimi sei mesi della mia carriera ho rivestito praticamente entrambi i ruoli, grazie anche al rapporto instaurato con Dalla Salda, e - ha concluso Frosini - in una stagione molto difficile in cui la squadra si salvò all’ultima giornata».

Non solo il sogno scudetto, negli anni sono stati tanti i giovani formatisi in biancorosso. La lista, piuttosto lunga, comprende alcuni come Nicolò Melli, Angelo Gigli, Federico Mussini, Giovanni Pini, Riccardo Cervi, Momo Diouf. Negli anni 2000, nell’Italbasket del ct Carlo Recalcati, giocavano quattro giocatori passati per Reggio Emilia: oltre a Basile e Gigli, Marco Mordente e Giorgio Boscagin. E addirittura, nella stagione 2014-15, la Reggiana guidata da coach Max Menetti in panchina e Andrea Cinciarini in campo, è stata l’unica società di serie A ad avere il minutaggio degli italiani superiore a quello degli stranieri.

L’ultimo prospetto lanciato la passata stagione è Momo Faye. «Sono arrivato a Reggio Emilia che conoscevo poco, solo quello che mi hanno raccontato, soprattutto di come lavorano con i giovani per farli crescere e diventare professionisti. Sono stato subito ben accolto, mi sono adattato alla città ed alle persone. Tutti mi hanno aiutato con la scuola e ad imparare l’italiano».

«Sulla storia del club ovviamente non so tutto, ma mi sono informato il più possibile. Sono attratto dai tanti giocatori famosi che hanno giocato a Reggio Emilia, come Amedeo Della Valle, Achille Polonara, e questo mi trasmette le motivazioni di dare ancora di più. Mi piacciono tanto i tifosi, che sono molto attaccati al basket, ed ogni sabato o domenica vengono numerosi al palazzetto. Questo è fantastico, perché anche quando ti incontrano in giro per la città - ha concluso Faye - ti dimostrano tutto il loro affetto».

In questi 50 anni, comun denominatore è stato il PalaBigi, il palazzo che ha visto la crescita e l’evoluzione della società. «È il punto fermo dell’attività e dei tifosi - ha commentato Montecchi -. Immagino che le proprietà che si sono succedute nel corso degli anni non siano così d’accordo, perché con un impianto più grande si sarebbe potuto avere un altro respiro. Però un palazzetto così, anche se vintage, acquisisce un grande fascino».

«Il PalaBigi è un’istituzione, e anche se ormai molto datato seppur ristrutturato ed ampliato, continua a svolgere quel ruolo di fortino per la squadra - ha detto Frosini -. Rappresenta la grande forza della società ma anche un limite, perché nel momento in cui siamo riusciti ad arrivare a livelli altissimi giocandoci le finali scudetto, aver avuto l’opportunità di giocare in un impianto con maggiore capacità avrebbe fatto sì che l’evento fosse seguito da molte più persone».

«L’unica cosa che posso augurare alla Reggiana, oltre ad altri cinquant’anni di attività - ha concluso Montecchi -, è di riuscire in quel miracolo soltanto sfiorato di vincere almeno uno scudetto che sarebbe un fiore all’occhiello per tutti i reggiani». Stesso pensiero anche per Prandi, che c’ha tenuto a sottolineare come le «le proprietà che si sono succedute siano state sempre reggiane. E quest’ultima con Veronica Bartoli è illuminata per la nascente ‘Casa biancorossa’».

Italbasket, la prima ufficiale al PalaBigi contro l’Islanda

Come omaggio per i 50 anni di storia della Pallacanestro Reggiana, la Fip ha indicato come sede di gioco della prossima partita dell’Italbasket proprio Reggio Emilia, a distanza di 24 anni dall’ultima apparizione. Gli azzurri del ct Gianmarco Pozzecco sfideranno l’Islanda al PalaBigi, lunedì 25 novembre 2024. Si tratta della quarta partita del girone di qualificazione all’Eurobasket 2025. La nazionale ha già messo in carniere due vittorie nella finestra dello scorso febbraio, con la Turchia per 87-80 a Pesaro, e in Ungheria per 62-83. Prima della gara di Reggio Emilia, gli azzurri giocheranno in Islanda, a Reykjavík, il 22 novembre 2024. Al PalaBigi si tratta della prima partita ufficiale della nazionale, che aveva disputato due amichevoli in passato. Il 6 gennaio 1978, con la Turchia per la Coppa Decio Scuri (107-77 per gli azzurri); e il 26 febbraio 2000, con la Francia, altra vittoria per 69-65.


* per la rivista Basket Magazine

venerdì 26 luglio 2024

Wembanyama, un fenomeno sulla grande scena dei Giochi

A Parigi tutte le attenzioni saranno su di lui, il gigante nato a due passi da Versailles che ha subito conquistato la Nba. All'unanimità rookie dell'anno, ha sorpreso tutti per l'armonia e la fluidità del gioco, insoliti per un ragazzo di 2,24.

Wembanyama, un fenomeno sulla grande scena dei Giochi

Il prodigio francese non ha deluso le aspettative e ora affronta il suo primo grande appuntamento, con la Francia che vuol sfidare gli Stati Uniti. Un bel banco di prova per capire sin dove si può spingere Victor che, per coach Popovich, «è molto più dotato di quanto lui stesso si immagina».


di Giovanni Bocciero*


Un giocatore dalle particolari caratteristiche si fa presto ad etichettarlo quale ‘unicorno’. Ma se in giro iniziano ad essercene troppe di queste creature leggendarie, è logico pensare che dopotutto così uniche non debbano essere. Forse è semplicemente il dato momento storico che permette la proliferazione di cestisti che, cresciuti secondo un’impostazione ben precisa, vengono fuori con delle peculiari capacità tecniche.

Poi però ammiri Victor Wembanyama, e a questo punto bisogna ristabilire qualsiasi tipo di categoria. Definirlo ‘unicorno’ è riduttivo, perché non c’è altro cestista che gli possa essere equiparato. In nessun caso. L’unicorno è oramai un termine diventato inflazionato nella pallacanestro, perché quel tipo di giocatore non rappresenta più un’eccezione ma un animale esotico in una fauna di normalità.

Nato a dieci minuti dalla Reggia di Versailles, in una città che conta poco meno di 30mila abitanti chiamata Le Chesnay, il fenomenale francese i geni dell’atleta li ha ereditati dai genitori. Papà Felix ex triplista di origini congolesi, nato in Belgio ma naturalizzato francese; mamma Elodie de Fautereau ex giocatrice di pallacanestro e oggi allenatrice. Entrambi alti circa 1,90 metro, hanno avuto tre figli, tutti cestisti, ma è il secondogenito che si appresta ad avere una carriera luminosissima. «Ho potuto scegliere se giocare a basket - ha detto Victor -, ma è sempre stato intorno a me e non l’ho potuto evitare».

Victor Wembanyama, 20 anni, punta di diamante
dell'emergente generazione dorata francese

Semplicemente madre natura. Con l’eccezionale altezza e la disarmante mobilità, Wembanyama ha attirato l’attenzione di allenatori e osservatori quando non era ancora un adolescente. Da bambino ha sperimentato diverse discipline. Prima ha giocato a calcio, da portiere, poi ha praticato lo judo. Fatto sta che quando arriva alla pallacanestro è semplicemente portato per questo gioco. A 10 anni è alto 1,80, e arrivano i primi osservatori per vederlo nelle giovanili del Nanterre.

A 14 anni il Barcellona tenta di accaparrarselo, facendo indossare a quel grattacielo, diventato nel frattempo 2,10, la maglia blaugrana per un torneo. Oltre all’altezza ed alla mobilità «sono rimasto colpito dalle sue mani. Pensavo che avrebbe avuto difficoltà - ha ricordato Carlos Flores, l’allenatore di quella squadra -, ma quando ha avuto il pallone in mano ci ha lasciato senza parole: era grazia e talento». Nonostante l’insistenza dei catalani, la famiglia ha preferito veder crescere Victor vicino casa.

Fenomeno mediatico. Wembanyama si è mostrato al mondo nel 2020, grazie al video in cui sfida Rudy Gobert diventato poi virale. Appena 16enne possedeva una disarmante naturalezza nel mettere palla a terra e un tiro più che fluido. L’anno successivo è al Mondiale under 19, e la sfida con Chet Holmgren ha già una cassa di risonanza globale. La Francia è d’argento, ma Victor ha lasciato il segno.

Il grande interesse intorno al prodigio francese ha indotto la Nba a trasmettere tutte le partite del campionato 2022/23 del Metropolitans. Una decisione per preparare il pubblico statunitense al draft che lo avrebbe visto essere la prima scelta assoluta, il secondo europeo dopo Andrea Bargnani. Terzo lo è diventato poche settimane fa l’altro francese Zaccharie Risacher, seguito dal connazionale di 2,13 metri Alex Sarr dalle spiccate doti da all-around. Giusto per comprendere la fucina di talenti d’oltralpe.

Prim’ancora del draft c’è stata la tournée a Las Vegas del club alla periferia di Parigi, fallito a un solo anno dall’addio di Victor. Lo scopo era far affrontare, con le rispettive squadre, il francese e Scott Henderson, il giovane talento americano sfidante alla scelta numero uno. E in termini pugilistici, quasi ad imitare Muhammad Ali, Wemby aveva detto che l’avversario «avrebbe meritato di essere la prima scelta, se io non fossi nato».

Alla corte dei santoni. Il suo trasferimento al Metropolitans è stato dettato dalla volontà, forte, di essere allenato da Vincent Collet, ct part time della Francia. Con lui ha esordito in nazionale maggiore nella finestra Fiba dell’autunno 2022, segnando 20 punti contro la Repubblica Ceca. Per non pregiudicarsi alcunché nella prima ed attesissima stagione Nba, ha saltato i Mondiali della scorsa estate. Ad aspettarlo a San Antonio ha trovato un altro santone come Gregg Popovich, che con molta probabilità ha posticipato il suo ritiro solo e soltanto per poter allenare il prospetto generazionale.

Dopo 71 gare giocate da ‘pro’, secondo l’allenatore degli Spurs il ventenne ha tutto per diventare il migliore giocatore di sempre. Questo perché «è competitivo, vuole vincere, è molto talentuoso». Ma soprattutto ha aggiunto, alzando se possibile ancor di più l’asticella e aumentando la pressione, che «è molto più dotato di quanto lui stesso si immagina».

Un esordio immaginifico. Nonostante il campionato sia stato negativo per la squadra, arrivata penultima nella Western Conference con 22 vittorie e 60 sconfitte, Victor non ha deluso le attese. Negli Stati Uniti si è parlato di una delle migliori stagioni di sempre per un rookie. Le prestazioni esaltanti non sono mancate, dal career high da 40 punti nella vittoria al supplementare contro New York, al 5x5 nella sconfitta contro i Lakers da 27 punti, 10 rimbalzi, 8 assist, 5 stoppate e 5 rubate; alle due triple doppie da 16 punti, 12 rimbalzi e 10 assist a Detroit, e da 27 punti, 14 rimbalzi e 10 stoppate a Toronto.

Ha fatto registrare 43 doppie doppie, 11 partite da 30 o più punti, e soltanto 3 volte non è andato in doppia cifra. Fa impallidire che soltanto Kareem Abdul-Jabbar, nel lontanissimo campionato 1975/76, abbia prodotto un’annata con numeri migliori in ogni categoria statistica. In un anno Wembanyama ha collezionato oltre 1500 punti, 250 stoppate e 100 triple, riscrivendo la storia della Nba. Ma questo è anche un segno inconfondibile della sua autentica tridimensionalità sui 28x15.

Non stupisce che abbia vinto il premio di Rookie dell’anno all’unanimità, nominato primo da tutti i novantanove votanti tra giornalisti ed esperti. Per continuare a strabuzzarsi gli occhi, c’è da sapere che è diventato, sempre nella lega d’oltreoceano, il giocatore più giovane a registrare una partita da 20 punti e 20 rimbalzi (19 anni e 338 giorni); e il giocatore più giovane di sempre a realizzare una tripla doppia senza palle perse (20 anni e 6 giorni).

Definirlo secondo i canonici ruoli della pallacanestro è assolutamente impossibile. Sono le parole dei campioni, suoi avversari in campo, che ne danno una reale dimensione. LeBron James lo ha chiamato ‘alieno’; per Stephen Curry «è un giocatore da videogame», perché certe cose si possono fare solo nella realtà virtuale e per questo può cambiare il gioco come è stato inteso sino ad oggi. Antetokounmpo ne ha invece parlato come di un «giocatore irripetibile».

Talenti fuori dal campo. Ama i Lego e disegnare. «Si tratta di attività salutari - ha spiegato Victor -, che richiedono precisione, combinando il lavoro delle mani e del cervello. Mi rilassano e mi permettono di pensare». Passatempi che ha coltivato con i genitori. «Fin da piccolissimo mi sono cimentato a disegnare perché mia madre studiava architettura. Un giorno mi ci dedicherò per davvero, ho in mente una storia che disegnerò. Il mio primo Lego è stato un’astronave, per questo sono un appassionato di Star Wars da quando avevo quattro anni. Ho guardato tutti i film con mio padre».

Obiettivo Parigi. Le sue capacità le potremo ammirare anche alle Olimpiadi, che praticamente si giocano a pochi passi da casa sua. «Fare bene sarebbe una grande storia - ha dichiarato il ventenne -, e non c’è altro obiettivo che l’oro». Inutile dire che anche sul palcoscenico dei Giochi attirerà la massima attenzione. Soprattutto, bisognerà capire come si presenterà. Sembra infatti che abbia utilizzato questo periodo di off season per mettere su massa muscolare. Ovviamente è un processo delicato, perché con il fisico che si ritrova non può comunque esagerare.

Nella seppur ancora breve carriera si è dimostrato tutto il contrario di fragile. Al di là delle gare di assenza concordate spesso e volentieri con la stessa franchigia, ha sopportato molto bene lo stress della prima stagione Nba. A Parigi se la dovrà vedere con avversari del suo calibro, e almeno un paio li ha nella sua stessa nazionale. Con Gobert, votato miglior difensore della lega statunitense, oscura la vallata formando praticamente una diga invalicabile. Al netto delle possibili scelte dell’ultimo minuto, non sono da meno neppure il solido Vincent Poirier oppure il grintoso Mathias Lessort.

Con gli Stati Uniti si riproporrebbero i duelli già visti nel corso della stagione con Joel Embiid, Anthony Davis e Bam Adebayo, così come con Nikola Jokic se affronterà la Serbia. Da quest’ultimo ha ancora tutto da imparare, per mentalità e approccio. Con Embiid, che avrebbe potuto giocare proprio con la Francia, non sono mancate delle scintille in occasione degli ultimi confronti. Mancherà invece il duello con Paolo Banchero, altra stella emergente che conosciamo piuttosto bene e che non è stato convocato dal ‘dream team’.

Profilo

Nato il 4 gennaio del 2004, Wembanyama (2,24 metri per 95 kg) è stato precoce per via della sua incredibile altezza. Con Nanterre ha esordito a 15 anni in Eurocup contro Brescia, e l’anno dopo è stato nominato per il miglior quintetto dell’Eurolega Nexg Gen di Kaunas. Nell’estate del 2021 è passato all’Asvel Villeurbanne, si è misurato con il livello Eurolega ed è diventato campione di Francia, ma l’anno successivo ha preferito trasferirsi al Metropolitans. Non ha vinto il titolo ma è stato nominato comunque Mvp del campionato, oltre ad aggiudicarsi per il terzo anno di fila il premio di miglior giovane della Lnb. Ha vinto anche un premio di Mvp dell’All Star Game francese nel 2022.

Statistiche

Wembanyama detiene la media più alta di 5.7 stoppate a gara in una competizione Fiba, realizzata al Mondiale under 19 del 2021. Nella tournée a Las Vegas nell’ottobre del 2022 ha disputato una serie di amichevoli con la casacca del Metropolitans, facendo registrare le medie di 36.5 punti, 7.5 rimbalzi e 4 stoppate. Ha concluso la sua prima stagione Nba con i San Antonio Spurs viaggiando a 21.4 punti, 10.6 rimbalzi, 3.9 assist, 3.6 stoppate e 1.2 recuperi in 29.7 minuti, venendo votato all’unanimità Rookie dell’anno. Con 254 stoppate è risultato il miglior stoppatore della lega, e si è classificato secondo per il premio di Difensore dell’anno.


per la rivista Basket Magazine

lunedì 8 luglio 2024

Italbasket - "Parigi val bene una messa", non per il nostro sistema

L'Italbasket era aggrappata al Preolimpico di San Juan per dare un senso all'estate 2024, così da partecipare alle Olimpiadi che tra poche settimane scatteranno a Parigi. Bissare l'impresa di tre anni fa a Belgrado si presentava comunque già difficile, a maggior ragione con le assenze dei vari Fontecchio, Procida, Spagnolo. Non nascondiamoci dietro un dito, perché chi oggi urla "vergogna" per l'eliminazione, volendo fare paragoni con l'italico calcio, è anche chi mestamente ipotizzava "ma che andiamo a fare" a causa degli infortuni appena menzionati. Quindi, in un qualche modo gli azzurri non hanno fatto e neppure perso nulla.

Certo, la speranza è sempre l'ultima a morire. E certo, nonostante il successo di Madrid e quello all'esordio con il Bahrain, contro Portorico prima e Lituania poi non abbiamo avuto lo stesso atteggiamento subendo gli avversari. Ne avevano di più, senza alcun dubbio, sia tecnicamente che fisicamente che mentalmente. Ma siamo questi, oggi più di ieri. Quindi val la pena puntare il dito contro il ct Pozzecco, o contro il presidente federale Petrucci? Secondo me no, se non per una bieca rivalsa personale. Non confondiamo, gli errori sono stati commessi. Il Poz ha dimostrato nell'arco di questi anni di essere coerente con la sua filosofia, portando avanti il processo di svecchiamento già attuato dal predecessore Sacchetti, e di badare alla creazione di un gruppo vero. Rinunciando anche al passaportato, da Thompson a DiVincenzo, per i quali oltre a difficoltà burocratiche sembra non ci sia mai stato l'affondo concreto.

Ma pur di prendersi il trono della Francia, visto che siamo in tema, Enrico IV rinunciò alla religione protestante convertendosi al cattolicesimo con la storica espressione "Parigi val bene una messa". Divenuta un modo di dire popolare per i francesi, simboleggia il sacrificio per ottenere qualcosa di più importante. In poche parole, una versione d'oltralpe de "il fine giustifica i mezzi" di machiavellismo memoria.

E allora se lo scopo era la qualificazione alle Olimpiadi 2024, come abbiamo già scritto al momento della long list delle convocazioni, un appunto che si può fare al ct è ad esempio la rinuncia scientifica a Della Valle. Tra i migliori italiani della nostra serie A, ormai da anni, avrebbe fatto comodo in quei frangenti o periodi più lunghi di rottura prolungata in attacco. Di evidente siccità offensiva che con l'assenza di Fontecchio era più che prevedibile. Prevedibile perché siamo questi, appunto.

Ed ha ragione Messina quando dice che "è quello che fanno i club per 11 mesi che fa il bene della nazionale", in riferimento alla crescita di Tonut che di certo non dipende dal mese all'anno trascorso in maglia azzurra. Ma al coach di Milano bisognerebbe anche ricordare che nella sfida da dentro o fuori con la Lituania, ad un certo punto l'Italia pendeva dalle labbra di Ricci, autore di due triple che hanno cercato di tenerla a contatto. Eppure l'ala nella decisiva gara 4 per lo scudetto ha collezionato un n.e., così come Bortolani al pari di Caruso. E potremmo ricordare Alviti fino allo scorso anno.

Quindi la soluzione è puntare il dito contro Pozzecco, che con tutti i suoi difetti lavora comunque con il materiale umano a disposizione? Basta puntare il dito contro Petrucci, invocando che la federazione metta regole per far giocare gli italiani? Oppure bisognerebbe che tutti, compreso i citati, prendessimo davvero a cuore la causa della nazionale, a partire dai club? Ci troviamo a dover ancora celebrare Belinelli e Aradori quali Mvp dei campionati di serie A e A2, che oggettivamente appartengono al passato dell'Italbasket.

Il sistema che non permette ai giovani italiani di giocare, di sbagliare, di esprimersi se non con i paletti imposti dall'alto, è poi pronto a salire sul carro dell'Under 17 che ha appena vinto una straordinaria medaglia d'argento al Mondiale di categoria. Ci si riempie la bocca arrogandosi i meriti, che di sicuro ci sono, ma dimenticando un'altra generazione. Quell'Under 19 che nel 2017 conquistò un altro argento mondiale. Di quel roster facevano parte Pajola, Caruso e Visconti, Denegri del quale ci si è accorti soltanto quest'anno, Bucarelli relegato in A2 nonostante di lui si parlasse come prospetto internazionale, e poi Mezzanotte, Penna, Simioni, Oxilia, Antelli, Massone che vivacchiano nelle loro squadre senza avere la fiducia necessaria per essere protagonisti. Oltre allo sfortunato David Okeke.

Certamente non tutti possono essere campioni e arrivare in nazionale maggiore, anche perché l'imbuto si restringe sempre di più a quel livello. Però quello che evidentemente manca è la predisposizione a crederci. A puntarci. A volerci investire. E allora ci si focalizza sulla semplice partita invece di guardare il quadro nel suo insieme. Nella sua complessità. La nazionale rappresenta soltanto la punta dell'iceberg di tutto il movimento, ma comprendo che spesso è più semplice dire che ha sbagliato l'allenatore oppure quel giocatore.

Non fraintendiamoci però, perché magari leggendo di fretta si potrebbe dire che preferiamo fare di necessità virtù. Assolutamente no, perché la convocazione di Della Valle dovrebbe essere ponderata, voluta, e non solo il classico tappabuchi perché manca all'appello Fontecchio. Questo però potrà essere soltanto il riflesso di una larga base di giocatori dalla quale poter pescare. E invece siamo questi. Sempre e comunque. Oggi più di ieri. Sperando nel domani. Anche se ci troviamo a dire più o meno le stesse cose, che presto andranno nel dimenticatoio. Fino alla prossima sconfitta decisiva, contro la Lituania o chi per essa.

Giovanni Bocciero

domenica 26 maggio 2024

Nazionale con i cerotti in vista del Preolimpico

L'incredibile bollettino medico degli azzurri impegnati lontano dall'Italia: infermeria piena e indisponibilità certe


Nazionale con i cerotti in vista del Preolimpico


Una serie di infortuni costringono a cambiare le carte in tavola al ct Pozzecco, abituato a lavorare con un gruppo consolidato. Prende forza il ritorno in azzurro di Awudu Abass mentre è svanita l'ipotesi Marco Belinelli. Consola il recupero ad alti livelli di Nico Mannion.


di Giovanni Bocciero*


Sarà un’altra estate a forti tinte azzurre, sperando che possa fregiarsi dei cinque cerchi olimpici. Proprio come nel 2021, il cammino dell’Italbasket verso l’Olimpiade di Parigi deve passare attraverso il torneo Preolimpico, e tutti ci auguriamo che l’epilogo sia proprio come quello di Belgrado. Questa volta però, gli azzurri del ct Gianmarco Pozzecco dovranno volare dall’altra parte del mondo per conquistare il pass. La nazionale, infatti, sarà di scena in Portorico dal 2 al 7 luglio, dove prima sfiderà il Bahrain e i padroni di casa, poi eventualmente due tra Lituania, Messico e Costa d’Avorio per semifinali e finale.

Soltanto vincere il torneo garantisce la qualificazione all’Olimpiade, dove il sorteggio ha già definito l’inserimento della vincitrice nel complicato girone con Stati Uniti, Serbia e Sud Sudan. Prima però di volare in Portorico con l’obiettivo di conquistare un posto ai Giochi francesi, la nazionale farà il ritiro di preparazione a Folgaria, dal 14 al 21 giugno, che si concluderà con l’amichevole del 23 contro la Georgia a Trento. L’Italia poi giocherà a Madrid contro la Spagna il 25 giugno la seconda e ultima amichevole prima del torneo Preolimpico.

IL TRASCINATORE. Chi saranno i dodici azzurri che si batteranno per riportare l’Italbasket alle Olimpiadi è difficile ipotizzarli adesso. A maggior ragione visto gli ultimi infortuni che hanno coinvolto diversi protagonisti. Uno su tutti Simone Fontecchio, il trascinatore della nazionale nelle ultime estati. Quest’anno ha disputato la sua seconda stagione in Nba, iniziando con Utah e finendo il campionato con Detroit, a cui è stato ceduto tramite scambio che ha fatto fare il percorso inverso a Gabriele Procida.

Fontecchio aveva già aumentato le sue cifre ed il suo impatto rispetto all’annata precedente a Salt Lake City, ma è letteralmente esploso al suo arrivo a Detroit, dove in una squadra oggettivamente in difficoltà e alla ricerca di risultati si è ritagliato il suo prezioso spazio. Con la casacca dei Pistons ha ritoccato il suo personale in Nba contro Dallas: in 32’ ha segnato 27 punti.

L’ala nativa di Pescara ha dimostrato ancora una volta tutto il proprio talento, ma ancora di più la fiducia nei propri mezzi. Proprio come riferito da uno scout dei Jazz, che all’epoca del provino era rimasto colpito dalla sicurezza con la quale Fontecchio scende in campo. L’estate che arriva è delicata per lui, sia per l’infortunio che gli ha fatto terminare anzitempo la stagione, sia per la questione contrattuale. Anche se si vocifera di un rinnovo quadriennale ai Pistons da 60 milioni.

Il suo infortunio preoccupa lo stesso Pozzecco, perché quella che sembrava una semplice botta all’alluce potrebbe fargli saltare l’estate azzurra. Appena ritornerà in Italia si potrà capire meglio il suo stato e l’eventuale disponibilità. Ovvio che sostituirlo adeguatamente non è missione semplice. Per la stagione che sta disputando, il solido Awudu Abass può essere un sostituto degno, e il ct ha praticamente già annunciato che vestirà l’azzurro anche in considerazione dell’assenza di Procida proprio in quel ruolo.

Naturalmente l’unico che possa sostituire Fontecchio per qualità e carisma, è Marco Belinelli. Ogni qualvolta si torna a parlare di nazionale il nome del virtussino in una maniera o in un’altra spunta sempre fuori. Per uno scherzo del destino, la sua ultima apparizione in azzurro è avvenuta al Mondiale del 2019 proprio contro Portorico. E quella rimarrà, perché con la nazionale discorso chiuso: «Non è disamore, in azzurro ho sempre dato tutto, ma non so se porterei qualcosa di più o solo negatività».

IL VETERANO. L’8 agosto saranno 36 gli anni di Danilo Gallinari che potrebbe forse vivere la sua ultima avventura in azzurro. Un po’ come accaduto al Mondiale filippino per Gigi Datome, il torneo Preolimpico di San Juan - sperando che sia solo una tappa transitoria verso i Giochi di Parigi - potrebbe essere davvero l’ultimo ballo per il Gallo, che per la nazionale si è sempre reso disponibile e spesso pagando un prezzo salato.

Nell’ultima apparizione si è infortunato al ginocchio, cosa che gli è costato non solo l’Europeo 2022 ma anche tutta la stagione Nba con la casacca dei Boston Celtics. Quest’anno per il nativo di Sant’Angelo Lodigiano è stata un’annata da nomade, tra Washington, Detroit e infine Milwaukee, tornando a giocare dopo lo stop ma trovando comunque poco spazio.

Ceduto a campionato in corso ai Detroit Pistons, ha comunque fatto vedere sprazzi del suo talento cristallino. Ma l’esperienza nel Michigan è durata appena 6 partite, visto che nelle ore in cui Fontecchio sbarcava a Detroit il Gallo risolveva il suo contratto. Free agent e a caccia del titolo Nba, ha trovato sistemazione a Milwaukee fortemente voluto da coach Doc Rivers, che lo ha già allenato ai Clippers.

Con i Bucks eliminati anzitempo dai playoff Nba, l'ex Olimpia sarebbe disponibile sin dall’inizio della preparazione in Trentino. Questo non esclude comunque che si possa unire in seguito, anche perché il suo ruolo in nazionale non è in discussione. Se non al meglio fisicamente può comunque dare minuti importanti di qualità. Proprio come all’Olimpiade di Tokyo, la cui tripla sputata dal ferro nel combattuto finale dei quarti contro la Francia grida ancora vendetta.

I GOLDEN BOYS. L’Italbasket inizierà il torneo Preolimpico di San Juan il 2 luglio, e in caso di qualificazione alla manifestazione a cinque cerchi la prima palla a due è fissata per il 27 luglio. Date che escludono i due golden boys Gabriele Procida e Matteo Spagnolo, entrambi fermati da infortunio. Procida è stato operato ad inizio aprile al tendine rotuleo del ginocchio sinistro, intervento resosi necessario dopo essersi fermato circa un mese prima.

Il nativo di Como in ottica nazionale ha disputato due ottime gare nella finestra dello scorso febbraio per le qualificazioni all’Europeo 2025. Prestazioni solide sia nel successo di Pesaro contro la Turchia (7 punti e 10 rimbalzi per 18 di valutazione, secondo miglior azzurro) che con l’Ungheria (9 punti, 3 rimbalzi, 3 recuperi e 2 assist per 15 di valutazione). In entrambe le occasioni è partito in quintetto, sopperendo all’assenza di Fontecchio, dietro il quale sembra in rampa di lancio.

Già iniziata la riabilitazione, un’ipotetica convocazione del classe 2002 è comunque molto complicata e potrebbe avvenire soltanto bruciando le tappe. Ancor peggio la situazione di Spagnolo, che proprio recentemente ha subito un intervento al metatarso del piede sinistro. Il classe 2003 di Brindisi è stato convocato ma inutilizzato per la finestra di febbraio, mentre si è fatto ammirare nel match di Eurolega con la Virtus Bologna: in meno di 15’ 15 punti, 13 nel solo quarto periodo lanciando la rimonta tedesca.

Procida e Spagnolo saranno due assenze preziose per Pozzecco, considerando che entrambi hanno partecipato alla spedizione mondiale nelle Filippine, così come Mouhamet Diouf. A questo punto sugli esterni è sicuro il ritorno di Nico Mannion, che dopo la parentesi al Baskonia si è ritrovato a Varese. Abbiamo tutti impresso negli occhi il giocatore delle Olimpiadi 2021, e quello che può dare all’Italbasket.

Già detto anche di Abass, diventa un candidato forte in questa posizione per l’azzurro John Petrucelli, giocatore dagli avi originari di Orta di Atella e comunque apprezzato dal Poz soprattutto per la sua intensità difensiva. Peccato non poter contare sul passaportato Donte DiVincenzo, soprattutto dopo la super stagione in maglia New York Knicks. I tempi burocratici non sembrano poter sbloccare la situazione dell’atleta che ha dichiarato amore incondizionato all’Italia.

Alternative potrebbero essere Giordano Bortolani, convocato nell’ultima finestra delle nazionali e stimato dall’allenatore che potrebbe cucirgli addosso un ruolo da specialista offensivo; oppure quel Amedeo Della Valle che seppur fuori dal progetto azzurro potrebbe comunque tornare comodo. Ma è logico che tutto dipenderà dalla conta di chi sarà diisponibile.

IL LUNGO. Diouf questa estate ha lasciato Reggio Emilia per provare l’esperienza all’estero con l’obiettivo di uscire dalla comfort zone. Non c’ha pensato due volte ad accettare l’offerta del Breogan, formazione della Liga Acb. In terra galiziana il 2.08 di origini senegalesi aveva iniziato piuttosto bene la stagione dal doppio impegno in campionato e in Champions League.

Nella stessa settimana aveva contribuito fattivamente alla vittoria europea con l’Hapoel Holon, con una prestazione da 17 punti, 9 rimbalzi, 2 recuperi e 2 stoppate, tirando 5/6 dal campo e 7/10 ai liberi in 22’; e poi al successo domenicale contro Saragozza, realizzando 11 punti e 8 rimbalzi, tirando 4/7 da due e 3/4 dalla lunetta in 18’.

Col Saragozza l’ultima apparizione stagionale di Momo, che ha infatti saltato il resto dell’anno per un infortunio al ginocchio sinistro. Dopo essere venuto anche in italia per un consulto medico, alla fine si è sottoposto all’intervento chirurgico prima di Natale, e il suo rientro è previsto per i principi di maggio. In caso di sua sostituzione, le alternative sono chiare: Guglielmo Caruso o Amedeo Tessitori, remota la possibilità per Paul Biligha.

 

AZZURRI ALL'ESTERO, QUESTE LE CIFRE

Dal suo arrivo a Detroit Fontecchio ha giocato più di 30’, segnando 15.4 punti di media e tirando con il 47.9% dal campo ed il 42.6% da tre, aggiungendo 4.4 rimbalzi e 1.8 assist. Ai Pistons si è solo incrociato col connazionale Gallinari, che in un’annata nella quale ha cambiato tre squadre ha fatto registrare la migliore prestazione stagionale proprio nel Michigan: 20 punti con 4/4 da tre, 3 rimbalzi, 2 assist e 1 rubata in 22’ contro Cleveland. Procida ha disputando una buonissima stagione all’Alba Berlino tra Eurolega e Bundesliga. 8.3 i punti di media nella campagna europea in 17’, 9.6 punti a partita con 1.5 rimbalzi e 1.4 assist in campionato. Spagnolo, alla prima esperienza in Eurolega, 7.3 punti di media con 3.4 assist e 2.3 rimbalzi in 20’. 11 le partite in Liga Acb giocate da Diouf prima dell’infortunio: 7.6 punti, 3.4 rimbalzi, col 47.2% da due e il 73.9% ai liberi.


* per la rivista Basket Magazine

domenica 28 aprile 2024

Speciale: Tra Pielle e Libertas vince... Livorno

Una stagione sempre ai vertici, tra scenari di pubblico spettacolari che meriterebbero il palcoscenico d'eccellenza

Tra Pielle e Libertas vince... Livorno

I biancoblù hanno conquistato la Supercoppa, gli amaranto hanno sfiorato la Coppa Italia: le due società labroniche si danno battaglia ma sono molto attive anche al di fuori del campo, pensando alla componente femminile, a quella giovanile, e a tante iniziative di solidarietà


di Giovanni Bocciero*


Il campionato di Serie B parla indubbiamente toscano in questa stagione, con Pielle e Libertas Livorno ed Herons e Gema Montecatini che stanno tracciando sin dall’inizio il percorso da seguire. Appropriatesi delle prime quattro posizioni del girone A, che sembra oggettivamente più qualitativo nel livello medio delle compagini rispetto a quello B, non è un caso che i primi due trofei siano stati vinti proprio da queste squadre. Soffermandoci sulle livornesi Libertas e Pielle, è interessante capire il loro diverso assetto societario, l’importanza data alla sezione femminile ed al settore giovanile con valenza sociale, e soprattutto il derby quale cassa di risonanza per tutto il movimento.

La Pielle Livorno di coach Marco Cardani ha inaugurato la stagione alzando al cielo la Supercoppa, e sta continuando col passo della schiacciasassi. «Non so se siamo la miglior squadra del campionato - ha esordito il presidente della Pielle, Francesco Farneti -, di sicuro siamo quella che sta andando meglio. Il gruppo è molto affiatato e vedo lo spirito giusto, con leadership riconosciute e un equilibrio interno. Tutto questo ci permette di rendere al massimo. In una visione più completa, i giocatori sono tra i più forti della serie, e giocano in un contesto dove sta andando tutto per il meglio. Quindi siamo anche fortunati in questo senso».

GLI IMPRENDITORI. Farneti, titolare della storica ed omonima farmacia di Livorno, è alla guida del Consiglio d’amministrazione composto da Riccardo Grillo, vice presidente e titolare dell’azienda Caffè Toscano che è title sponsor della squadra, e i consiglieri Marco Romei, Manolo Burgalassi e Mario Galdieri che è anche consulente legale. «La svolta societaria c’è stata in estate, quando abbiamo delineato le persone e la gestione della società - ha continuato il presidente biancoblù - ma in particolare con la nomina di un direttore generale come Gianluca Petronio. Figura di alto spessore e grande professionista, lo definiamo il nostro miglior acquisto. Con la riorganizzazione dell’organigramma abbiamo dato un significato importante a quella che è la gestione del club. Questo lavoro ci sta permettendo di avere i risultati attuali dopo gli anni passati con la cavalcata dalle serie minori. Per arrivare ad un livello superiore ci siamo concentrati sulla professionalizzazione delle figure che lavorano in società. Un salto di qualità che sta pagando».

La compagine biancoblù, nonostante il successo in Supercoppa, ha pagato un inizio difficile di campionato, con quattro sconfitte nelle prime undici giornate. Prima delle festività pasquali però, la Pielle è rimasta imbattuta nel girone di ritorno infilando 14 successi e prendendosi la vetta della classifica. «Ad inizio anno abbiamo dichiarato che entro tre anni avremmo fatto di tutto per essere promossi. Per come sta andando questa stagione siamo ben oltre le aspettative, dimostrando grande forza in campo, quindi è giusto approfittarne - ha sottolineato Farneti - e dare tutto per raggiungere subito l’obiettivo. Non possiamo non provarci».

LA TIFOSERIA. La squadra è entrata ormai in simbiosi con i propri tifosi, in particolare il gruppo organizzato dei Rebels. Dal coro “sono piellino e me ne vanto” nato circa due anni fa, ed entrato nell’animo dei sostenitori, si è passati al coinvolgimento degli stessi giocatori che al termine delle partite si accovacciano davanti alla curva prima di saltare per festeggiare tutti insieme. «Nessun accordo, nulla di organizzato - hanno rivelato i tifosi -, la squadra ha semplicemente abbracciato questa esultanza in maniera spontanea».

«La nostra tifoseria ha numeri importanti, ereditata dal passato perché la Pielle non è mai davvero sparita, neppure al tempo della fusione degli anni ’90 - ha sottolineato ancora Farneti - che portò allo sfascio del basket livornese. Un gruppo c’è sempre stato, ma con i risultati delle ultime due stagioni è esplosa di nuovo la passione, si sono risvegliati gli animi con un crescendo di emozioni ed entusiasmo. Questo ci ha permesso di arrivare a 2500 spettatori ad ogni partita, raggiungendo il limite massimo di capienza del PalaMacchia. Anche per questo le partite di cartello le giochiamo al Modigliani Forum. Il sostegno del pubblico ci ha dato e ci dà un grande aiuto, tanto colore, ma la squadra ha raggiunto un livello caratteriale e mentale tale da vincere a prescindere perché è davvero molto quadrata». E tutto ciò si vede in campo, dove è quasi sempre il collettivo ad emergere rispetto alle individualità.

Con un tifo che si avvicina a realtà come quella di Bologna, la Pielle ha avuto sin dalla sua rifondazione il sostegno di un cospicuo gruppo di sostenitori, che ha fatto parlare sempre di sé perché anche in Serie D c’erano almeno 50 tifosi al seguito. Tutto questo clamore ha fatto sì che nel tempo tante persone con ruoli differenti si avvicinassero alla società. Senza escludere gli stessi giocatori, che a parità di offerte hanno magari preferito Livorno come destinazione proprio per la bellezza del tifo.

Un aspetto importante che corre di pari passo a quello del tifo sono le iniziative sociali che mettono in campo i Rebels, che si impegnano con diverse associazioni del territorio ad aiutare con donazioni le persone in difficoltà o i bambini più bisognosi della città. Attività degne di nota, portate avanti anche dalle Rebels Girls, a dimostrazione che quella piellina è una tifoseria calda e passionale ma anche dal cuore d’oro. E parlando di femminile, bisogna ricordare la doppia mission della Pielle che ha anche una sezione rosa con la formazione che milita nel campionato di Serie B. Un ulteriore attività per attecchire nel tessuto sociale e territoriale della città.

IL DERBY. Il sogno è quello di ritornare in A2 anche per frequentare degli scenari più consoni al blasone della piazza, seppur il derby suscita un’attenzione già di quel livello. Riempire il Modigliani Forum con 8mila spettatori crea un ambiente che non sembra assolutamente da cadetteria ma di ben altra categoria, davvero fuori dal comune. E proprio il derby dello scorso gennaio è stato decisivo. Con la vittoria della Libertas di coach Marco Andreazza per 77-80, gli amaranto si sono qualificati alla Final four di Coppa Italia proprio a discapito della Pielle, che ha così dovuto guardare alla televisione la manifestazione tenutasi lo scorso marzo al PalaTiziano di Roma.

Foto Filippo Del Monte - Libertas Livorno

LA BANDIERA. «La posizione delle due livornesi è molto importante - ha esordito Alessandro Fantozzi, ex bandiera della Libertas - e lascia aperta la possibilità che una squadra possa centrare effettivamente l’obiettivo promozione. Il derby è senz’altro uno spot per la pallacanestro nazionale, segno dell’amore viscerale della città per questo sport, in un crescendo sfociato negli anni ’80 e ’90 quando entrambe le compagini erano in Serie A. Dopo un periodo non brillante, adesso sono ai vertici del campionato di Serie B ed hanno fatto venir fuori tutta la passione che è tradizionale della città di Livorno. La rivalità tra Libertas e Pielle non è mai sopita e mai lo potrà essere, un po’ come in realtà più grandi e prestigiose quale Bologna».

La Libertas al momento funge da inseguitrice in classifica, ma questo non toglie che «ci proviamo - ha esordito il presidente amaranto, Roberto Consigli -, perché quando si veste questa maglia te la devi giocare fino all’ultima partita. Questo per il solo valore storico e la responsabilità che si ha nei confronti dei tifosi, privati della loro squadra per vent’anni. Credo che il roster che abbiamo quest’anno, molto simile a quello della scorsa stagione con innesti oculati, è il segno del progetto che vogliamo portare avanti cercando di mettere un tassello alla volta. Se anche non dovesse arrivare la vittoria del campionato, è importante che si cresca sia come struttura societaria che come seguito di appassionati».

LE GIOVANILI. «Il futuro può essere roseo solo se puntiamo sul settore giovanile. Da qui la collaborazione tecnica con la Don Bosco che è più di un semplice accordo, ma una vera e propria sinergia con una programmazione comune - ha sottolineato il numero uno della Libertas -. Niente fusione però, perché siamo rimasti scottati da quella degli anni ’90. Invece sì ad una collaborazione che può intensificarsi e sulla quale ci teniamo molto, soprattutto dopo l’acquisizione della Invictus lo scorso settembre che ha preso il nome di Libertas Academy. Questo ci ha permesso di assicurarci un settore giovanile da 350 famiglie livornesi, prendendo in gestione le due palestre cittadine più belle, ovvero la Posar e la Gemini».

«Con la Pall. Don Bosco stiamo definendo modalità e forma, ma arriveremo a raddoppiare i numeri che saranno sicuramenti i più importanti a livello regionale per non dire nazionale. E sarebbe una grande soddisfazione non solo sportivamente parlando ma anche sociale, perché abbiamo una palestra nel nord della città che è la zona meno abbiente. Da questo abbiamo un ritorno di certo non economico ma umano, rappresentato da quelle mille persone tra ragazzini e genitori che sono venute festanti a Roma per tifare la squadra nella finale di Coppa Italia».

Nonostante la mancata vittoria del trofeo - a favore degli Herons Montecatini - che poteva vedere l’altra formazione cittadina bissare il successo in Supercoppa della Pielle, «la futuribilità del progetto Libertas è negli impianti e nei giovani - ha continuato Consigli -, non a caso quest’anno abbiamo investito più in questi due asset che nella prima squadra, dato che abbiamo preso giocatori interessanti come Tozzi ed Allinei, oltre allo sfruttamento del tesseramento comunitario puntando su Leon Williams».

LA FONDAZIONE. «Volendo restare aperti a qualsiasi nuovo ingresso in società, ci siamo guardati attorno e ci siamo ispirati ad altre realtà per vedere cosa potevamo mutuare. Alla fine abbiamo trovato lo statuto della Fortitudo Bologna, e con la stessa collaborazione dei dirigenti bolognesi abbiamo istituito una Fondazione partendo da quel tipo di modello. Ad oggi contiamo ben 66 soci della Fondazione che è proprietaria al cento per cento sia della prima squadra Libertas che del settore giovanile facente capo all’Academy. E siccome guardiamo sempre avanti, non escludo che in futuro si potrebbe inglobare anche il basket in carrozzina. Quindi la Fondazione è un contenitore che si occupa di proselitismo, dalla struttura estremamente complessa e di difficile gestione dato che ci sono tre diversi presidenti per essa, la Libertas e l’Academy. Ma tutti noi siamo spinti dall’entusiasmo che ci aiuta e non poco nelle difficoltà di tutti i giorni».

* per la rivista Basket Magazine

Luciano Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Ha firmato il periodo d'oro della pallacanestro italiana. «Deplorevole che da allora non si sono ancora fatti passi avanti per portare lo sport nelle scuole e migliorare l'impiantistica»

Acciari, il presidente delle scommesse vinte

Insieme all’avvocato Coccia ha rivoluzionato il movimento come lo conosciamo. «Grazie anche ai presidenti di allora, sempre presenti e con i quali si parlava, ci si confrontava e pure scontrava arricchendo il dibattito così da crescere insieme»


di Giovanni Bocciero*


Un dirigente che si è speso tanto per la pallacanestro, vivendo gli anni del boom e scommettendo su alcune scelte che hanno rivoluzionato il movimento come oggi lo conosciamo. Questo è Luciano Acciari, avvocato romano e giocatore amatoriale che spinto dalla passione per il gioco è stato prima presidente della Stella Azzurra (1971-79) e poi della Lega Basket (1979-84), oltre a un dirigente di primo livello di Finmeccanica. «Mi sono avvicinato alla pallacanestro a scuola, perché frequentavo il Collegio San Giuseppe - Istituto De Merode dove era stata costituita la Stella Azzurra - ha esordito Acciari -, che agli inizi degli anni ’60 aveva già una squadra in serie A oltre alle giovanili. Questo è stato il mio primissimo contatto».

CLASSICA GAVETTA. «Al termine delle giovanili chi non arrivava in prima squadra restava coinvolto in società, militando magari nei campionati amatoriali o con qualche incarico societario. Io fui aggregato al gruppo di frate Mario Grottanelli, che aveva promosso l’istituzione della Stella Azzurra nel 1938, e mi occupavo della parte amministrativa e accompagnavo le squadre giovanili sui vari campi di gioco. Quando introdussero la figura dell’accompagnatore - ha continuato Acciari - affiancai il tecnico Altero Felici nella parte logistica. Pian piano mi mandarono al Comitato regionale e poi entrai nel Consiglio direttivo della società».

«Alla prima crisi della Stella nel ’71, insieme ad altri consiglieri e amici rilanciammo il club. Fu un rischio, perché già all’epoca c’era bisogno di sponsorizzazioni per fare attività, e coinvolgemmo il gruppo Buitoni che fece una serie di analisi in termini promozionali e pubblicitari nel settore basket. Tra le importanti scelte dell’epoca c’è quella di prendere un giovanissimo Valerio Bianchini come allenatore. Era assistente di Taurisano a Cantù, lo convincemmo a trasferirsi a Roma forti della bontà del nostro progetto, e fu un matrimonio positivo visto che poi la sua carriera decollò».

IL BUCO SCOLASTICO... «Sino agli anni ’70 lo sport era impostato sulla scuola o gli oratori. Grazie al successo ed alla crescita che ha avuto la pallacanestro iniziarono ad arrivare risorse e fu richiesto ai ragazzi un impegno maggiore e più costante pur mantenendo un’attività primaria perché lo sport era un pezzetto della loro vita e non ci si poteva mantenere. Si stava comunque prendendo un’impronta più manageriale, tant’è che all’epoca si diceva che stavamo passando dalla pallacanestro al basket». Eppure a distanza di 50 anni ancora non è stata recepita la grande importanza della scuola nell’avvicinarsi allo sport.

«All’epoca con un gruppo di lavoro del Coni ci relazionammo con il Ministero dell’Istruzione per aprire la scuola allo sport, ma c’erano una serie di problematiche amministrative e giuslavoristiche che presentavano difficoltà enormi. Alcune scuole si aprirono, ma è rimasto un buco della nostra qualificazione sportiva che ancora oggi lo constato portando in giro i miei nipotini. Anche se è molto migliorata la realtà scolastica per approccio e impianti, visto che ormai c’è una palestra scolastica ovunque - ha analizzato l’avvocato romano -, oggi ci sarebbe il substrato per rendere questa attività più organizzata e istituzionale, ma viene fatta solo come promozionale e collaterale».

…E QUELLO DEGLI IMPIANTI. «L’impiantistica sportiva è un problema della società civile. Pensiamo agli stadi di calcio, quante società vorrebbero costruirselo ma incontrano impedimenti urbanistici e finanziari, quindi aspetti amministrativi e non solo organizzativi. Quando dalla metà degli anni ’70 fu deciso di mettere i 3500 spettatori minimi in serie A, un salto di qualità dalla palestra al palazzetto, fu una scommessa che diede lo stimolo di costruire decine e decine di impianti per permettere alle società di accedere ai vertici nazionali. Il problema vero è che non bisogna solo trovare le risorse per costruire gli impianti, ma anche per mantenerli. È necessario trovare una modalità architettonica che ne permetta lo sfruttamento non limitato solo alla partita, ma multifunzionale, pensando ad una produttività dell’impianto tra più sport - pallacanestro e pallavolo - o più eventi - sport e concerti -».

Luciano Acciari, 78 anni, con l'allora presidente federale,
Enrico Vinci, e il suo vice, Eugenio Korwin

Acciari è stato membro del Consiglio d’amministrazione di Finmeccanica, e nel lavoro il vissuto del basket «è stato fondamentale. È comunemente riconosciuto come gli allenatori vengano invitati a fare dei corsi sul management per la gestione del gruppo, il coordinamento delle risorse, e tutta una serie di tecniche che i manager d’azienda hanno a disposizione. Gestire una squadra, ad un certo livello, ti metteva difronte a tante sfide: reperire risorse finanziarie, scegliere la base tecnica di allenatori e giocatori, convincerli a sceglierti e a renderli partecipi del tuo progetto, e poi sistemali e pagali, così come gestire l’impianto e la comunicazione. Era un contesto fortemente educativo».

«La creazione della serie A2, che fu una genialità dell’avvocato Coccia, fu una scommessa. Perché un conto è portare Genova, Trieste, Torino o Firenze ai vertici, un altro è ritrovarle dopo 4 o 5 anni ancora lì. Il rischio era nel sostenerle, tant’è che per alcune squadre è mancata la continuità. Questo - ha continuato Acciari - ha permesso al basket di andare da Reggio Calabria ad Udine, però mentre al nord la disciplina era consolidata e quindi a Trieste magari era solo questione di tempo, per Caserta o Reggio Calabria poteva essere un insuccesso. Siamo stati fortunati, e così il basket ha vissuto l’estensione della sua presenza nazionale, allargando il bacino di utenza».

RAPPORTI. «Quella era un’epoca nella quale c’erano presidenti appassionati e con una sufficiente capacità economica che hanno consentito la crescita delle squadre. Uno a caso il cavaliere Giovanni Maggiò, che ha portato a Caserta giocatori del calibro di Oscar e sostenuto la squadra fino alle finali scudetto, portandola ad un livello di eccellenza per anni e non solo episodicamente. Ha fatto il bene di un’intera città, stravolgendo la percezione e la stessa immagine di essa. Questo vale per Maggiò ma anche per tanti altri - ha ricordato l’avvocato romano -. Quando ero presidente della Lega i presidenti partecipavano attivamente e avevano la capacità di decidere da soli, responsabili di ciò che facevano nel bene e nel male».

«L’aumento della professionalità nella pallacanestro ha portato alla sostituzione dei presidenti da parte dei general manager, che hanno un approccio professionalmente qualificato ma non sono portatori dell’originalità del pensiero. Sono strumenti, per questo parlare, confrontarsi, anche scontrarsi con il presidente Porelli non era la stessa cosa che farlo con Brunamonti, perché arricchiva il dibattito dell’assemblea. Questo è stato un arricchimento per il movimento intero, nazionale compresa, che ha raggiunto successi prestigiosi riconoscendo ai club e alla Lega una loro importanza».

«Negli ultimi anni ho frequentato Petrucci come amico, ed ho seguito la pallacanestro come tifoso, per questo senza contatti particolari con questo mondo non sono in grado di dire cosa preservi il futuro. So però che Gianni è stata la migliore opportunità che il basket abbia avuto in un momento così difficile e complicato di un movimento che fa fatica a trovare un equilibrio tra risorse, italianità, e quelle esigenze tanto commerciali quanto sportive».

«Mi riconosce sempre il fatto che è arrivato in Fip per merito mio, perché quando mancava un segretario lo indicai al presidente Vinci visto che all’epoca era segretario della presidenza del Coni. Purtroppo il tempo passa per tutti. Poi con la morte recente di La Guardia ha perso il suo braccio destro, e se non dovesse essere riconfermato perché magari non c’ha più voglia neppure lui, sostituirlo non sarà di certo semplice. Non conosco i suoi competitor, ma se non dovesse essere confermato faccio solo gli auguri al basket che possa trovare una persona capace di tenere la barra dritta in un momento così importante».

VISIBILITÀ E POPOLARITÀ. «Tanto dipende dai risultati. All’epoca della mia presidenza in Lega, uno sport come il tennis giocava solo in un determinato periodo, mentre oggi è spalmato su tutto l’anno. Poi ci sono i mondiali di qualsiasi disciplina, le competizioni automobilistiche e motociclistiche che quasi non si fermano, e il calcio che la fa sempre da padrone. Insomma, la concorrenza con gli altri sport è diventata impressionante, e spesso questi riescono ad esprimere più facilmente il campione. La crisi non riguarda solo la pallacanestro ma anche il ciclismo, perché se si chiede a qualcuno del Giro d’Italia non è scontato che conosca cos’è, quando si fa e come».

«Inoltre la stampa tradizionale non ha aumentato i propri spazi e le tirature, mentre la televisione fa quel che può. Massimo De Luca, ottimo giornalista e tifoso del basket, spinse per far approvare Tuttobasket in radio, la versione cestistica del calcio minuto per minuto che diede una grande mano alla crescita in termini di popolarità. Dispiace vedere sui quotidiani nazionali solo una manchette limitata al risultato di Eurolega, ma la realtà è ben diversa oggi. Non lo so cosa si possa fare, ma credo che debba esserci maggiore condivisione della sua diffusione - ha concluso Acciari -, perché il basket è più popolare rispetto a quanto se ne scriva e se ne parli».

* per la rivista Basket Magazine